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Paolo Verzone: mi piace risolvere problemi, sono sfide continue

Paolo Verzone, tu hai vissuto a lungo a Parigi e in Spagna, lavori con riviste di ogni parte del mondo. Pensi che oggi ci siano nicchie interessanti e di successo nell’editoria?

Senza dubbio alcuni giornali, in alcuni momenti, hanno crisi e si riprendono. Ma ciò che trovo più interessante è che, oggi, noi fotografi possiamo lavorare con il mondo intero, e questo facilita molto il nostro lavoro. Anziché cercare un referente a livello locale, dove magari si sente di più la crisi, lavori con un un magazine dall’altra parte del mondo in grado di funzionare molto bene. Spesso i giornali che hanno sede dall’altra parte del mondo hanno necessità di lavori locali, in Francia, in Italia, in Spagna… Insomma, vivi in un luogo e attingi ad una clientela illimitata, non sei più vincolato al tuo mercato locale.

In generale, le nicchie funzionano meglio dei magazine generalisti?

Ti faccio l’esempio della rivista tedesca Mare. Più di vent’anni fa, hanno scelto di non fare un giornale generalista, si sono specializzati e sono diventati i migliori a fare storie di mare, in tutte le declinazioni. Stampano ogni numero come se fosse un libro e da vent’anni vivono solo su abbonati, sono cresciuti, hanno creato una televisione. Ho fatto un lavoro per loro in una base scientifica alle Isole Svalbard, siamo stati una settimana all’interno delle isole a parlare con tutti, gli abitanti, i minatori, i maestri di scuola. Abbiamo tirato fuori una storia vera che la rivista si è incaricata di produrre, insomma, il sogno di qualsiasi fotografo.

Ciò che trovo interessante è che, oggi, noi fotografi possiamo lavorare con il mondo intero, e questo facilita molto il nostro lavoro.

E da parte tua, come individui un filone in grado di funzionare?

Sono i filoni che individuano te, basta avere gli occhi aperti per vederli. Il lavoro sull’Artico, per esempio, è un lavoro sulla scienza e sul clima, ho scelto l’Artico per delimitare un territorio. Sono andato la prima volta con Le Monde per un assegnato, avevo già una grande passione personale per l’Artico, così sono partito appena mi è stato proposto. Sono andato con Le Monde per una settimana per raccontare una base scientifica. Ho visto questo posto, ho pensato che fosse eccezionale e ho iniziato a studiare come le missioni scientifiche si muovono in questi luoghi. Nell’Artico cambia tutto, cambiano le abitudini, cambiano le regole sociali, cambiano i comportamenti delle persone. Sei tu che ti devi adattare all’ambiente, non puoi modificare l’ambiente a tuo favore. Ci metti un attimo a farti male, le forze naturali sono preponderanti. Ho osservato come noi, in questo mondo, non siamo più abituati a rispondere fisicamente di noi stessi, perché viviamo protetti. Nell’Artico non sei protetto, ho trovato incredibile poter raccontare una storia di questo genere.

Quando hai un’idea, come ne verifichi la forza?

Ti racconto cosa è successo per l’Artico e per il lavoro sui Cadetti. All’inizio ho visto un caso, una base scientifica o un’accademia militare, e mi sono chiesto: sarà dappertutto così? Questo tipo di narrativa, sarà la stessa anche da altre parti? Così ho iniziato a visitare situazioni simili, per cercare di trovare una narrazione più ampia. Trovi una pista e inizi a scandagliarla in tutte le direzioni, finché non prende consistenza e diventa qualcosa di più definito.

Trovi una pista e inizi a scandagliarla in tutte le direzioni, finché non prende consistenza e diventa qualcosa di più definito.

E come fai a non perdere la concentrazione sul progetto?

La concentrazione sul lavoro è molto maggiore in situazioni del genere. Sono luoghi dove sei con pochissime persone, hai di fronte la natura, non hai distrazioni, non c’è rumore, l’unico rumore è il tuo.

Quanto torni da questi viaggi, hai un gran numero foto che non utilizzi nell’immediato. Lavori molto con il tuo archivio?

Certo, lo riguardo spesso. Specialmente in questa fase, quando il lavoro non è ancora concluso. In questo momento, vendo i singoli capitoli ai giornali e questo mi permette di finanziare il proseguimento del lavoro. È un continuo lavoro, ciò che hai fatto serve per finanziare ciò che farai. È tutto sempre in fase di scrittura. Sui progetti più storici, quelli che possiamo considerare chiusi, l’archivio serve anche per riaprire un lavoro e rifarlo in tutto un altro modo. Per i progetti più storici, guardare l’archivio è un modo per affrontare un nuovo tema.

Ti capita di aver fretta di concludere un progetto?

No, per esempio non so se farò un libro sulla storia dell’Artico. Oggi vedo una corsa a fare libri di qualsiasi argomento, anche quando l’hai solo sfiorato. La gente non ha voglia di vedere un libro che sta in piedi solo perché avevi voglia di farlo. Molti libri spariranno da soli. Prima di chiudere un progetto in una cosa importante come un libro, bisogna pensarci cento volte.

Ti chiedi mai, di fronte a progetti così complessi e ampi, se la fotografia è sufficiente?

Sì, me lo chiedo sempre più spesso. Infatti, sto raccogliendo anche una grande quantità di contributi video. Ci sono lavori per cui, forse, non basta la fotografia. Mentre sono in un luogo realizzo video che potrebbero servirmi tra qualche anno, quando troverò una chiave di lettura.

La gente non ha voglia di vedere un libro che sta in piedi solo perché avevi voglia di farlo.

Anche perché sono situazioni che non puoi ripetere.

Non le recuperi più. A volte l’accesso è molto complicato, ci sono basi russe per cui impieghi un anno ad ottenere le autorizzazioni. Quando riesci ad entrare, fai cose anche sperimentali, registri il vento, registri situazioni quasi lunari. Tutto materiale che tieni da parte, anche se non ha un’utilità nell’immediato.

Queste sono cose che ti insegnano in una scuola di fotografia?

Dipende dalla scuola. Direi che alla domanda se serve o non serve una scuola di fotografia, la risposta è: dipende dalla scuola. È cambiato molto il concetto di scuola. Servono le scuole in cui ti confronti con insegnanti contemporanei, cioè con persone che stanno lavorando in questo preciso momento e che ti possono insegnare che cosa è utile al mercato. Loro possono insegnarti che ragionare in un certo modo può aiutarti a lavorare. Trovo migliori le scuole di oggi rispetto a quelle del passato. In passato, il fotografo era considerato una maestranza, per cui ti formavano da un punto di vista tecnico. Oggi le macchine fanno tutto da sole, non c’è più bisogno di qualcuno che ti spieghi come funzionano. Oggi ti spiegano come, grazie a quella tecnica che diamo per scontata, tu puoi arrivare a creare dei contenuti e a venderli. Creazione di contenuti, creazione di contenuti validi per un mercato attuale, come vendere quei contenuti e portarli alla destinazione finale.

Quale è la capacità che ti fa vendere un servizio?

Capire la sua destinazione finale, o come lo puoi declinare a seconda della destinazione finale. Puoi montare lo stesso servizio in modo diverso a seconda del cliente. Succede anche con i progetti più personali. Il mio lavoro sulle accademie militari è stato montato in modi molto diversi a seconda della destinazione: ne abbiamo ricavato un lavoro sulle donne, un lavoro solo sugli ufficiali inglesi, un dialogo tra Europa dell’est e dell’ovest. Puoi modificare un contenuto in base alla destinazione finale.

In tutto questo, far parte di un’agenzia, nel tuo caso Agence VU, è di aiuto?

Le agenzie hanno cambiato completamente ruolo negli ultimi anni. Le agenzie non servono più per metterti in contatto con il cliente finale, ovvero la funzione per cui sono nate. Oggi con il cliente finale ci entri in contatto da solo. Le agenzie devono proporsi anche come veicolo di contenuti culturali, a VU sono bravissimi in questo.

Le agenzie non servono più per metterti in contatto con il cliente finale, ovvero la funzione per cui sono nate. Le agenzie devono proporsi anche come veicolo di contenuti culturali.

Nel concreto, veicolare un contenuto culturale che cosa significa?

Il settore culturale, in Francia, ha per esempio generato la Mission photographique de la Datar, sulla quale aveva lavorato anche Gabriele Basilico. Una missione di indagine sul territorio francese. Lo Stato francese, i comuni, i musei, hanno un rapporto molto vivo con la fotografia, come declinazione culturale delle loro attività. Per esempio, a VU hanno un catalogo completo di mostre già prodotte, così arriva un’istituzione, anche regionale o locale, e può scegliere una mostra che racconti il suo territorio. In altri casi, un determinato comune commissiona un lavoro sul suo territorio. Il fotografo ha due o tre settimane per lavorare, fa la mostra e lascia in archivio una serie di stampe che restano come patrimonio di quel Comune. Questi sono esempi di lavoro del settore culturale di un’agenzia, la fotografia entra a far parte della cultura collettiva. E anche le aziende, alla fine, vengono a cercarti per quell’identità che ti rende riconoscibile da un punto di vista professionale.

Che cosa è meglio: essere molto selettivi o prendere tutto e declinarlo poi a proprio vantaggio?

Devi essere entrambe le cose. Da una parte devi essere molto selettivo, dall’altra devi prendere tutto e devi adattarti a fare cose anche lontane da quello che fai d’abitudine. Devi ricordarti sempre che c’è una parte di lavoro che deve mantenere, e un’altra parte che deve evolvere. La parte che evolve è quella che porterà lavoro a quella che ti mantiene. Prendi il mio lavoro sulle accademie, se avessi lavorato solo con le aziende, cioè la parte che mantiene, e non avessi fatto il lavoro sulle accademie, le aziende avrebbero smesso di cercarmi. Le aziende, a volte, possono non avere il coraggio di farti fare un lavoro come quello sulle accademie, ma ti chiamano perché hai fatto quel tipo di ricerca.

Fare solo ricerca pura, posto che stia in piedi da un punto di vista economico, ti tiene fuori dalla realtà, non credi?

Guarda, sarà che a me piace fare i lavori per le aziende, mi piacciono gli assegnati commerciali. Perché a me diverte risolvere dei problemi, e risolverli sul serio, in poco tempo, di fronte a persone, a situazioni che non conosci. Sono sfide continue. I manager che hanno fretta, le esigenze di chi fa la comunicazione, sono quel tipo di problemi che mi piace affrontare. Prendo molto seriamente questo aspetto del lavoro, devo dire che io vivo anche di queste cose.

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