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Synap(see). Parco

A cura di Steve Bisson.
Il collettivo Synap(see) ha scelto di indagare i territori italiani, dedicandosi ogni anno ad una ricerca specifica.
Il tema del 2015 è stato il Parco. Questo è il Magazine che raccoglie il lavoro completo.

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Se questo è un parco
di Steve Bisson

Il progetto ‘Parco’ realizzato dal collettivo Synapsee, nasce con la volontà precisa di indagare la definizione stessa di parco. I parchi italiani rappresentano un arcipelago di territori, ecosistemi, paesaggi assai diversi. Come diverse sono le definizioni che il concetto di parco racchiude: parchi nazionali, regionali, riserve, zone umide, oasi, reti e aree protette. Un immaginario comune tanto ricco quanto complesso, che investe l’intera geografia della penisola, da Nord a Sud. Non solo ambiente ma abitanti, persone, centri di visita, centri di educazione e formazione, scuole e università, diritti e istituzioni. Un brulicare di aspettative e prospettive non sempre coerenti. A partire dall’estate del 2014, il collettivo ha deciso di investigare questa complessità, scegliendo di mettere a fuoco il paradigma del confine. Dove inizia e finisce un parco? Se osserviamo un parco è evidente che le relazioni che esso instaura con il territorio non si esauriscono nella sua delimitazione amministrativa. In qualche modo il futuro, o la salute di un parco, dipendono da ciò che accade dentro e fuori di esso.

Un primo esempio ci arriva dal lavoro ‘Oltre il confine’ di Stefano Parrini che per molti mesi ha percorso il Parco Regionale delle Alpi Apuane. L’archivio di immagini prodotto ci racconta di un’area interessata da diffusi processi di degrado, legati sia alle note attività estrattive delle cave di marmo – che divorano porzioni crescenti del territorio modificandone le qualità – sia al progressivo abbandono di molti centri abitati scarsamente appetibili ed economicamente depressi. Allo stesso tempo documenta una crescente attività turistica, spesso “foresta”, attratta dalla visibilità del brand Marmo di Carrara. Tutto ciò solleva una serie di interrogativi sul significato di parco e sulla fragilità del concetto di confine. Parrini, nelle sue immagini di vette consumate dall’azione dell’uomo e immerse in una nebbia che trasmette confusione, precarietà e incertezza, ha ben interpretato i controsensi vigenti in questa realtà.

Allo stesso modo, nel progetto ‘Isole di plastica’ di Giovanni Presutti, il limite del Parco Nazionale Arcipelago Toscano viene posto in discussione attraverso il registro di un processo inverso. Qui è l’inquinamento di plastica, non sempre proveniente dalle correnti autoctone, a far saltare la bilancia della sostenibilità. Diversi studi e articoli hanno documentato come l’Isola d’Elba presenti concentrazioni, nelle limitrofe acque marine, di particelle fini di plastica ben superiori alla media. Il dato mette a nudo difficili questioni di gestione e responsabilità ambientale. Nel giustapporre immagini di oggetti di plastica raccolti sulle spiagge con visioni oniriche sulla bellezza dell’isola, Presutti ci invita a riflettere su possibili e contrastanti direzioni. Lo stesso titolo della serie, se da un lato richiama la debolezza plurale dell’arcipelago – ovvero il rischio che “l’effetto Elba” si ripresenti sulle altre isole – dall’altro punta l’accento su un fenomeno la cui portata ambientale esula da qualsiasi confine di competenza.

Altrettanto pungente è la serie ‘Erto = Ripido’ di Paola Fiorini, realizzata nell’ambito del Parco Naturale Dolomiti Friulane e, in particolare, nei pressi di Erto e della valle del Vajont, teatro di uno tra i peggiori disastri ambientali della storia. La fotografa veronese, ridando vita alla memoria di questi luoghi, ha scelto di accompagnare per dieci giorni un gruppo scout nelle loro tradizionali attività di campo estivo. I suoi ritratti sembrano voler cogliere di questi giovani “into the wild” un bisogno di natura sincero. Il loro sguardo appare distaccato, a sfidare ciò che è adulto, comprese le illusioni promesse nei depliant, nelle tariffe dei proprietari dei campi e negli orari di visita alla diga e ciò che la natura non ha ancora spazzato via.

La campagna fotografica condotta a più riprese da Antonella Monzoni nel vasto Delta del Po ci porta a scoprire un territorio suddiviso in due, non dal fiume bensì da due parchi regionali, veneto ed emiliano. La fotografa modenese ha scelto di lavorare nella sua regione di appartenenza, prendendo alla lettera la definizione di parco e suggellando così ogni desiderio di sconfinamento. Il suo viaggio la porta a incontrare le tante attività e persone che danno forma quotidianamente al paesaggio. L’agricoltura, la pesca, il sale. Qui l’azione umana è ormai congenita all’ambiente, e da secoli ne plasma il carattere. Qui non è semplice vivere, per conoscere il fiume bisogna saper conviverci. Qui, come in una salina, le persone hanno imparato a muoversi nei delicati equilibri della natura. Come ben ci racconta Monzoni nelle sue note personali, «più che un’area protetta è una zona pretesa». Le sue fotografie illustrano quanto la vita di un parco sia connaturata alla presenza dell’uomo e, conseguentemente, quanto sia labile anche il confine della definizione stessa di parco, che resta pur sempre un’invenzione umana.

In modo sottile, sul filo dell’emozione, Emanuela De Luca lavora sul Parco Regionale del Partenio. In questa visione incantata, quasi mitologica e volutamente senza tempo, sono incisi dei numeri. Le tracce di una presenza umana ineludibile. Segni che più di tante immagini testimoniano un rapporto che resta immaginario, quanto i confini che la fotografa campana fa correre sui profili montuosi del Partenio per racchiudere un paesaggio interiore, prima che un ampio territorio poco conosciuto, quello dei suoi Comuni e dei suoi abitanti. De Luca gioca con la percezione di chi guarda, invitando lo sguardo a volare alto per poi tornare a terra. A casa, o come lei stessa descrive «nella verde Irpinia, terra di lupi, monti, memorie di briganti ed antichi paesini». E in questo ritorno all’infanzia, a un’età incontaminata, giace il richiamo della foresta, Madre Natura le cui braccia sono il vero confine.

Cos’è un parco? I suoi confini coincidono con la nostra percezione? Andrea Buzzichelli, dopo alcuni sopralluoghi svolti attorno al visibile del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ha scelto di estendere il suo sguardo, e di conseguenza il suo confine, a ciò che normalmente è proibito alla vista. Per rappresentare questo concetto Buzzichelli ha elaborato un archivio di immagini prodotte mediante le foto trappole dalla locale Guardia Forestale. Il risultato è una sorprendente visione notturna degli “abitanti animali” del Parco. Uno spaccato vivace che più di tutto rileva, come ben scrive il fotografo toscano, «un senso di potenza intrusiva in un mondo che altrimenti non sarebbe svelato, e una sorta di fascino “voyeuristico” verso la natura stessa». E in questo tentativo di fare luce in ciò che ci è oscuro, in questo espandere i nostri confini, è riassunto il discorso scientifico dell’uomo che costringe la natura in riserve negando così la propria.

È trascorso un anno di ricerca nei parchi. Queste sono solo alcune delle considerazioni che si possono trarre dai tanti materiali prodotti e scartati durante i mesi di lavoro, compresi gli appunti scritti e le note condivise. Tutto contribuisce a documentare una metodologia di studio sul territorio e a determinare, attraverso l’immagine, il possibile contributo alla società del guardare consapevole.

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Informazioni aggiuntive

Anno

2015

Editore

Synap(see)

Formato

Cartaceo

Lingua

Italiano

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