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Simon Roberts: fotografo, etnografo, osservatore sociale

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La mostra “Inizio” di Simon Roberts è visitabile all’interno del Festival Cortona On The Move 2018, fino al 30 settembre 2018.

Simon Roberts, come è cambiata la fotografia di paesaggio in questi anni?

Non è tanto cambiata la fotografia di paesaggio, è cambiato il modo in cui i fotografi guardano al paesaggio. Ci sono diversi modi di guardare al paesaggio. Senza scendere nei dettagli, ci vorrebbero varie conferenze, i New Topographics americani avevano un modo loro di guardare al paesaggio, la Scuola di Dusseldorf ne aveva un altro. Se penso all’attuale fotografia di paesaggio in Inghilterra, vedo che i fotografi sono meno interessati alla dimensione del paesaggio e si concentrano di più sui dettagli, fanno qualcosa di simile a dei close up, qualcosa di più vicino alla street photography.

Quale è la connessione tra cultura e paesaggio?

Si influenzano l’uno con l’altra. Creiamo un paesaggio sulle basi della nostra cultura. E la cultura è determinata dal paesaggio che viviamo. Prendiamo la cultura in Italia, è influenzata dal tipico paesaggio italiano, non ci sono dubbi. Ma è influenzata più che altro da quel senso particolare del paesaggio, da una particolare percezione del paesaggio. All’estero, in alcuni casi, viene ricreato il tipico paesaggio italiano come immagine di un certo tipo di cultura.

Creiamo un paesaggio sulle basi della nostra cultura. E la cultura è determinata dal paesaggio che viviamo.

Lavori con fondazioni, musei, gallerie. Questo significa che sei in grado di controllare meglio il tuo lavoro?

Quando fotografo per musei, anche supportato da commissioni, vengo scelto per il mio modo di fotografare e quindi per una mia personale visione delle cose del mondo. Non sento alcuna restrizione nel mio modo di fare fotografia. Non mi sento nemmeno influenzato nel modo di portare a termine il mio lavoro. Questa è una libertà che non posso avere, per esempio, lavorando con i magazine o con l’advertising, dove le immagini sono completamente costruite da un direttore creativo.

Ti sei mosso in questo modo fin dall’inizio?

Sono sempre stato interessato a comunicare la mia idea piuttosto che ad illustrare l’idea di qualcun altro. È sempre stato molto difficile. È molto difficile lavorare senza perdere il controllo sulle fotografie. Sì, in questo momento mi sento completamente autore del mio lavoro.

Hai realizzato un lavoro, Urban Parks, sul legame tra parchi urbani e comunità. Una comunità ha bisogno di un parco per essere tale?

Nell’ambiente urbano, i parchi sono diventati sempre più importanti, direi che oggi sono fondamentali per aggregare il tessuto sociale. Fanno parte di un programma di aggregazione tipico delle città industriali, per aiutare la comunità. Trasformare le aree industriali in zone di condivisione è un passaggio fondamentale nella pianificazione di una città.

Abbiamo bisogno di spazi fisici di condivisione, nonostante tutto il virtuale?

Assolutamente sì, mai come oggi ne abbiamo bisogno. Ci sono studi che dimostrano questa necessità, gli spazi aperti sono indispensabili al nostro benessere mentale.

Hai seguito le elezioni britanniche per un progetto particolare. Come è iniziato questo lavoro?

È stato un assegnato da parte del governo britannico. L’obiettivo era indagare le connessioni tra la politica e la fotografia. Ci sono molti partiti politici, direi la maggioranza, che tendono a controllare le immagini, e questo passa anche attraverso la manipolazione. Il mio lavoro è stato lavorare al di sopra o dietro la stampa, per capire quale fosse la relazione tra l’immagine e la politica.

Hai prodotto numerosi libri sui tuoi lavori. Perché ti interessa che il tuo lavoro esca in un libro?

Il libro fotografico mi offre il controllo completo delle immagini. Posso ideare e progettare il libro in un modo particolare, posso pensare ad una narrazione particolare. È una esperienza diversa dal vedere un’immagine su un muro, dove di solito l’immagine è più grande e dove puoi interagire con l’immagine. Inoltre, l’oggetto fisico è un documento storico, lo puoi ritrovare molti anni dopo in una libreria, non scompare come l’immagine stampata su un magazine.

Il libro fotografico mi offre il controllo completo delle immagini.

Pensi che il tuo lavoro sia un lavoro lento?

Non sono interessato a fare fotografie veloci, non sono interessato a distribuire velocemente le fotografie. Studio, contemplo, cerco il modo per rappresentare ciò che osservo.

A proposito di lentezza, ho letto che ti muovi spesso con un Van.

Sì, in realtà mi muovo anche in aereo, ma il Van mi permette di posizionarmi più in alto. E mi consente anche di scoprire angoli che, arrivando direttamente in aereo, non troverei.

Che cosa vuoi condividere quando insegni durante un workshop?

Vorrei che i miei allievi arrivassero alla consapevolezza di capire per quale motivo fotografano. Che cosa cercano nella fotografia. Spesso le persone fanno fotografie, ma vorrei capire quale tipo di responsabilità mettono in quella fotografia. Quindi, quale è il messaggio. Se fai fotografie in modo casuale, diventa molto difficile trovare un pubblico in grado di capire che cosa vuoi comunicare. Quindi, capire da dove arriva l’ispirazione è fondamentale.

Spesso le persone fanno fotografie, ma vorrei capire quale tipo di responsabilità mettono in quella fotografia.

Come definiresti la tua fotografia in poche parole?

Ho sempre messo una particolare attenzione verso gli spazi aperti e ho sempre cercato di capire come le persone interagiscono in questi spazi. Quindi le azioni, le reazioni, la sinergia tra le persone di una comunità. E la fotografia è il modo migliore per condividere ciò che osservo. Descriverei il mio lavoro in questo modo: in parte fotografo, in parte etnografo ed in parte un osservatore sociale.

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