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Piero Gemelli: non ritraggo una persona, ritraggo ciò che quella persona mi suggerisce

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Piero Gemelli, dopo tanti anni a New York, a Parigi, a Londra, dopo aver pubblicato sulle più importanti riviste di moda, ti sei fatto un’idea di che cosa sia la Fotografia?

Può far parte della tua vita per anni, ma dare una definizione di Fotografia non è semplice. Sicuramente è una rappresentazione di qualcosa, ma è su questo qualcosa che si dividono i pareri. Per alcuni è la documentazione di una realtà avvenuta. Per altri è una documentazione del fatto che tu abbia documentato una realtà non necessariamente avvenuta in quei termini. Per altri ancora è totalmente una finzione.

Con chi sei d’accordo?

Credo di sposare le ultime due teorie. Ritengo che la Fotografia testimoni il fatto che io fossi presente in quel momento, ma non necessariamente testimonia ciò che è avvenuto in termini di realtà. È la documentazione di qualche cosa, di qualche cosa non credibile fino in fondo. La “mia fotografia” è quindi certamente documentazione di una realtà, ma della “mia realtà” personale, che è vera e reale pur se costruita.

Hai realizzato molti ritratti. È vero che parlano di te?

Il ritratto è un tipo di fotografia dove emerge in modo molto forte il fotografo. Se lavori per tirare fuori la personalità di chi hai di fronte, selezioni un aspetto che la tua sensibilità ti permette di vedere. “Si vede solo ciò che si conosce” non è una frase ad effetto, è la realtà delle cose. Non ritraggo la persona, ritraggo ciò che quella persona mi suggerisce. Dissento da chi dice che la fotografia ruba l’anima del soggetto fotografato perché nella scelta, anche istintiva, di un punto di vista, di un taglio, di un angolo, ci metti te stesso, c’è molto del tuo se in te c’è del tuo.

Il ritratto è un tipo di fotografia dove emerge in modo molto forte il fotografo.

Come riesce un autore a lavorare nella moda, dove la fotografia è condizionata in modo così forte da un’industria, da un committente, da un meccanismo editoriale?

È vero che bisogna sentire la moda e che bisogna avere una sensibilità per la moda, ma è altrettanto vero che se vai a fare una foto di un vestito e la inserisci in un tuo percorso personale, l’autorialità del fotografo diventa molto importante rispetto alla semplice rappresentazione del vestito. Diventa l’interpretazione personale della moda e della donna che la indossa. È ciò che viene chiesto ad un autore, quando viene riconosciuto tale. Per quanto riguarda il mio lavoro, devo dire che la mia attenzione è sempre stata rivolta alla donna, alla bellezza femminile, piuttosto che al vestito come oggetto. Non ho fotografato sempre vestiti, anzi spesso dico che ho fotografato “svestiti” per quanto mi sono trovato a lavorare nel beauty. Ho sempre cercato di svelare, e l’ho fatto andando a guardare l’aspetto che mi provocava del soggetto che avevo di fronte, pur tenendo ben presente l’obbiettivo della commitenza.

Hai lavorato molti anni a New York, sei stato un fotografo italiano negli Stati Uniti. Aveva importanza esserlo, a qualcuno interessava?

In realtà ho lavorato negli Stati Uniti, più che altro a New York, ma altrettanto a Parigi, a Londra, in Germania. Mi sono spostato in base agli incarichi. E poi ho lavorato molto a Milano, dove facevo lavoro più editoriale, mentre in America ho fatto quasi esclusivamente pubblicità. Indubbiamente c’è stato un periodo in cui il Made in Italy funzionava molto bene. Negli anni ’80, quando Vogue Italia era il giornale, credo, più importante al mondo, c’erano giovani fotografi americani che venivano a lavorare qui in Italia e, quando rientravano, avevano acquisito una maggiore reputazione, vera o presunta. Una sorta di “patente di italianità”. L’Italia aggiungeva qualcosa, insomma. Personalmente, però, non penso di essere mai stato scelto in quanto italiano.

L’Italia aggiungeva qualcosa. Allora perché i fotografi italiani hanno sempre avuto difficoltà ad essere scelti in quanto italiani?

Credo che in Italia non ci sia mai stato un sistema, un modo di fare gruppo. Non siamo la “fotografia tedesca”, o la “fotografia francese”. In Italia esistono molte realtà singole. Mancano le connessioni. Basta guardare il legame tra moda e fotografia in Francia, è un sistema che funziona, che supporta e si supporta.

L’italiano è davvero così individualista come sembra?

In genere ci muoviamo da soli. Abbiamo inventato i Comuni, abbiamo inventato le corporazioni. Tra italiani è difficile parlare di gruppo. Negli anni ricordo di aver vissuto situazioni di chiusura da parte di altri colleghi. Ricordo che c’erano studi in cui non si poteva entrare. Oggi tutto è più condiviso e comunicato, forse ci sentiamo di più un gruppo di persone dove c’è qualcuno che può trainare e altri che prendono coscienza della propria identità. Ma è una cosa più recente. Ora forse si sta cominciando a capire che lo scambio e il confronto aiutano a crescere. È questo che differenzia i bravi fotografi dai semplici realizzatori .

Mi parlano dei fotografi italiani come di professionisti poco imprenditori, senza un vero team. È per questo che la moda, editoria e brand, cercano fotografi lontano dall’Italia?  

Tutte cose vere ma anche molte scuse. Il fatto che gli americani si organizzino in tutto ciò che fanno è nella loro natura. Ma questa profonda specializzazione è anche un modo per circoscrivere i propri ambiti di intervento e, forse, per proteggersi e limitare le proprie responsabilità. Se fotografo solamente automobili, avrò un’organizzazione talmente specializzata che non otterrò facilmente incarichi di moda. Non ho interesse ad occuparmi di un settore per cui non ho una struttura tecnica di supporto. Ma tutto questo fa parte di un tipo di fotografia poco autoriale, più da documentazione o da catalogo. Se faccio l’autore, fotografo qualunque cosa, perché la foto è la mia lettura di quel “qualunque cosa”. Ciò non toglie che per fare un buon lavoro occorrano collaborazioni con professionisti validi e motivati quanto te, e non sto parlando per forza di un team chiuso. Per fare questo ci vuole anche un cliente lungimirante.

Capitano spesso i clienti lungimiranti?

Negli anni ’90, la Mercedes incaricò venti fotografi di paesi diversi e ci affidò un nuovo modello di automobile da fotografare. Avevamo a disposizione un ampio budget, un’auto e nessuno mi ha chiesto “Gemelli, lei ha mai fotografato macchine?”. Hanno scelto nomi come Paolo Roversi, Peter Lindbergh, Elliot Erwitt , Nick Knight, Sheila Metzner… e anche me. Nessuno di noi era un fotografo conosciuto per essere esperto di automobili e ciascuno ha fatto la propria foto, abbiamo fatto “nostra” quell’automobile.

Il denaro ha condizionato il tuo lavoro?

Questo è un lavoro che per molti è stato occasione di grandi guadagni. Se attraverso una mia fotografia il cliente ottiene risultati commerciali importanti, io devo essere pagato molto. Ho sempre sostenuto che una foto debba essere pagata in relazione all’utilizzo che se ne fa. Se io scatto una foto e il cliente non utilizza questa foto, perché dovrebbe pagarne i diritti di utilizzo? Mi pagherà il lavoro di esecuzione, e questo prezzo sarà legato alla mia posizione nel mercato come professionista, come autore. È giusto che il compenso sia legato all’utilizzo delle cose. Con un mio agente ho smesso di lavorare quando ho scoperto che, durante una trattativa, mi ha messo in bocca una frase che non ho mai pronunciato: “Gemelli per meno di tot non si alza neppure dal letto”. Sbagliato. Io per un ignorante non mi alzo dal letto.

Se attraverso una mia fotografia il cliente ottiene risultati commerciali importanti, io devo essere pagato molto. Ho sempre sostenuto che una foto debba essere pagata in relazione all’utilizzo che se ne fa.

Serve cultura per fare fotografia e per commissionare fotografia?

Cultura è un termine con molte sfumature. Conoscere è qualcosa che permette di analizzare. Più mi documento e più mi informo, più ho possibilità di elaborare il mio pensiero. La cultura non è un indottrinamento, è un modo di vivere le cose che ci stanno intorno e di riconoscerle secondo il proprio modo di essere. È un gioco di azione e reazione, a cui io credo molto. È un meccanismo di contrasti, il contrasto tra ciò che penso e ciò che vado a trovare negli altri.

Sei un architetto. Credi che si veda nelle tue foto?

Ho studiato architettura ma purtroppo, a causa delle vicende della vita, non ho fatto davvero l’architetto. Ma senz’altro i nostri studi ci condizionano. Mi sento molto più architetto di qualsiasi altra cosa. Gli studi di architettura mi hanno insegnato a fare una corretta analisi dei dati raccolti, ad avere la capacità di scegliere i dati necessari, di analizzarli ed elaborare un pensiero, un progetto e di fare in modo che questo progetto sia coerente con il desiderio della committenza. Ma anche che rispetti la mia cifra stilistica e la mia intenzione. L’architettura mi ha insegnato che dev’esserci sempre una ragione in ciò che fai e che devi essere sempre in grado di difendere la tua scelta, anche se hai tutti contro, devi poter sostenere il tuo pensiero dimostrando a te e ad altri la coerenza del tuo lavoro.

Se guardi il tuo archivio, riesci a difendere tutte le tue fotografie?

Sì, almeno tutte quelle che ho fatto con coscienza. Ma essere un professionista significa anche sapere come concludere un incarico. Se ti ritrovi “stretto” in un lavoro che hai mal valutato, essere un professionista significa saper comunque concludere con successo quel lavoro. Il lavoro dev’essere sempre portato a termine, facendo ricorso all’ esperienza, alla conoscenza della tecnica, alla propria capacità. Questa è la cosiddetta serietà professionale

Perché c’è più bisogno di autori che di fotografi?

Perché c’è troppa gente che fotografa… il che è un bene. Vorresti vivere in un mondo di analfabeti per essere l’unico incaricato di scrivere? Non per questo tutti devono essere poeti e scrittori, ma c’è bisogno di autori che ci diano una lettura del mondo attraverso i loro occhi e sentimenti. Fino a quindici anni fa, fare fotografia era difficile. Era, semplicemente, tecnicamente, difficile. Se lavoravi male, era finita. Un giorno, negli Stati Uniti, di fronte ad un set complesso, con un budget molto elevato, mi chiesero “ma tu ce l’hai l’assicurazione?” Lì mi resi conto che c’era tutto un mondo che, in quel momento, dipendeva dalle mie scelte, dalla mia capacità, da un mio “non errore” anche da una mia semplice distrazione o sfortuna tecnica. Oggi una foto viene comunque bene e lo sai già appena hai scattato. La Kodak pubblicizzava “voi schiacciate un bottone, al resto pensiamo noi”, ed è sparita anche a causa di quella tecnologia troppo facile, oltre che per aver pensato che la loro pellicola fosse l’unica via per fotografare.

Fino a quindici anni fa, fare fotografia era difficile. Era, semplicemente, tecnicamente, difficile.

Vince sempre il contenuto.

Credo di si, spero di sì. In un mondo con tanti contenitori e non sempre altrettanti validi contenuti, credo sia importante che vinca un contenuto ben “contenuto”.

Fare una fotografia pubblicitaria è fare un falso?

Se io dico “albero” tutti capiscono che cosa intendo, ma ognuno pensa al proprio albero. È importante l’essenza della cosa, non è importante mostrare davvero un albero. Ricordi ciò che riconosci, e riconosci ciò che conosci. La realtà, in definitiva, non esiste, viviamo in un mondo assolutamente surrealista ma non per questo si è autorizzati a mentire e ad ingannare sul vero contenuto.