tony thorimbert fotografia

Toni Thorimbert: quando manca il rischio, tutto ti annoia

--:-- --:--

Thorimbert, perché un fotografo accetta di farsi intervistare, aggiunge qualcosa rispetto a quello che già comunica con le fotografie?

Aggiunge molto. A me non dispiace, perché vieni messo di fronte a nuove cose di te. Potremmo chiederci anche che cosa spinge qualcuno a farsi fotografare. Lo fai per vedere come sei negli occhi di qualcun altro. L’immagine che hai di te stesso si arricchisce di un nuovo punto di vista.

Ci sono fotografi molto imprenditori, costruiscono strutture, creano un’impresa. Poi ci sono fotografi, altrettanto professionisti, ma più solitari. Tu da che parte stai?

Sono trasversale, frequento da sempre tanti ambienti, sono un eclettico, penso di aver fotografato tutto, un po’ per curiosità e un po’ per necessità. Ho iniziato senza avere le spalle coperte, ho addirittura fatto lo stampatore, insomma io vivevo davvero di quel denaro. Devo dire che amo molto lavorare negli studi piccoli, in situazioni intime. All’inizio, in America, ho avuto grossi problemi, si lavora con troupe molto numerose, organizzazioni enormi che diventano un ostacolo anziché un aiuto. Ci sono fotografi con tre assistenti, ma anche di più.

Sono trasversale, frequento da sempre tanti ambienti, sono un eclettico, penso di aver fotografato tutto, un po’ per curiosità e un po’ per necessità.

Ognuno ha un ruolo definito?

Sì, uno sa solo telefonare, un altro sa tenere il cavalletto, nulla a che vedere con le capacità di noi italiani. Ho fatto campagne e lavori con trecento persone sui set, tra art director e guardie del corpo, ma questo non mi è né piaciuto né dispiaciuto. Nel tempo ho imparato ad essere estremamente concentrato sul mio obiettivo.

Il tuo è un percorso lineare o c’è stato un momento che hai percepito come una svolta?

C’è stata una svolta, negli anni ‘90. Vengo dalla periferia, negli anni ’70 la periferia di Milano era veramente dura. La fotografia mi ha salvato la vita. Mio papà faceva il grafico, mi è stato trasmesso qualcosa di diverso rispetto ai miei coetanei. Oggi non è più così ma all’epoca le divisioni tra le classi sociali erano profonde, la famiglia in cui nascevi poteva segnare il tuo destino. Erano poche le eccezioni. Crescere in una famiglia più aperta, più creativa, mi ha permesso di guardare oltre quel mondo, di interessarmi all’arte, di sfuggire ad un ambiente fatto di droga e malavita. A Milano ho iniziato a frequentare Gabriele Basilico, Berengo Gardin, Giovanna Calvenzi, erano degli intellettuali della fotografia, hanno allargato la mia visuale. Come ritrattista penso di aver avuto una carriera abbastanza lineare, mentre nella moda, all’inizio degli anni ’90, ho fatto un salto importante. Non ci avevo mai pensato, a questo servono le interviste.

Che cosa pensi sia cambiato, in quel momento, nel tuo modo di fotografare?

Se guardi i miei ritratti, dal 1981 ad oggi, non sono mai cambiati. Anche se sono molto diversi, c’è una forte continuità. Invece, fino agli anni ’90 ho fatto ottima fotografia di moda, ma le mie foto non mi rispecchiavano, erano poco mie. C’è stato un momento in cui sono andato molto in crisi, ho buttato via tutto quello che avevo fatto e ho ricominciato dalla periferia. In quel periodo, Peter Lindbergh mi ha consigliato di andare in America e lì il mio rapporto con la moda è migliorato.

Questa è una domanda per i fotogiornalisti, però la moda ha molto a che fare con il mondo in cui viviamo, penso sia utile anche nel tuo caso. Quando fotografi, ti poni il problema di influenzare chi osserva?

Direi di no. Non ho mai pensato di avere il potere di spostare la percezione delle persone su qualche cosa. Mi sento testimone, nei miei ritratti il massimo della mia pretesa è testimoniare il mio incontro con il soggetto, mi sembra già tanto. Sta agli altri, poi, vederci qualcos’altro. Anche perché più il fotografo cerca di aggiungere valori ed elementi a ciò che fa, più la foto diventa poco interessante.

Tu tendi a togliere?

Sì, assolutamente.

Ho parlato con alcuni fotografi, prima toglievano, poi si sono accorti che la realtà è troppo complessa per ragionare con simboli essenziali.

Ma l’atto del fotografare è togliere, molto più che mettere. Il pezzo di realtà che inquadro, rispetto al mondo, al cosmo, non è assolutamente niente. Devi accettare il fatto che il tuo sguardo non è altro che il tuo, a volte anche inutile, punto di vista sul mondo.

Qualche settimana fa hai scritto sul tuo blog un post molto bello sul lavoro di Settimio Benedusi, che si concludeva dicendo che, già il fatto che il fotografo avesse mostrato una parte di umanità era un risultato. Voi avete ritratto molte celebrità. Ha senso, oggi, fotografare personaggi famosi anziché dedicarsi alle “persone”, al di là degli incarichi professionali?

No, per me non ha mai avuto senso. Il motivo per cui ho fotografato molte celebrità è che non sono mai stato interessato alle celebrità. Accetto l’idea che qualcuno sia famoso, ma lo fotografo come essere umano, come parte dell’umanità, appunto. All’inizio mi documentavo molto sulle persone che andavo a fotografare, ma era una ingenuità, ed era quasi più un intralcio. Penso che sul ritratto mi abbia fatto molto bene tutto il lavoro che ho fatto su me stesso, anche in termini di analisi.

Il motivo per cui ho fotografato molte celebrità è che non sono mai stato interessato alle celebrità.

Stai avviando un laboratorio con Leica Academy, un percorso piuttosto lungo sulla fotografia di moda. Tu hai fatto una scuola di fotografia negli anni ’70, una cosa non comune.

È stata una scuola straordinaria. Credo di avere un attestato di “operaio fotografo”, una cosa talmente poco glamour. E anche il programma non aveva nulla di glamour, credo di aver fotografato una mela per un anno. Sono cose improponibili nelle scuole di oggi. In realtà avevo iniziato la scuola di grafica, dopo il primo anno ho scelto la fotografia.

Pensi che si possa imparare a fare il fotografo?

Molto. Mi trovo spesso ad insegnare, ad una certa età sai delle cose e le trasmetti, è un’esigenza. Da anni ho un programma one-to-one con alcune persone che io chiamo “pazienti” più che “studenti”. In un anno di incontri non cambi te stesso, trovi te stesso. E questo trovare te stesso, ti apre le porte sulle tue potenzialità.

La fotografia sembra essere l’ultimo dei problemi.

La fotografia è un pretesto, quando trovi te stesso puoi realizzarti anche in un ufficio. Ho sempre lavorato sulla fotografia come cura, il mio primo libro si chiama “Transfert” ed è un libro che ha seguito la mia psicanalisi. Nel 1998, ad Arles, ho curato una mostra intitolata “Immagini dal mondo interno” in cui erano presenti fotografi che usavano la fotografia per parlare del loro mondo interiore. Lavorare con gli studenti mi da soddisfazioni incredibili, vedo le persone crescere in sicurezza, in potenzialità espressiva. Non insegno fotografia, insegno l’unica vera necessità di ogni artista, accettare se stesso. Con la Leica Fashion Academy, ho finalmente avuto la possibilità di fare un percorso con molto tempo a disposizione, perché anche il tempo tra una lezione e l’altra è importante. Ho puntato sull’idea di laboratorio. Usare la moda come un terreno sul quale farsi delle domande.

La moda era un buon terreno rispetto, per esempio, al ritratto?

Non avrebbe avuto senso fare un percorso lungo quattro mesi sul ritratto. Il ritratto ha senso nei percorsi one-to-one, è utile per lavorare sulla maturazione delle persone. E poi la moda è un lavoro di gruppo, in cui intervengono tutte le dinamiche relazionali. È un’arte applicata estremamente complessa e, soprattutto, non appena dici che la moda si fa così, già non si fa più così.

Tutto cambia continuamente. Non si rischia di essere schiavi del contemporaneo?

Nella fotografia, l’atteggiamento contemporaneo si distingue da quello moderno e da quello classico perché riguarda qualcosa che avviene qui ed ora, manca di una prospettiva temporale. È prodotto in questo istante, conserva ancora elementi grezzi, non decodificati. Manca tutto quel pensiero sull’opera che lo storicizza e che lo riempie di significati precisi. È questo che lo rende contemporaneo.

Ti prendi molto rischio quando lavori?

Penso di essere un fotografo che conosce la necessità del rischio. Il mio ultimo libro, Seduction of Photography, si trova in una zona di alto rischio. Nelle foto ci sono anche io che fotografo queste donne: mi espongo come fotografo, ma anche come persona. Quando manca il rischio, tutto ti annoia, tutto si appiattisce. In questo momento, nella moda, vedo poco rischio.

La fotografia è meritocratica?

No. Il mercato della fotografia non è assolutamente meritocratico. Oggi può farcela chi si trova nel posto dove le cose funzionano. Essere nel posto giusto al momento giusto con un atteggiamento giusto. Questo può farti funzionare. Questo non significa che chi merita non otterrà risultati, ma dovrà tener conto, oltre alle capacità e al talento, di altre componenti che hanno il loro peso.

Essere nel posto giusto al momento giusto con un atteggiamento giusto. Questo può farti funzionare.

Ottenere il successo quando si è molto giovani rischia di bruciare un fotografo?

La fotografia è un processo lento. Un cantante emerge quando è molto giovane, mentre è raro che un fotografo prima dei quarant’anni abbia consolidato un proprio stile, abbia le idee chiare su che cosa dire. In altri ambiti, a quarant’anni già inizi a ripeterti.

Le cose davvero buone non si producono prima dei trent’anni?

Sì, è vero, puoi fare cose molto forti da giovane, ma il paradosso è che per entrare nel mainstream devi abbandonare i modi che ti hanno reso funzionante. Oggi Craig McDean è uno straordinario fotografo, ma quando ha iniziato era ancora più interessante, molto più sperimentale.

Insomma, per funzionare nel mainstream devi calmarti un po’?

Sì, per rimanere mainstream devi darti una forte calmata. I dieci più grandi al mondo, oggi, sono abbastanza intercambiabili. Il livello di qualità, di confezione, è altissimo, ma si assomigliano molto. In America mi è successo esattamente questo. Sono stato chiamato là perché portavo nella moda un atteggiamento più vero, più vicino alla vita di strada, ma poi, piano piano mi è stato chiesto di smussare, addolcire, finché mi sono trovato a fare foto che ormai non mi riguardavano più molto. In cambio ti viene dato molto: visibilità, denaro, ma devi normalizzarti.