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Settimio Benedusi: fotografare è risolvere dei problemi

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Settimio, spesso sei piuttosto critico verso le fotografie che si vedono in circolazione. Che cosa ti aspetti da un fotografo?

Su Internet, nel 2015, trovo che si faccia moltissima fotografia. Amo la fotografia e questo è meraviglioso, ma nello stesso tempo mi dà fastidio vederla usata per cose inutili, per cose esteticamente belle e nulla di più. Fare bella fotografia è oggi incredibilmente semplice. È quindi facile accontentarsi di fare bella fotografia. Sono un fotografo commerciale e può sembrare bizzarro che io dica queste cose quando sono il primo a fare fotografie di belle ragazze ai Caraibi in costume da bagno. Ma la fotografia ha un senso se serve a qualcosa, se è utile. È un mezzo per indagare il mondo. Se la fotografia è usata come mezzo, va bene, altrimenti è una perdita di tempo, sia per chi la fa sia per chi la vede.

Qualche tempo fa ho visto il ritratto tuo e di tua mamma, la mattina presto appena svegli, l’hai scattata il giorno dell’anniversario della morte di tuo padre. Questa è una fotografia utile.

Questo lavoro è la summa dell’utilità, è un lavoro in cui uso la fotografia per fare un’indagine sul senso di abbandono che tutti noi prima o poi proviamo, la mancanza, la morte. Nel mio caso, la morte di mio papà.

Ma la fotografia ha un senso se serve a qualcosa, se è utile. È un mezzo per indagare il mondo.

È passato qualche anno dalla morte di tuo padre. Avresti scattato, ma soprattutto pubblicato, questa fotografia in quel momento?

Questa foto completa un lavoro più ampio che avevo in mente da tempo, ma ci ho messo otto anni a farlo, non è facile, va metabolizzato il lutto. Non la vedo comunque come una cosa triste, questo lavoro è soprattutto un omaggio nei confronti di mio papà.

Oggi un fatto così privato va in pubblico e diventa oggetto di ogni genere di commento, di lettura, di interpretazione.

Sì, per questo scegliere il contenitore giusto è importante. Non so se pubblicherei su Facebook l’intero lavoro su mio padre. Su Facebook ho messo la foto mia e di mia mamma perché raccontava la mia intimità. Però bisogna dire che la fotografia è fatta per essere mostrata, è per forza qualcosa che deve diventare pubblico. Chiunque faccia un lavoro di introspezione, lo può fare per sé stesso ma deve essere un piacere che questa cosa sia vissuta e condivisa da altri.

Credi che si debba avere cultura per fare buona fotografia?

Io penso che si debba avere cultura per fare qualsiasi cosa. La fotografia è un po’ sfortunata, perché probabilmente per l’automatismo e la semplicità del mezzo, non si applicano quei ragionamenti che si applicano in tutto ciò che gli uomini fanno. La cultura serve anche per fare una torta. Sui forum scopro persone che non hanno mai sentito nominare Avedon, Barbieri, Gardin. Steve Jobs quando ha fatto il suo computer, aveva dietro una visione molto precisa. A me sorprende che la gente si sorprenda quando dico una cosa del genere. La fotografia è il risultato di ciò che uno ha costruito.

Comunichi molto anche attraverso le parole, oltre che con le fotografie.

A me piace leggere e piace scrivere. Ho sempre ammirato le Verifiche di Ugo Mulas, che negli anni settanta ha fatto questa indagine sulla fotografia attraverso fotografia e testo. Tutti coloro che hanno fatto comunicazione, cinema, poesia, letteratura, hanno sempre appoggiato il loro lavoro ad un testo in grado di raccontarlo e spiegarlo. È vero che la fotografia vive in sé e per sé, ma è anche vero che un testo può amplificare e definire meglio ciò che l’autore ha in mente.

L’osservatore deve capire e contestualizzare.

Tutti noi apprezziamo solo quello che capiamo.

Pensi che il mondo della fotografia, oggi, sia un sistema meritocratico?

Nonostante tutto, dico di sì. Tutti i grandi fotografi che conosco sono persone che fanno ottima fotografia. Non conosco nessuno che lavori e pubblichi e che non sia bravo. Mi piace molto questa frase: nessun vincitore crede al caso. Quando vinci, quando sei in copertina di una rivista, non è un fatto di fortuna, è sempre l’effetto finale di un lungo e complesso percorso che ti ha portato lì.

Mi piace molto questa frase: nessun vincitore crede al caso.

Per te è più importante comunicare il percorso che ti porta al risultato o il tuo lavoro finale, quello che vediamo in copertina?

Ammetto che molto spesso il mio lavoro finale sia inferiore a tutta la teorizzazione che faccio. Però credo che esista un metodo per fare le cose, e il metodo è intelletto, progettualità, far le cose che abbiano un senso. Io applico lo stesso metodo in tutte le diverse cose che faccio, sia in quelle più prestigiose sia in quelle meno prestigiose. Sono sempre io, non vivo la copertina di Belen come qualcosa di meno nobile rispetto alle pagine sul Corriere della Sera. Reputo importante fare bene il mio mestiere, così come reputo importante raccontarlo e spiegarlo, faccio questo da tanti anni.

Che cosa pensi che ti abbia permesso di essere coerente in trent’anni di lavoro?

Avere nel bene o nel male un certo substrato dal quale tutto ciò che faccio trae linfa vitale. Prendiamo la mia prima fotografia che ho scattato da giovanissimo, a Imperia, col banco ottico. Reputo questa fotografia il mio DNA iniziale, ci sono tutte quelle componenti che poi hanno costituito l’ossatura di quello che faccio ogni giorno. La bellezza femminile, il fatto che la bellezza femminile dia equilibrio alla realtà, come una bilancia che rende stabile la natura. Dopo tanti anni ho fatto altre fotografie per i miei clienti e, se le guardo, il principio è sempre lo stesso della mia prima foto.

La ricerca dell’originalità è nemica della creatività?

Escludo che la ricerca dell’originalità produca vera creatività. Ognuno di noi è già originale, come dice Giovanni Gastel ognuno di noi è unico nell’universo, per aspetto fisico, per mente, per formazione e crescita. La cosa più difficile è trovare e accettare la propria originalità per raccontarla.

Pensi che la creatività debba muoversi su binari molto stretti?

Assolutamente sì. L’essere all’interno di un perimetro stabilito dalla committenza è quello che rende veramente liberi. Se mi piace correre in macchina è molto meglio farlo con una Ferrari nel percorso di Montecarlo e fare il giro in un secondo in meno rispetto al mio avversario. È questo che dà soddisfazione. Fotografare è risolvere dei problemi, una fotografia non è mai semplicemente una fotografia, la fotografia è la soluzione di un problema.

Credo che tu abbia un vantaggio in questo senso. Il tuo è un lavoro di team, mentre chi fa reportage fa un lavoro spesso in solitaria. Il problema lo deve risolvere prima di tutto con sé stesso.

Nel mio caso, nella foto di moda, il lavoro è sicuramente di team. Però poi il direttore d’orchestra sono io, il fotografo, e sono io che devo coordinare tutto questo. Non vedo questa grande differenza tra il mio lavoro e il reportagista che va da solo in Libano e lì si arrangia, perché anche lui si confronta con le redazioni, con altri giornalisti, con chi lo accompagna, gli interpreti e le guide. Anche il suo è un lavoro di team, in fondo.

Forse hai un altro vantaggio. Il tuo soggetto è spesso interessante.

Questa è una cosa abbastanza dibattuta. Le modelle sono delle aziende, hanno idee molto chiare su cosa vogliono e su come lo vogliono. Credo sia più facile avere a che fare con una ragazza qualsiasi. Gli strumenti che uso quando fotografo un personaggio famoso sono gli stessi che uso per qualsiasi altra persona, in tutti i casi cerco di raccontare una verità, una fragilità. Per me fotografare un uomo povero in coda per il pane per il Corriere della Sera e fotografare Bianca Balti è la stessa cosa, uso lo stesso metodo.

Gli strumenti che uso quando fotografo un personaggio famoso sono gli stessi che uso per qualsiasi altra persona, in tutti i casi cerco di raccontare una verità, una fragilità.

Cartier-Bresson è stato un grande moralizzatore del ‘900, non ha mai spesso di ripetere che cosa fosse la fotografia. Oggi c’è ancora bisogno di qualcuno che dica che cosa si può fare e che cosa non si può fare?

Sì e no. Ovviamente è sbagliato dare paletti e indicazioni. D’altro canto, la stessa arte, nonostante sia vista come la cosa più libera del mondo, è sempre stata segnata da manifesti di persone che hanno detto adesso basta con questo, facciamo altro. Ci sono sempre state dichiarazioni di intenti. Noi che facciamo fotografia di professione siamo lo 0,1 per cento di chi fa fotografia, rappresentiamo una minoranza assoluta, forse non rappresentiamo nemmeno la fotografia, e sarebbe bizzarro che io dicessi agli altri come si fanno le fotografie. Ma d’altronde, almeno mi si dia una indiscussa autorevolezza sull’argomento, so di chi sto parlando.

Oltre alla cultura in materia, voi potete contare su un’altra cosa: vivete di questo mestiere, e credo che questa sia una discriminante fondamentale. Non è tanto un fatto di denaro e clienti, è che dietro c’è un progetto.

Frequentando i forum, penso che ci sia gente che nella maniera più assoluta non sa che cosa sia la fotografia. Bisogna dare il sospetto a questa massa enorme che la fotografia è una cosa importante, seria, che è un linguaggio con la sua grammatica, la sua sintassi e che fotografare vuol dire avere un’opinione, raccontare il mondo, frequentare sé stessi. Terzani diceva: per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea. Bisogna capire cosa c’è dietro i fatti per poterli rappresentare. La fotografia – clic! – quella la sanno fare tutti.
Poi se uno vuole fotografare gattini, tramonti e maschere veneziane, è libero di farlo, però con la consapevolezza che esiste un altro modo di fotografare. L’altro modo è fatto di cultura, sapienza, strategia, progettualità.

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