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Patrick Willocq: “Hope” è la parola chiave di ogni momento storico

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La mostra di Patrick Willocq “One finger cannot pick a stone” sarà ospitata presso la Galleria Vision Quest, Genova, dal 9 ottobre 2018 al 12 gennaio 2019 (inaugurazione sabato 6 ottobre). Il progetto è intitolato ”One finger cannot pick a stone” e prende il nome da un proverbio locale che afferma “un dito non può sollevare una pietra” richiamando alla necessità di dover stare insieme per poter andare avanti. ”One finger cannot pick a stone” descrive le tradizioni rituali della tribu’ africana dei Dagomba, ed è un lavoro prodotto a Yendi nella regione settentrionale del Ghana.

Patrick Willocq, il titolo del tuo ultimo progetto è “My story is a story of hope”. “Hope” è la parola chiave di questo momento storico?

“Hope” è la parola chiave di ogni momento storico, non credo ci siano differenze tra i secoli, la speranza è sempre stata la parola chiave di tutte le popolazioni, attraverso tutte le epoche. Proprio qualche giorno fa, leggevo un articolo su un magazine, parlava delle crisi che hanno preceduto il Rinascimento e le confrontava alle crisi che viviamo oggi. C’erano molti punti in comune, le persone erano attraversate dagli stessi pensieri, dalle stesse paure, vivevano la stessa rottura con il passato e si ponevano le stesse domande.

Perché hai usato la parola “Hope” nel tuo progetto?

Il motivo per cui ho usato “Hope” è che, nelle persone che hanno preso parte al progetto, ho visto la speranza per un pezzo di carta, per una casa, per un diritto, per ricostruire la loro vita. E poi, d’altra parte, c’era la speranza di chi non vuole vedere questi migranti nel loro piccolo villaggio francese, Saint-Martory, in loro c’era la speranza di vederli andare via. I diversi tipi di speranza riguardano tutti e tengono legate le persone, in qualche modo, l’una all’altra.

Qualche settimana fa, Time Magazine ha pubblicato il ritratto di un politico italiano e ha titolato “La nuova faccia dell’Europa”. Secondo te quale è la faccia dell’Europa?

Credo che la faccia dell’Europa sia molto diversa e articolata. È un errore sintetizzarla in una immagine, in una fotografia. Non sarà un ministro a rappresentare la faccia dell’Europa, e nemmeno a mostrare il sentimento dell’Europa. I sentimenti e i pensieri delle persone sono molto diversi tra loro e si esprimono in maniera imprevedibile.

Credo che la faccia dell’Europa sia molto diversa e articolata. È un errore sintetizzarla in una immagine, in una fotografia.

Tu hai mai scattato una fotografia in grado di rappresentare il volto dell’Europa?

È, appunto, una faccenda molto complessa. Penso alla mia immagine dove si vedono molte persone sul ponte e il barcone sotto. Alcune di loro tendono le braccia per accogliere i migranti sulla barca, altre alzano le mani in aria dicendo a quelle stesse persone di andare via. La nuova faccia dell’Europa è entrambe le cose. Penso che quello che sta succedendo oggi sia molto più complesso e articolato, il rischio di cadere in uno stereotipo, in un senso o nell’altro, è forte.

Per realizzare questo progetto hai osservato un gruppo di cinquanta migranti in un paese francese di meno di mille persone, Saint-Martory, nel dipartimento dell’Haute-Garonne. Hai chiesto ad ogni persona di rappresentare i propri sentimenti, il proprio atteggiamento verso il prossimo. Credi che siano stati tutti veri?

Sono stati veramente loro, ne sono sicuro, non avevano nulla da nascondere. Penso che la forza di questo progetto sia stato radunare persone con un forte background di idee, di convinzioni politiche, e permettere loro di comunicare un sentimento vero. Penso che le persone si siano rispettate l’una con l’altra proprio perché ognuno di loro era reale. La forza di questo progetto è che queste persone non erano attori, ma erano persone come me e te. È questo il motivo per cui risultano così convinti.

E pensi che questo progetto abbia cambiato qualcosa nelle loro convinzioni?

La mia collaboratrice, Maria Pia Bernardoni, ha intervistato a lungo le persone coinvolte nel progetto, e da queste interviste sono emerse considerazioni interessanti. Non so se il progetto abbia cambiato radicalmente l’idea politica di quelle persone, probabilmente chi era contrario all’accoglienza è rimasto contrario, così come chi era favorevole. Di sicuro, durante le giornate trascorse insieme, si è creato un clima di collaborazione in cui tutti hanno lavorato all’allestimento dei set, hanno mangiato l’uno accanto all’altro per giorni e hanno partecipato alla realizzazione di fotografie che hanno poi visto pubblicate sui giornali. In una comunità di persone, tutto questo può essere determinante. Questo progetto ha permesso alle persone di conoscersi, di avvicinarsi, di rompere quel muro di paura verso lo sconosciuto che, prima, senz’altro contribuiva a costruire le loro convinzioni.

Quando sei andato in quel piccolo paese francese, sapevi che cosa avresti trovato?

Sì, sapevo perfettamente ciò che avrei trovato. Non era la prima volta che lavoravo all’interno di un piccolo paese, lo avevo fatto a lungo in Africa. Conoscevo quindi la mentalità di quei luoghi. In Congo, in Francia, in Italia, nei piccoli paesi ho sempre notato la paura verso ciò che non si conosce. Sapevo che avrei trovato persone preoccupate e spaventate dall’arrivo di questo gruppo di migranti, ma volevo vedere di persona le loro reazioni, il modo in cui avrebbero combattuto e il modo in cui tutto sarebbe evoluto.

Nei piccoli paesi c’è più paura, questo è vero. Ma, rispetto alle grandi città, l’ambiente è meno artificiale e prevale l’esperienza umana, forse tutto si risolve più rapidamene. Sei d’accordo?

Non ho dati in questo senso. Probabilmente è vero che nella città c’è maggiore predisposizione all’accoglienza, ma è anche vero che nelle piccole comunità, una volta superata la barriera della diffidenza, l’integrazione è più rapida. Tieni conto che, spesso, gli stessi migranti provengono da piccoli paesi, come se parlassero la stessa lingua. Però so anche che, chi al momento di votare si esprime contro il presente e, spesso, teme il futuro, raramente vive nelle grandi città. Questo perché non hanno contatti diretti con gli stranieri, li vedono in televisione, quindi si crea un paura tutta costruita verso il crimine, verso il terrorismo, verso il disordine. Non voglio dire che nelle città siano tutti a favore e nei piccoli paesi tutti contro, ma so che è questo punto è molto più articolato di quanto possiamo immaginare.

Anni fa pochi fotografavano l’Europa, era un continente consideato immobile, le storie si andavano a cercare in Africa. Tu hai vissuto in entrambi i continenti, pensi che i fotografi oggi stiano iniziando a scoprire l’Europa?

Penso che le storie continuino ad avvenire in Africa, in Europa e nel resto del mondo. Penso però che in Europa stiano cambiando i fondamentali del mondo democratico, ci stiamo interrogando su che cosa sia una democrazia in grado di funzionare. E i cambiamenti fondamentali di oggi riguardano, appunto, i principi della democrazia.

Penso che le storie continuino ad avvenire in Africa, in Europa e nel resto del mondo. Penso però che in Europa stiano cambiando i fondamentali del mondo democratico.

I tuoi progetti possono nascere da disegni, dalla musica. Sembra che tu traduca in immagini ciò che senti, piuttosto che ciò che vedi. È così?

In realtà ci sono entrambi gli elementi. Il punto di partenza è sempre una storia e, in particolare, la storia delle persone e delle comunità su cui decido di lavorare. Il processo creativo inizia con l’ascolto degli altri, può essere un’intervista, può essere la traduzione e la decodifica di una canzone che fa parte di una tradizione locale. A quel punto, intervengo con una rappresentazione personale della storia che mi ha interessato. Si tratta sempre della mia interpretazione visuale della storia che ho ascoltato e conosciuto.

E l’essere umano è sempre al centro del tuo lavoro?

Sì, al centro ci sono le persone. Non tanto la rappresentazione delle persone, ma come esse evolvono all’interno del mio processo creativo. Nei miei lavori, le persone interpretano sempre se stesse. Quello che mi interessa è trasformare le persone in attori.

Perché pensi che siamo così spaventati dal cambiamento?

Questa è una cosa del tutto umana. Viviamo tutti in una forma di routine molto rassicurante. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo.

Viviamo tutti in una forma di routine molto rassicurante. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo.

Ma oggi possiamo conoscere tutto.

Sì, ma non abbiamo memoria. Possiamo sapere tutto ciò che accade qui e ora, ma ripetiamo nel tempo gli stessi errori. È una cosa veramente strana e un po’ folle. Siamo la specie più intelligente del pianeta ma, a differenza degli animali, ripetiamo gli stessi errori del passato, non ricordiamo, non impariamo.

Tu hai vissuto più di trent’anni fuori dalla Francia, prevalentemente in Africa. Come ti sei sentito durante la tua vita fuori dal tuo Paese?

Mi sono sentito come un migrante permanente. Ho lasciato la Francia quando avevo sei anni e, da allora, ho dovuto costantemente ricominciare, ripartire. La mia partenza, naturalmente, non derivava dalla fuga da una guerra, era una decisione positiva, non stavo scappando da nulla, stavo scegliendo di partire. Ma so che cosa significa lasciarsi un luogo alle spalle, abbandonare ciò che hai costruito e cercare di ricominciare.

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