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James Balog: in “Chasing Ice” ho voluto trasformare la conoscenza in percezione

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James Balog, quando ho visto il documentario Chasing Ice ho pensato che fosse la conferma che la fotografia non deve essere bella, estetica, ma che deve servire a qualcosa. Per quel lavoro, hai posizionato decine di macchine fotografiche nei ghiacciai per documentare gli effetti del cambiamento climatico. Sono nati dei timelapse fondamentali per vedere gli effetti del riscaldamento globale.

La tua è quasi una considerazione metafisica sulla funzione della fotografia. In realtà no, non penso che tutto debba essere sempre e solo utile. Penso che il lato estetico sia una parte molto importante della fotografia, per lo meno all’inizio, nel primo momento in cui osserviamo un’immagine. Penso che nella fotografia dell’ambiente e del paesaggio, il lato estetico sia sempre importante, direi fondamentale. Quel lavoro, The Extreme Ice Survey, è nato da una considerazione. Ci sono molte, moltissime fotografie, realizzate da grandi fotografi che mostrano la bellezza della natura. Molte di essere mi provocano un’emozione. Ma in questo momento, in cui il pianeta sta cambiando così velocemente, ho pensato che dovevamo fare qualcosa di diverso, non solo bellissime fotografie.

Pensi che il linguaggio visivo abbia più forza per farci comprendere il fenomeno, rispetto per esempio alla pubblicazione di dati, alla scrittura di lunghi articoli?

Sì, penso che, in generale, le arti visive abbiano il grande potere di penetrare le menti dell’uomo. Almeno, se lo fai nella direzione giusta. In ogni caso, penso che qualsiasi tipo di lavoro dietro il quale ci sia un’idea, una visione, un’intenzione, abbia la forza di farci allargare la conoscenza su questi temi.

In questo momento, in cui il pianeta sta cambiando così velocemente, ho pensato che dovevamo fare qualcosa di diverso, non solo bellissime fotografie.

Hai posizionato le macchine fotografiche nel ghiaccio per offrire il punto di vista dell’uomo. Avresti potuto usare i droni, o i satelliti, ma avremmo avuto qualcosa di più astratto, più distante da noi, ma non sarebbe stato il punto di vista che sappiamo riconoscere.

Sì, questa è stata una delle questioni fondamentali che ho affrontato prima di iniziare il progetto. Ho parlato con gli scienziati coinvolti e ho detto loro: guardate, dal satellite noi comprendiamo che cosa sta succedendo, i satelliti ci restituiscono dati e valori fondamentali per l’utilizzo scientifico. Ma sono immagini molto distanti dal cuore e dalla mente degli esseri umani. Se affrontiamo lo stesso tema, ma lo facciamo da un livello più vicino, dalla Terra, allora possiamo creare una vera vibrazione.

La domanda che ci siamo fatti tutti quando abbiamo visto il documentario è semplice: se quelle macchine fotografiche si fossero rotte e avessero smesso di scattare? Se tutto il lavoro fosse andato in fumo per un problema alla tecnologia? Quale era il tuo morale durante l’attesa per il recupero dei file?

Quell’anno sono stato molto nervoso, davvero molto nervoso. Quello era il grosso problema. Quando ho iniziato il progetto Extreme Ice Survey, che poi è stato raccontato nel documentario Chasing Ice, non sapevo quale tecnologia usare, non sapevo se avrei trovato macchine fotografiche capaci di resistere a quelle temperature per un anno intero, non sapevo dove poter mettere le macchine fotografiche e non sapevo neanche se avrei ottenuto fotografie interessanti per il progetto. Oggi noi guardiamo quelle foto e tutto sembra ovvio, ma prima di iniziare non sapevamo nulla. Ciò che ripetevo nella mia testa era: potrei ottenere qualcosa, potrei non ottenere nulla, non so, davvero non posso sapere. Alla fine la tecnologia si è comportata molto bene.

Prima di iniziare il progetto Extreme Ice Survey, il cambiamento climatico era un tema importante per te?

Ho iniziato ad occuparmene qualche anno prima, nel 1998 direi più come persona che come fotografo. Poi ho iniziato a lavorarci seriamente nel 2005, per una storia per il New Yorker. Dal 1998 al 2005 ho pensato al progetto, ho pensato a come potevo ricavarne qualcosa di valido da un punto di vista fotografico, ma non mi veniva in mente nessuna idea interessante. Sapevo che il punto migliore da cui partire per mostrare il cambiamento climatico erano i ghiacciai, ma non riuscivo a trovare un buon modo per farlo. Extreme Ice Survey non è nato come progetto per il National Geographic, ho prodotto personalmente le prime fasi del lavoro.

Infatti, volevo chiederti come finanzi i tuoi progetti.

Ogni progetto ha una sua storia. Negli anni ’80 e ’90 ho lavorato molto con gli assegnati per i magazine. In realtà, sappiamo che non guadagni mai troppi soldi facendo il fotografo, devi attivare un tuo sistema personale per rendere sostenibili i progetti, per trovare il break-even. Extreme Ice Survey è stato un progetto molto costoso. C’è voluto quasi mezzo milione di dollari solo per comprare le macchine fotografiche e dotarle della tecnologia per resistere nel ghiaccio. Ho trovato questo denaro tramite alcuni grant dedicati all’ambiente e ad alcune fondazioni scientifiche. E, subito dopo, le persone hanno iniziato a reagire al progetto e hanno fatto molte donazioni individuali.

C’è voluto quasi mezzo milione di dollari solo per comprare le macchine fotografiche e dotarle della tecnologia per resistere nel ghiaccio.

Sono arrivate donazioni da tutto il mondo?

No, direi principalmente dagli Stati Uniti. Ho fatto anche molti interventi e discorsi pubblici per corporation e grandi eventi e ho utilizzati i fee per sostenere il progetto.

Parliamo de tuo secondo grande progetto, The Human Element. Perché hai analizzato gli effetti dell’inquinamento concentrandoti solo sulla popolazione americana?

Perché volevo creare una sorta di specchio. Primo, volevo far capire come le decisioni della società possono avere una grande influenza sul sistema politico ed economico. Secondo, quando gli americani vedono la notizia di un’alluvione nelle Filippine, o in Bangladesh, la considerano una storia distante, senza alcuna conseguenza sulla loro vita quotidiana. La gente scrolla le spalle e pensa: non mi riguarda. Quindi, volevo mostrare che cosa succedeva a noi, dietro casa.

Per questo dici che il cambiamento climatico è una “human issue” non una “political issue”?

Quando ho iniziato a lavorare su Extreme Ice Survey, ho pensato: ok, stiamo capendo dalla scienza e dalla tecnologia che cosa sta succedendo. Ma adesso dobbiamo trasformare la conoscenza in percezione. Tutta la scienza, la tecnologia, la ricerca è nulla senza la psicologia, la filosofia, la morale, la cultura. Penso sia questo il passaggio da problema politico a problema dell’umanità.

Quando ho iniziato a lavorare su Extreme Ice Survey, ho pensato: ok, stiamo capendo dalla scienza e dalla tecnologia che cosa sta succedendo. Ma adesso dobbiamo trasformare la conoscenza in percezione.

Per quanto riguarda il tuo metodo di lavoro, ci sono punti in comune tra Extreme Ice Survey e The Human Element?

No, direi di no. Ogni progetto è differente. Ci sono problemi diversi, diverse cose che vuoi dire, diversi strumenti da utilizzare. Forse c’è un punto in comune. Devo dire che molta della fotografia che vediamo e produciamo riguarda il fatto di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, insomma tutto ruota intorno ai singoli scatti. Nei miei due progetti di cui stiamo parlando, ho usato molto il timelapse piuttosto che il singolo scatto perché volevo riprendere gli eventi nel tempo, volevo riprendere il cambiamento delle cose piuttosto che le singole cose.

Per il tempo e le energie che hai dedicato, questi non sono progetti fotografici, ma sono progetti di vita. Pensi di aver raggiunto i tuoi obiettivi?

Questi progetti assomigliano molto al modo in cui funziona la mia vita. Una missione, una vocazione. Ho sempre cercato di dare alla mia vita più profondità e più valore e questo mi ha tenuto in piedi quando mi sono trovato a dover gestire periodi incredibilmente complessi come lo sviluppo di un progetto, la sua amministrazione, la ricerca dei fondi. Ma quando poi mi sono sentito più tranquillo, più solido, e mi sono fermato a pensare, tutto corrispondeva esattamente a ciò che avrei voluto fare. Ogni tanto, quando mi chiedo quale sia la storia da raccontare, penso: se mi fossi trovato in Normandia, la mattina del 6 giugno 1943, avrei fotografato l’alba e i fiori sulla spiaggia, oppure avrei fotografato ciò che realmente stava accadendo intorno a me?