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Stuart Franklin: le storie raramente accadono fuori dalla finestra

Stuart, tu hai studiato geografia, arte e design. Che influenza ha tutto questo quando fai il fotoreporter?

Tutto influenza il mio lavoro. Naturalmente, lo influenzano le cose che ho studiato a scuola. Ma molto di più, lo influenzano le esperienze di vita. Ho iniziato studiando disegno e pittura. Sono materie che ti insegnano a prenderti molta cura nell’approccio al lavoro. Ho studiato fotografia, e qui puoi imparare la tecnica, capire la storia di questo mezzo. Ho poi studiato geografia, una materia che è come un grande polpo. Mette i suoi tentacoli ovunque: la terra, il mare, l’economia, la politica, le etnie, le rappresentanze, la storia. Quindi, tutto questo mi aiuta quando giro il mondo per fotografare.

Quando hai fotografato The Tank Man, in Piazza Tiananmen, sapevi di avere un’icona impressa sulla tua pellicola, o sei stato sorpreso dal modo in cui il mondo ha guardato a questa fotografia?

In quel momento mi trovavo troppo distante dalla scena, ero sul balcone di un hotel. Quel giorno mi venivano in mente le immagini di Praga 1968 di Josef Koudelka, così inquietanti da vedere oggi. E poi mi ricordavo il detto di Robert Capa: se le foto non sono abbastanza buone, non eravate abbastanza vicini. Quindi, sì, sono rimasto sorpreso.

E poi mi ricordavo il detto di Robert Capa: se le foto non sono abbastanza buone, non eravate abbastanza vicini.

Trovo che questa immagine di Piazza Tiananmen sia uno dei rari casi in cui sono diventate icone sia la fotografia sia i video delle dirette televisive. Quale forza aveva questa scena?

Nel libro “No caption needed” è stato suggerito un punto di vista particolare. Questo uomo solo che sfida lo Stato è diventato il simbolo della protesta contro la corruzione e la mancanza di libertà di espressione in Cina. Ma allo stesso tempo, la fotografia è diventata un simbolo, un’icona, di un ideale neoliberale di libertà dallo Stato. Con questa fotografia si è intesa la libertà dalla società stessa, dalla responsabilità comune e così via. Tutto il pensiero che è nato intorno a questa fotografia è molto interessante.

Un anno fa tu hai scritto un articolo polemico riguardo Visa pour l’Image. A Perpignan avevi avuto l’impressione che, siccome il fotografo di guerra non riesce a risolvere i conflitti, non riesce a sensibilizzare in modo così forte il pubblico, allora forse il suo ruolo è stato inutile per tutti questi anni. Quale pensi che sia il ruolo del fotoreporter?

A Perpignan, durante un incontro, i fotografi presenti dissero, stranamente per me, che nel loro lavoro non avevano ottenuto nulla perché le guerre continuavano e sarebbero continuate. Non ero d’accordo. La fotografia di guerra ha avuto un impatto enorme sulla politica e sulla consapevolezza del pubblico. Ho sentito i fotografi che hanno parlato a Perpignan non dare alcun credito ai risultati che altri avevano raggiunto. Don McCullin ha parlato di vergogna, quando era sua la fotografia dal Biafra che ha ispirato la nascita di Medici Senza Frontiere nel 1971. In realtà, non ci sono regole per le persone che lavorano con le macchine fotografiche: si tratta della loro vita e del loro tempo. Ci auguriamo che ci informino onestamente della loro esperienza. Questo è tutto.

In realtà, non ci sono regole per le persone che lavorano con le macchine fotografiche: si tratta della loro vita e del loro tempo. Ci auguriamo che ci informino onestamente della loro esperienza. Questo è tutto.

Si dice che il fotografo di reportage sia un one-man-show: fa tutto da solo. Quanto è importante, anche per un freelance, avere una struttura forte a casa, in grado di dare supporto logistico, commerciale, anche critico al fotografo durante il suo lavoro?

Sono stato fortunato nella mia carriera ad avere il sostegno e l’incoraggiamento di amici e colleghi. Penso che abbiamo sempre bisogno di persone che ci aiutino a far girare le idee, che discutano con noi i progetti, che guardino insieme a noi il lavoro. Sì, questa comunità di supporto è molto importante.

Stile e approccio, secondo te, rappresentano il bagaglio del fotografo. Perché?

Lo stile e l’approccio sono due cose diverse. Il nostro approccio ad una storia dipende normalmente da chi siamo come persona, come autore. In altre parole, l’approccio riguarda il modo in cui ci relazioniamo con il soggetto. Lo stile che usiamo per una fotografia, ad esempio il grande formato, il colore, il tipo di negativo, è una scelta spesso legata alla costruzione di una narrazione che deve essere coerente. All’interno della scelta di stile, il documentario è un tipo di narrazione visiva che scegliamo di usare.

Quando fotografi un paesaggio per i tuoi progetti di landscape photography, hai lo stesso approccio e lo stesso stile del fotogiornalismo?

Ho lo stesso approccio, perché questo è quello che sono: mi muovo gentilmente nel mondo. Lo stile di lavoro, come ho detto prima, è invece molto diverso.

Mi muovo gentilmente nel mondo.

Quando parti per una zona di conflitto, progetti di seguire una storia o cerchi di coprire la notizia? Possono convivere, nella pratica, i due obiettivi?

La notizia è una cosa molto sfaccettata. Non necessariamente è sempre ciò che vediamo alla televisione. Un sacco di notizie non vengono mai segnalate. Molte notizie sono in realtà invisibili: era così, per esempio, durante la Grande Depressione in America negli anni ’30, oppure in Italia durante la crisi di questi ultimi anni. Ed è così se parliamo di disoccupazione, di violenza domestica, di conflitti e di altre cose come queste.
Fotoreporter sono persone che vanno attivamente a caccia di storie, e le storie raramente accadono fuori dalla finestra.