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Nick Brandt: ogni fotografo che si confronta con la distruzione della natura è in gara contro il tempo

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Nick Brandt, il tuo lavoro sull’Africa è un impegno immenso. Attraverso la fotografia riesci a condividere con noi tutto ciò dobbiamo sapere su questo continente?

Una volta ero regista e per me le immagini del cinema avevano un potere eccezionale. Poter usare le immagini in movimento, il suono e la musica, il potere di quella comunicazione era estremamente forte. Ma per realizzare un film hai bisogno di molte persone e molto denaro. Con la fotografia, in teoria, puoi fare tutto da solo, puoi andare dove vuoi, puoi fare ciò che vuoi e come lo vuoi. Ho scoperto che la possibilità di controllare ogni aspetto del lavoro è più grande con la fotografia che con i film. Ma se mi chiedi se il mio messaggio arriva più con la fotografia o con il cinema, in teoria ti risponderei attraverso il cinema, anche se non è il medium con cui voglio lavorare.

Ricordi il preciso momento in cui hai pensato che la tua fotografia doveva essere rivolta all’Africa?

È stata una combinazione di cose. In parte è stato il luogo, in parte sono stati gli animali. Gli animali sono arrivati prima di tutto, prima ancora della fotografia. La fotografia è stata il miglior medium per sintetizzare due mie convinzioni. Il primo è che i sentimenti degli animali non sono diversi dai nostri. Il secondo è che tutto ciò che stavo vedendo, stava rapidamente scomparendo, stava evaporando, non lo avrei più rivisto. Per questo, ho voluto catturare quelle immagini prima che scomparissero.

Con la fotografia, in teoria, puoi fare tutto da solo, puoi andare dove vuoi, puoi fare ciò che vuoi e come lo vuoi.

In che modo hai sempre guardato la natura, e gli animali, che hai fotografato?

All’inizio, quando ho fatto i primi ritratti degli animali, sono partito da una osservazione: non avevo mai visto qualcuno che facesse ritratti agli animali esattamente come si fanno i ritratti alle persone. Per me non c’è differenza tra ritrarre una persona e ritrarre un animale. La differenza, naturalmente, è che non puoi dirigere un animale, non lavori in uno studio. Adesso, in particolare dopo il lavoro Inherit the Dust tutto il mio lavoro ruota intorno alla distruzione dell’ambiente naturale, e cerco di mostrarlo in un modo che non abbiamo mai visto prima, o almeno lo spero.

In che modo le tue fotografie riescono a sostenere, anche economicamente, la Big Life Foundation?

Quando nel 2010 ho fondato la Big Life Foundation, l’unico modo per ottenere il denaro necessario per assumere i rangers, per acquistare le attrezzature, i veicoli e gli aerei, è stato rivolgermi ai miei migliori collezionisti. Incredibilmente, hanno collaborato al progetto con una quantità molto importante di denaro. Insomma, vendere le mie fotografie, all’inizio, è stato fondamentale per sostenere la Big Life Foundation, ma adesso lo è molto meno. Adesso la Big Life Foundation conta sulle donazioni di chi è interessato a proteggere questo ecosistema, non solo grazie ai miei collezionisti.

Sono partito da una osservazione: non avevo mai visto qualcuno che facesse ritratti agli animali esattamente come si fanno i ritratti alle persone.

Le fotografie continuano a supportare il brand Big Life Foundation.

Sì, se fossi stato un fotografo sconosciuto, non sarei potuto andare dai collezionisti per presentare questo progetto. Ho avuto l’opportunità di far conoscere questa parte di Africa, di far comprendere il livello di distruzione, di presentare alle organizzazioni e ai governi questi fatti, e ho restituito agli animali ciò che era stato dato a me.

Dopo il lavoro Inherit the Dust, te la sei presa molto quando è stato detto che l’intero progetto era stato realizzato con Photoshop.

Questa cosa mi ha fatto diventare matto. Tutto ciò che queste persone dovevano fare, era andare sul nostro sito e guardare il video Behind the Scenes del progetto, e avrebbero capito che lavoro è stato. Abbiamo stampato i ritratti degli animali su pannelli a grandezza naturale, li abbiamo installati nei loro habitat distrutti dalle industrie e dall’uomo, li abbiamo fotografati in quei luoghi in cui non avrebbero più potuto vivere. Un difficilissimo lavoro di fotografia, editing, stampa, installazione.

Come può un professionista difendere il proprio lavoro di fronte a queste teorie scritte sul web?

Penso che ogni fotografo, in questo momento, sia frustrato di fronte al fatto che la gente, senza pensarci, dica che il suo lavoro è stato realizzato con Photoshop. In tutta la mia vita, non avevo mai realizzato alcun Behind the Scenes dei miei progetti. Ma questa volta era necessario. Devi registrare tutto, per avere le prove di come hai realizzato il progetto. Qualcuno è talmente abituato a fare questi progetti nella sua stanza, con Photoshop, che quando ha visto Inherit the Dust ha automaticamente pensato che fosse stato fatto con il computer. Non si è posto la minima domanda. Mentre noi non dobbiamo perdere la capacità di cogliere tutta l’emozione e l’energia necessaria per realizzare un progetto, quell’energia che hai quando tutto sta realmente avvenendo di fronte a te, e tu sei in quel posto e nessuna tecnica potrà mai sostituire quell’emozione.

Non dobbiamo perdere la capacità di cogliere tutta l’emozione e l’energia necessaria per realizzare un progetto, quell’energia che hai quando tutto sta realmente avvenendo di fronte a te, e tu sei in quel posto e nessuna tecnica potrà mai sostituire quell’emozione.

Da quando lavori in Africa, quale è il tuo orizzonte temporale, quanto tempo ti sei dato? 

Penso che qualsiasi fotografo che si confronta con la distruzione della natura sia in gara contro il tempo. La distruzione è così veloce che se aspetti troppo, è troppo tardi. Penso che ogni fotografo che si confronta con questi temi dovrebbe cercare di portare alla luce anche una piccola parte dei fenomeni che osserva, questa è la strada per il reale cambiamento.

L’espansione economica di alcune città dell’Africa non è compatibile con la conservazione della natura? 

Questo un aspetto molto importante. Sia nell’est che nell’ovest dell’Africa, da molti anni si stanno distruggendo il territorio e gli animali in nome dello sviluppo economico. Alla popolazione africana viene detto: “voi avete i vostri animali e i vostri paesaggi, ma adesso è il momento di monetizzare le risorse. Per favore, non diteci come dobbiamo fare, godetevi solo i benefici”. Ma in realtà gli animali e la natura sono una miniera d’oro per le comunità locali. Questo è l’argomento, pratico, che noi abbiamo per combattere questa distruzione. Se preservi queste terre, il tuo guadagno sul lungo periodo è molto maggiore rispetto a ciò che puoi ottenere oggi. C’è un calcolo che dice che se uccidi un elefante oggi, tutta la filiera coinvolta guadagna circa 40mila dollari. Ma, se l’elefante vive, il valore economico di quell’elefante per tutta la sua vita e per tutta la comunità locale è di 1.6 milioni di dollari.

Se preservi queste terre, il tuo guadagno sul lungo periodo è molto maggiore rispetto a ciò che puoi ottenere oggi.

Devi rispondere con una proposta altrettanto pratica, insomma.

Parlare pragmatico è l’unico strumento che abbiamo. Nel mondo, si guarda allo sviluppo economico di breve periodo, nessuno guarda allo sviluppo di lungo periodo e al guadagno che puoi ottenere proteggendo l’ambiente.

Tu sei comunque un fotografo occidentale che si dedica all’ambiente africano. Ci sono artisti africani che lavorano nella tua stessa direzione?

I fotografi africani, oggi, sono più orientati alla rappresentazione delle persone. I motivi sono molti. Io stesso vorrei mostrare le mie foto in Kenya, ma sfortunatamente non ci sono musei o spazi pubblici per mostrare i lavori. Questo è un limite non solo per me e per il mio lavoro, ma per tutti i fotografi e gli artisti. Inherit the Dust è stato visto dalle persone dei luoghi in cui abbiamo realizzato le installazioni, ma non in uno spazio dedicato alla fotografia in Africa.

Le fotografie che hai scelto per Inherit the Dust hanno spesso assunto significati diversi nel tempo, infatti ha scelto foto che in un primo momento avevi scartato.

Sì, assolutamente. Ho passato sette mesi ad analizzare i miei provini a contatto. Alcune fotografie, fuori dal progetto, non avevano impatto emotivo, ma quando le ho inserite, sotto forma di stampe, nel loro contesto naturale distrutto, hanno preso forza. La giraffa voltata di spalle, in un primo tempo l’avevo scartata, poi, inserita in quel panorama, acquisisce tutto un altro significato. Anche la foto in cui lo scimpazè guarda in basso era stata scartata in un primo tempo. Ma inserita, a grandezza naturale, in quell’ambiente, acquisisce il significato di un animale perso.

Ho passato sette mesi ad analizzare i miei provini a contatto. Alcune fotografie, fuori dal progetto, non avevano impatto emotivo, ma quando le ho inserite, sotto forma di stampe, nel loro contesto naturale distrutto, hanno preso forza.

È vero che stai lavorando ad un nuovo progetto interamente a colori e in digitale?

Sì, non volevo ripetere me stesso. Non voglio rischiare che mi cali l’ispirazione. Anni passati a fare ritratti agli animali possono essere molto utili per il mio scopo, ma anche molto noiosi.

E pensi che i tuoi collezionisti apprezzeranno ancora?

Non ne ho idea. Ho sempre creato solo per me stesso. Sono stato molto fortunato perché, quando ho iniziato a fotografare, ciò che piaceva a me era ciò che le persone volevano. Ma questo è semplicemente accaduto, nulla di più. La mia non è mai stata una scelta, è sempre stato il bisogno di creare.

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