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Gianni Berengo Gardin. Manicomi

Il libro in cui per la prima volta confluisce in forma completa il reportage di Gianni Berengo Gardin realizzato negli anni Settanta negli istituti psichiatrici italiani.

Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati. – Gianni Berengo Gardin

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Contrasto pubblica Manicomi, il libro in cui per la prima volta confluisce in forma completa il reportage di Gianni Berengo Gardin realizzato negli anni Settanta negli istituti psichiatrici italiani. Quella documentazione, condotta da Berengo Gardin insieme a Carla Cerati e confluita nel volume Morire di classe. La condizione manicomiale, fu per l’Italia dell’epoca un vero choc. La fotografia entrava di prepotenza all’interno di strutture proverbialmente chiuse e faceva luce – nel vero senso del termine – su condizioni e situazioni che fino a quel momento non dovevano essere mostrate. Il sessantotto della fotografia italiana passava anche per queste immagini e attraverso un lavoro così prettamente sociale, riscopriva una sua urgenza, una centralità, un valore e una necessità intrinseca che poi è quella di rivelare, indicare e, se c’è necessità – come in questo caso, indignare.

“Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati.” In questo modo Gianni Berengo Gardin, in un testo recente, ricorda la genesi di uno dei lavori più forti, decisi e importanti della storia del fotogiornalismo italiano. La fotografia entrava in strutture proverbialmente chiuse e faceva luce – nel vero senso del termine – su condizioni e situazioni che non dovevano essere mostrate. Il sessantotto della fotografia italiana passava anche per queste immagini e attraverso un lavoro così prettamente sociale, riscopriva una sua urgenza, una centralità, un valore e una necessità intrinseca che poi è quella di rivelare, indicare e, come in questo caso, indignare.

A distanza di molti anni, rivedere la documentazione completa realizzata da Gianni Berengo Gardin in quell’occasione – muovendosi con Carla Cerati e poi anche da solo in diverse strutture italiane, da Gorizia a Trieste, da Parma a Firenze e a Siena – permette di recuperare il senso di un lavoro straordinario e di ripensare all’importanza di una fotografia che continui, quando ce ne sia bisogno, a urlare la propria indignazione e ad affermare il proprio ruolo.

Completano il volume un testo di Peppe Dell’Acqua e Silvia D’Autilia, una cronologia sulla legge 180 e una testimonianza di Franco Basaglia.

Informazioni aggiuntive

Anno

2015

Autore

Gianni Berengo Gardin

Editore

Contrasto

Formato

Lingua

Italiano

Pagine

168

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