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Valerio Bispuri: sentire e vedere, da questo equilibrio nasce una grande foto

Valerio, il tuo progetto Encerrados sulle carceri sudamericane è durato dieci anni. Mi chiedo come cambi la tua opinione, il tuo modo di fotografare, nel corso di un periodo così lungo.

Il punto di vista cambia, nel tempo entro in profondità. Ma seguo una linea che il più delle volte non è razionale. E quando un lavoro come Encerrados è finito, allora recuperi tutto il materiale che hai scattato e anche se le immagini così distanti nel tempo possono essere diverse, tutto si lega.

Come se la ragione fondamentale che ti ha portato a scattare la foto non cambiasse. Però evolve il tuo punto di vista sul fenomeno.

L’immagine parte sempre dalla base emotiva e al momento dello scatto non c’è alcuna razionalità. La grande fotografia è l’esatto bilanciamento tra quello che senti e quello che vedi, tra ciò che provi e ciò che è la realtà. Se ti sposti troppo verso ciò che senti, la fotografia diventa artistica e altera la realtà. Se invece ti sposti troppo verso l’esterno di te, il risultato è povero della sua parte emotiva. Sentire e vedere, interno ed esterno, è in questo equilibrio che nasce una grande foto. In un lavoro di lungo periodo, di dieci anni, hai il tempo per arrivare ad ottenere questo bilanciamento tra la parte razionale e la parte istintiva.

La grande fotografia è l’esatto bilanciamento tra quello che senti e quello che vedi, tra ciò che provi e ciò che è la realtà.

L’estetica quando arriva?

L’estetica dev’essere funzionale. È un terzo passaggio. L’obiettivo della mia fotografia è indagare e poi mostrare l’indagine, e la parte estetica è funzionale proprio per questo lavoro di comunicazione.

Con Encerrados mi è sembrato che volessi indagare un fenomeno più che le storie individuali.

Assolutamente. A me interessava raccontare un continente e cercavo una storia che mi permettesse di farlo. L’idea di andare a fotografare le carceri è stata abbastanza casuale. Dieci anni fa, in Ecuador ho incontrato un giornalista che aveva scritto un saggio sul nuovo sistema carcerario nel Paese e mi ha invitato, come reporter straniero, ad andarle a visitare. Ho iniziato questo progetto completamente impreparato. Dopo aver visitato una decina di carceri in Ecuador sono tornato in Argentina e ho pensato di approfondire anche qui. In Argentina è nata l’idea del progetto strutturato. Notavo che le persone bevevano il mate nelle celle, parlavano di calcio, a volte mi sembrava un bar, non c’era tutta la tensione che avevo visto nelle carceri dell’Ecuador. È lì che ho pensato che un carcere potesse raccontare un Paese e un Continente.

È raro, oggi, incontrare un fotografo che ammette di aver iniziato un progetto senza sapere dove lo avrebbe portato.

Dico sempre ai miei studenti, durante i workshop, di non pensare subito a vendere, ad avere uno sbocco, ma pensare a fare qualcosa che senti. E a fare qualcosa che abbia bisogno di tempo, perché solo attraverso il tempo lavori sulla profondità.
Oggi la fotografia ha documentato tutto, l’unica possibilità per fare un buon lavoro è andare in profondità. E la profondità la puoi avere solo attraverso il tempo.

Oggi la fotografia ha documentato tutto, l’unica possibilità per fare un buon lavoro è andare in profondità.

Pensi che i tuoi colleghi condividano questo approccio?

In realtà, io porto avanti un discorso molto solitario, non mi interessa più la cronaca, non mi interessa più la bella foto. Cerco, appunto, la mia profondità.

Che cosa pensi sia evoluto, in te, dal primo al settantaquattresimo carcere?

Il rapporto con i detenuti. Al primo carcere ero un estraneo, dopo sono diventato uno di loro, sapevo entrare, conoscevo le abitudini, i meccanismi, ho imparato a muovermi.

Ogni Paese ha le sue carceri?

Le carceri sono uno specchio del Paese. In Venezuela i detenuti hanno le armi, così come le hanno fuori. In Venezuela c’era un muro dove i detenuti sparavano quando un capo usciva, per festeggiarlo. Ma il carcere è anche uno specchio delle persone. L’errore è pensare che chi sta in carcere sia diverso da noi, non è così. La maggior parte delle persone sono come noi. Nel carcere prende vita questo sentimento sudamericano della rabbia. La rabbia intesa come espressione di forza, il voler andare avanti comunque. Il suicidio è praticamente inesistente nelle carceri sudamericane. Questa rabbia è contrapposta alla rabbia intesa come violenza. Ho trovato entrambi i tipi di rabbia.

Queste persone erano in carcere per periodi lunghi?

Nei paesi sudamericani non esiste l’ergastolo, al massimo la detenzione dura venti o trent’anni. Il problema è che chi è in attesa di giudizio o chi ha una pena minore può stare in cella insieme a persone con pene più pesanti. Il problema del Sudamerica è il caos. Dentro e fuori dal carcere, non ci sono suddivisioni. D’altra parte gestire una quantità di prigionieri e detenuti del genere è difficile, soprattutto in continente poco abituato alla razionalità e all’ordine.

In effetti in queste fotografie c’è molto movimento, disordine, ci sono sempre diversi piani.

Io fotografo in modo sporco, irregolare, non preciso. Indagare vuol dire raccontare la realtà, e la realtà ha sempre molti piani, non c’è mai il particolare isolato. Lo sguardo umano è fatto di movimento. Il carcere è uno dei posti più confusi al mondo, uno tra i più destrutturati, ci sono spazi piccolissimi con decine di persone che si muovono. Spesso devi fotografare senza vedere, solo ciò che senti intorno a te.

Indagare vuol dire raccontare la realtà, e la realtà ha sempre molti piani, non c’è mai il particolare isolato.

Non avevi un obiettivo, ma ti sei dato un metodo?

Diffido molto dai fotografi che dicono di avere un metodo di lavoro. Il metodo è interno, non c’è una regola. Una fotografia, anche di reportage, ha molto sentimento. Dico sempre ai miei studenti di guardare la realtà in qualsiasi momento, di ascoltare i discorsi delle persone che parlano vicino a loro, questa è la realtà da cui nasce l’indagine.

Quando hai pensato che Encerrados dovesse diventare un libro?

Passare al libro è stato difficilissimo, quando ho finito il progetto nessuno era interessato al libro. Il costo di un libro è molto elevato. Ma nel febbraio 2014, sono andato in finale al Photo Evidence e il primo premio era la pubblicazione di un libro. Sono arrivato secondo, questo mi ha fatto pensare seriamente a realizzare un volume e l’unico sistema per farlo era il crowdfounding.

Come hai gestito il crowdfounding?

È stato massacrante. Ho chiesto ventiduemila euro per realizzare il libro. Innanzitutto ho sfruttato la popolarità di un documentario su di me realizzato da Sky Arte. Poi ho avuto la collaborazione di tre persone, una al nord, una a Roma e una al sud. Infine ho lavorato molto con i social. Il crowdfounding può riuscire solo se interessi la terza fascia, gli sconosciuti. La prima fascia sono quelli che ti conoscono, la seconda fascia sono gli interessati alla fotografia, la terza fascia sono gli sconosciuti che non sono interessati alla fotografia. Se conquisti qualcuno che non è interessato alla fotografia, che non conosce il fotografo, allora il crowdfounding funziona.

Per interessare la terza fascia devi spogliare il progetto dagli aspetti più tecnici?

L’ho comunicato come un progetto sulla vita dentro un carcere, al quale ho aggiunto un’idea di denuncia. Poi ho lavorato in modo sistematico, avevo sessanta giorni e ventiduemila euro, ogni giorno dovevo raggiungere quattrocento euro di contributi.

Hai lavorato sulle grandi donazioni o sulle donazioni frazionate?

Bisogna lavorare alle donazioni grandi, i workshop, i libri firmati. Ho avuto anche sorprese, una persona ha dato mille euro per prendere un caffé con me, per parlare del mio lavoro, aveva visto il documentario su Sky Arte ed era rimasto entusiasta.

Quando è iniziata l’ascesa di Encerrados?

Con la mostra a Perpignan del 2011. Ed è nata per caso, Jean Francois Leroy camminava in un corridoio e io gli ho dato un cd in mano. Dopo due mesi mi è arriva una sua email in cui mi diceva che voleva fare una mostra. Se il lavoro ha un suo valore, non devi costruirci molto intorno.

Quando sviluppi il progetto ti confronti molto, lo racconti?

Nella prima parte di Encerrados mi sono confrontato poco. Però normalmente serve raccontare l’idea. Mi sono confrontato durante la seconda parte del reportage, all’inizio ho lavorato più in solitaria. Di solito ho una mia idea della fotografia e la porto avanti.

Quale è il momento di maggior confronto?

L’editing, durante il quale c’è bisogno assoluto del confronto. Non puoi fare un editing da solo, c’è bisogno di altri fotografi, dei photo editor. In questo progetto le foto erano moltissime. Il reportage deve avere una sua musica, l’editing è un momento fondamentale.

In carcere hai fotografato più i detenuti che le guardie.

Sì. Le guardie sono esterne al carcere, non sono mai coinvolte. I detenuti sono rinchiusi, la guardia esce. La relazione tra detenuti e guardie non è molto interessante, l’ho trovata quasi sempre uguale. Le guardie cercano, in modo più o meno severo, di dirigere o calmare i detenuti.

Ti sei mai sentito guidato o manipolato nel tuo lavoro?

No, ho fotografato ciò che interessava a me. Le guardie mi hanno lasciato molto libero. La comunicazione è una cosa determinante in questo lavoro, se riesci a comunicare con le guardie riesci ad ottenere quello che vuoi.

Nemmeno dai detenuti ti sei sentito guidato?

Il più delle volte, mi hanno mostrato tutto. Molti cercavano di cambiare le cose della realtà in cui vivevano. I carcerati mi hanno mostrato ciò che era il loro carcere. La manipolazione può avvenire da parte delle guardie, che non vogliono denunce sui malfunzionamenti. Nel carcere di Mendoza, durante la visita al padiglione numero cinque che è poi stato demolito dopo l’esposizione di Encerrados a Buenos Aires, sono stati proprio i detenuti a guidarmi.

Quando andrai a presentare questo progetto nelle carceri, che cosa pensi di fare?

Sicuramente vorrei un confronto tra i detenuti stessi, vorrei coinvolgerli, più che ripetere le presentazioni che sto facendo qui.

Quanto tempo restavi nel carcere?

Dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio.

Le storie individuali ti interessavano?

Potevano anche interessarmi, ma erano talmente tante che era impossibile seguirle tutte. In ogni caso, mi muovevo interessato al sistema più che alla denuncia.

Riesci ad indagare a fondo con un racconto per immagini?

La fotografia fine a sé stessa non mi interessa, per me la fotografia è indagine. La base della mia etica fotografica è l’indagine. Ho fatto per molti anni il giornalista e ho iniziato fare il fotoreporter tardi, a ventinove anni, quando trovavo le parole troppo poco forti rispetto alle immagini. La parola non è una prova, l’immagine lo è.