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Paola Agosti: ogni fotografo, attraverso ciò che produce, scrive la propria autobiografia

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Paola Agosti, partiamo dalla fine. Guardando il suo archivio, il suo percorso nella fotografia e nel giornalismo, quale messaggio pensa di averci trasmesso?

Non mi sono mai posta il problema di lasciare un messaggio. Penso che ogni fotografo, attraverso ciò che produce, scriva la propria autobiografia. Questa è la mia impressione quando guardo le mie foto. I temi che ho affrontato negli anni ’70 sono tutti riferiti alla mia generazione. Le lotte studentesche e operaie, il movimento delle donne, i movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, la fine dei fascismi in Europa, la costruzione della democrazia in Sudamerica.

Non mi sono mai posta il problema di lasciare un messaggio. Penso che ogni fotografo, attraverso ciò che produce, scriva la propria autobiografia.

Sono tutti temi di ampia portata, grandi cambiamenti. Ma c’è stata una fase della sua vita in cui ha lavorato anche vicino alla sua Torino, in una dimensione solo apparentemente più piccola.

Sì, alla fine degli anni ’70 ho scoperto che esisteva un Terzo Mondo anche alle porte di Torino. Sono andata nel cuneese a fotografare il Mondo dei Vinti, sulle tracce del libro di Nuto Revelli.
Poi la mostra dedicata al Mondo dei Vinti ha attraversato il mondo, è arrivata in Sudamerica, dove la fotografa Sara Facio mi invitò per una esposizione a Buenos Aires. Passò molta gente, tra cui molti argentini di origine piemontese. Così, nella seconda metà degli anni ’80, ho iniziato a lavorare sull’emigrazione piemontese in Argentina. Intorno a Buenos Aires, Rosario, Santa Fe e Cordova ho scoperto paesi con nomi particolari, come Cavour o Nueva Torino. Il lavoro sui piemontesi d’Argentina mi ha dato tanto e mi fa piacere che persone autorevoli della fotografia lo considerino come il mio lavoro migliore. Anch’io lo sento come tale.

Sara Facio ha fotografato i grandi scrittori del Sudamerica. Lei, qui in Europa, ha intervistato e fotografato i grandi scrittori del ‘900.

Sono nata in una famiglia di intellettuali, tra gli amici dei miei genitori c’erano nomi importanti della letteratura, ma ero una pessima scolara e non mi piaceva leggere, anche se amavo scrivere. Solo più tardi, grazie al mio lavoro di fotografa, ho scoperto il piacere della lettura. Per avvicinarmi al mondo degli scrittori che fotografavo leggevo le loro opere. Nel 1984 l’Associazione Nazionale delle Cooperative Culturali mi commissionò una mostra con cinquanta ritratti di scrittrici, poetesse e saggiste italiane. E nel 1988, per il Primo Salone del Libro di Torino, curai la mostra e il catalogo Volto d’Autore, ritratti di scrittori realizzati da sei fotografi.

Attraverso i ritratti dei protagonisti della cultura, che cosa ha capito del ‘900?

All’inizio degli anni ’90 con Giovanna Borgese pubblicammo per Einaudi Mi pare un secolo, un centinaio di ritratti dei grandi vecchi della cultura europea. Ad ognuno di loro ponemmo un paio di domande sul ‘900. Il libro fotografico fu così corredato da molte testimonianze sulla Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto, Hiroshima, l’arrivo dell’uomo sulla luna e tanto altro che ci aiutò a capire meglio il secolo attraverso quei vecchi che potevano essere i nostri padri. Avevamo scelto i protagonisti secondo un criterio, dovevano aver computo settant’anni. Il grande storico marxista Eric Hobsbawm nelle pagine iniziali de Il Secolo Breve inserì una serie di definizioni sul ‘900 che avevamo raccolto Giovanna ed io. È stata una bella gratificazione. Mi è sempre piaciuto unire scrittura e fotografia.
Ma devo dire che ho capito di più fotografando la gente comune, ho trovato più disponibilità e meno maschere. Ciò non vuol dire che fotografare gli scrittori sia stata una brutta esperienza, anzi, di alcuni sono diventata anche amica.

Lei si definisce una femminista “simpatizzante” e non “militante”.

In qualche modo, con la macchina fotografica, mi sono avvicinata a questo tema. A metà degli anni ’70 con il libro Riprendiamoci la Vita avevo documentato il movimento femminista romano e contemporaneamente avevo iniziato la mia collaborazione con il settimanale Noi Donne, che mi ha permesso di girare l’Italia alla ricerca della realtà al femminile in tutte le sue tipologie: contadine, operaie, mondine, ex staffette partigiane. Sì, penso di aver lavorato in questo ambiente non in qualità di femminista militante ma di femminista simpatizzante. All’inizio degli anni ’80 ho pubblicato un libro che si intitolava La donna e la macchina, una parafrasi de L’uomo e la macchina di Henri Cartier-Bresson, il tema era la realtà femminile, le operaie delle grandi fabbriche di Torino, Milano e Genova.

Quando ha capito che il suo territorio, il suo ambito, non era l’Italia ma il mondo?

Ho avuto la grande fortuna di incontrare, nel ’68, Saverio Tutino, corrispondente per L’Unità da Cuba. In quel periodo avevo partecipato a un campo di lavoro volontario piantando caffè a Cuba per un paio di mesi. Lo incontrai di nuovo a Roma verso la fine del 1970, quando avevo appena iniziato a fare questo mestiere, e mi propose di partire con lui per l’America Latina per realizzare una serie di reportage. Grazie a lui e ai suoi contatti ho potuto fotografare una serie di personaggi e di situazioni che mi hanno permesso di vivere un’esperienza straordinaria come quella del Cile di Salvador Allende. Il lavoro in Sudamerica mi è rimasto nel cuore.

Al di là delle trasformazioni sociali di medio e lungo periodo, c’è stato un momento in cui ha capito chiaramente di trovarsi di fronte ad un evento storico, ad una svolta?

A Lisbona, pochi giorni dopo la Rivoluzione dei Garofani, il 25 aprile 1974. Dopo quarant’anni di fascismo vedere quest’esplosione di gioia della popolazione, le statue di Salazar abbattute e le sedi della PIDE bruciate, mi ha emozionato, ho pensato che stavo assistendo ad un momento irripetibile della Storia, con la “esse” maiuscola.

C’è stato un progetto che l’ha coinvolta più di altri?

Il Mondo dei Vinti che, come ho detto, mi è stato ispirato dal libro di Nuto Revelli. All’epoca, dal punto di vista iconografico, in Italia era molto più presente il profondo Sud rispetto al profondo Nord. Pur non avendo frequentazioni rurali, dato che ho sempre vissuto in città, ho sempre amato le campagne, la natura e gli animali. Avvicinarmi a questo mondo mi ha permesso di conoscere una parte della mia regione che stava a pochi chilometri da me ma che in quel momento mi era quasi del tutto sconosciuta. Ho potuto lasciare una testimonianza visiva di quel mondo agonizzante, di quei contadini che nessuno ha voluto accompagnare nella Storia come protagonisti.

Erano anni in cui il Piemonte era prima di tutto industria, il Piemonte rurale non si conosceva.

Sì, in quel momento il Piemonte era l’industria. Oltre alla Fiat a Torino, c’era la Michelin a Cuneo, la Ferrero ad Alba, l’Olivetti a Ivrea. Questo era il Piemonte raccontato negli anni ’60 e ’70.

Le fotografie che non ha realizzato per cronaca, per rincorrere l’attualità, sono durate di più nel tempo?

In realtà anche i lavori di pura cronaca, riletti oggi, possono essere molto interessanti. Qualche anno fa, Salvatore Gajas, che allora dirigeva Il Fotografo, ha trovato nel suo cassetto settantotto miei vintage dei politici della Prima Repubblica e con quel materiale ci ha costruito un servizio. Anche la cronaca si può storicizzare.

Sono i giornalisti che scrivono la storia giorno dopo giorno?

Beh, mio fratello, storico, non so se sarebbe d’accordo. Ma negli anni, l’immagine è diventata importantissima anche dal punto di vista storico. Pensi che anni fa, lo storico Giovanni De Luna, grande amico di mio fratello, mi chiese di aiutarlo a comprendere meglio il linguaggio fotografico. Questo, secondo me, dimostra che gli storici sono approdati, anche se forse un po’ tardi, alla scoperta dell’immagine come aiuto alla ricerca.

Ma negli anni, l’immagine è diventata importantissima anche dal punto di vista storico.

Ma resta importante la didascalia che contestualizza la foto.

La didascalia per me non deve mancare mai.

Il fotogiornalismo di oggi, per molte cause, sembra porre l’attenzione su pochi eventi nel mondo, segue dei filoni. È qualcosa che è sempre successo?

Direi di sì. Certamente all’epoca mia il ruolo dei giornali nel mondo dell’informazione era più importante e di conseguenza anche il lavoro dei fotogiornalisti aveva un peso maggiore. Sicuramente nel mio caso la passione mi spingeva a seguire degli argomenti a prescindere dal mercato.

È vero che non trova una grande differenza tra l’occhio di un uomo e quello di una donna?

È una domanda a cui non ho ancora trovato una risposta, non credo che nello sguardo femminile ci sia una sensibilità diversa. Nella storia della fotografia femminile ci sono state donne che si sono misurate con temi difficili, come le guerre o i campi di concentramento. Tanti anni fa, verso l’inizio degli anni ’80, volevo organizzare una mostra sulle pioniere della fotografia. Avevo scritto ad una serie di fotografe nel mondo e tutte mi hanno dato una risposta positiva al riguardo. Ma tra le lettere ricevute mi ricordo particolarmente quella di Eve Arnold, che scrisse: “Perché dovrei partecipare ad una mostra sulle pioniere della fotografia? Io non mi considero una fotografa ma un fotografo. Essere etichettata come una fotografa non mi appartiene”. Questa dichiarazione mi fece molto riflettere.

Non credo che nello sguardo femminile ci sia una sensibilità diversa. Nella storia della fotografia femminile ci sono state donne che si sono misurate con temi difficili, come le guerre o i campi di concentramento.

Le dispiace se viene definita “fotogiornalista”?

Io mi sento una fotoreporter, fotografa e ritrattista.

Le ho fatto questa domanda perché, una volta, Romano Cagnoni, mi disse: io non sono un fotogiornalista, sono un fotografo, un autore.

Mi sento una fotoreporter. Sicuramente non sono un’artista, non so se sono un autore, anzi un’autrice.

Oggi affronterebbe questo lavoro con la stessa passione e le stesse rinunce che, immagino, abbia fatto?

Direi di si. La rinuncia più importante per una donna della mia generazione, al di là delle vicende personali che si intrecciano con quelle professionali, è stata la maternità. Se volevi lavorare come ho fatto io non potevi mettere al mondo un figlio e contemporaneamente alla professione fare la mamma. Laura Lepetit, fondatrice della case editrice esclusivamente femminile La Tartaruga, che ha scritto recentemente un bel libro di memorie, Una femminista distratta, tanti anni fa mi diede una risposta importante. Le dissi che l’ammiravo molto per l’impegno che aveva messo nella sua professione senza per questo rinunciare a mettere al mondo due figli, mentre io non c’ero riuscita. Lei mi rispose: “I tuoi figli sono le tue fotografie”.

È vero?

Non credo proprio sia la stessa cosa. Ma io, anche se amo particolarmente guardare al passato, cerco di non aver rimpianti per il mio passato.

Ritratto di Paola Agosti © Giovanna Borgese