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Mustafa Sabbagh: il compito di un talento è quello di esprimersi al massimo

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Mustafa Sabbagh, quanta disciplina ci vuole per essere un artista?

La vita è disciplina. La disciplina non è solamente darsi delle regole, ma è superare le proprie regole. La disciplina è una ricerca infinita, è essere affamati di sapere che cosa accade intorno a noi. Disciplina è studio. Un fotografo ed un artista senza studio non sono assolutamente nulla. Disciplina è avere un valore ed un progetto molto più ampio rispetto ad una mostra o ad una pubblicazione. È credere in un cambiamento della società. Vivere è disciplina.

E il talento esiste?

Talento è un termine molto preciso. Il talento è figlio di una sensibilità, di un background che uno, a volte, non ha deciso di avere. È figlio del proprio vissuto. Il talento è sentire, la disciplina è fare.

Disciplina è studio. Un fotografo ed un artista senza studio non sono assolutamente nulla.

Questa fotografia così autoriale, che parte dalla realtà e la astrae, non si allontana dall’immediatezza che chi guarda la fotografia si aspetta da questo mezzo?

Parlare di fotografia nel 2017 non è come parlare di fotografia nel 1960. In quel periodo il fotografo aveva anche un compito di documentazione. Adesso chi ha il compito della documentazione è l’immagine, che non è la fotografia. La fotografia è una disciplina precisa.

Quando tieni un workshop, che cosa vuoi lasciare ai tuoi studenti?

A me interessa lasciare molta confusione. Viviamo in un momento in cui tutto deve avere un ordine preciso, e questo porta ad una riproduzione continua di cose esistenti. Creare confusione permette di dare un ordine personale alle cose. A me piace resettare le persone. Poi saranno loro a mettere le informazioni dentro la loro mente, ognuno ha la possibilità di creare un proprio mondo. Ci sono due scuole di pensiero: quelli che cercano cloni e quelli che cercano di dare allo studente la possibilità di accrescere la propria individualità, e io credo molto di più nella seconda.

Insegni anche che è necessario prendersi un forte rischio per fare fotografia?

La fotografia è totalmente rischio. La vita è rischio. La bellezza è domare il rischio, oppure far sì che attraverso il rischio si arrivi a qualcosa di visibilmente adrenalinico. Per guardare la fotografia non servono soltanto gli occhi, bisogna sentire gli odori. La fotografia potente è quella che riesce ad invadere tutti i tuoi sensi. È un processo lungo. La fotografia non deve sempre rassicurare, deve irritare per provocare una reazione, un processo nuovo. In questo momento storico bisogna alzare l’asticella del pensiero e lo puoi fare solo tramite un’immagine che mette in dubbio tutto quello che è già stato visto. Altrimenti, è troppo faticoso fare fotografia per rifare ciò che è già stato fatto, non ne vale la pena.

Per guardare la fotografia non servono soltanto gli occhi, bisogna sentire gli odori.

Che cosa significa essere Artista Totale?

Sono figlio del Mediterraneo, non vorrei tarparmi le ali, vorrei sbagliare continuamente e vorrei fare un progetto che cambi la mia vita. Non parlo naturalmente di diventare famoso, o ricco, vorrei cambiare la mia vita nel senso che, quando mi sveglio, vorrei sentire qualcosa che non ho mai sentito prima. La crescita è affrontare sempre qualcosa di completamente nuovo.

Quando decidi di abbandonare un progetto?

Il momento in cui abbandono un progetto è quando capisco che quel progetto potrei venderlo ovunque, quando il rischio è non prendersi più un rischio. La noia è il mio miglior nemico.

Hai detto di essere figlio del Mediterraneo. Esiste una macro area mediterranea dell’arte?

L’arte, in tutte le sue forme, ha a che fare con la luce. Tutto dipende da come la luce cade sull’oggetto. La luce del Mediterraneo è una luce precisa, netta. Questo incide molto sulla nostra visione, e quindi anche sul nostro strato mentale più profondo e meno razionale.

Come traduci, sul lavoro, il tuo essere mediterraneo?

Quando lavoravo per le riviste inglesi, molti fotografi italiani andavano tra i grattacieli di Milano per ricreare gli skyline di New York e delle grandi metropoli. Io andavo in periferia, a Ferrara o lungo il Po e le riviste impazzivano. Quello era il mio luogo, quella era mia luce. Il fotografo deve riuscire a guardare anche ad un metro di distanza da sé.

Pensi che gli artisti, i fotografi, quando diventano mainstream perdano la loro forza?

Credo che si possa essere irriverenti all’infinito. Avedon lo è stato. Questa è la differenza tra un grande fotografo ed un fotografo medio. Lo dico con tutto il rispetto per il fotografo medio, ho un grande rispetto per chiunque faccia della fotografia la sua professione, perché so quanto è faticoso.

Credo che si possa essere irriverenti all’infinito. Avedon lo è stato.

Il fotografo deve sempre essere un eccellente fotografo?

Il compito di un talento è quello di esprimersi al massimo. È negativo se hai un talento e lo freni. Sono molti quelli che si sopravvalutano, ma questo non è un problema, è una cosa banale che succede ovunque. Il vero problema sono quelli che si sottovalutano, quelli che scelgono di barattare il proprio talento con il compiacimento della società, che tornano indietro e diventano il nulla. Trovo molto più onesto il fotografo che nella sua bottega continua a fare i suoi scatti, piuttosto che non un fotografo che ha avuto la possibilità di crescere e, ad un certo punto, decide di barattare la sua ricerca con i suoi guadagni.

Andare avanti e tornare indietro. Ma la crescita, in questo sistema, è davvero qualcosa di verticale?

Non credo più nella scala del valore. È un concetto che andrebbe rivisto. Ci sono momenti in cui la tua posizione nella scala è importante perché il tuo lavoro coincide con i bisogni della società. Ci sono momenti, invece, in cui sembra che il tuo lavoro non abbia importanza, ma solo perché la società sta chiedendo altro e non per questo il valore del tuo lavoro è inferiore. Il valore del lavoro è scollegato rispetto al posto che occupi.

La fotografia ha un compito preciso?

La fotografia ha un compito culturale, non è un’immagine che deve essere stampata per occupare uno spazio su una rivista o una parete vuota. Il chiodo dev’essere piantato nella mente, questa è la fotografia più potente. Alcuni fotografi sono riusciti a farlo, si sono lasciati andare al proprio istinto.

Tu sei molto critico con chi separa la fotografia dall’arte.

Il problema non sono le persone che tengono fuori la fotografia dall’arte. Il problema sono i fotografi. C’è una forma di fanatismo nel difendere un territorio conquistato con molta fatica. La fotografia per diventare una forma di cultura ha dovuto lottare molto però, adesso, il passo successivo quale è? Questa domanda mette in discussione i baroni, perché devono scendere di nuovo nell’arena, e non tutti hanno voglia di giocare ancora. La fotografia è arte, non deve entrare nell’arte. Il problema è quando un artista vuole uscire per creare il proprio regno. Io preferisco restare nella bolgia, mi interessa allargare la cerchia piuttosto che regnare da solo.

Credi che la fotografia sia democratica?

Lo credevo, ma adesso non più. Pensavo che la fotografia fosse democratica come la parola. Ora ho capito che l’uso dello strumento è naturalmente accessibile e aperto a chiunque, ma la fotografia in sé non è più democratica, bisogna avere una grandissima cultura per poterla fare. La fotografia è un atto consapevole, e per essere consapevole devi avere una grande preparazione.

Il fotografo riesce a risolvere qualche problema del mondo?

No, questa è una presunzione, è un atto ipocrita. A me il mondo piace, non voglio cambiarlo, voglio cambiare la visione sul mondo. Non c’è mai stato un momento storico più sicuro, e tutti viviamo di paure. Non c’è mai stato un momento storico più ricco, e tutti abbiamo paura della povertà. Il mio compito è dire: guardate, quello che state percependo non è reale, la vita è molto meglio. Insomma, devo fare riflettere sul mondo, non risolvere le cose del mondo.

Il mio compito è dire: guardate, quello che state percependo non è reale, la vita è molto meglio.

Il tuo lavoro con il “nero” serve a questo?

Ho chiamato quel lavoro “Onore al nero”. Per luogo comune, si è sempre pensato che il nero fosse la rappresentazione della parte negativa, del male. Ma il nero è un colore generoso, mentre il bianco non è generoso. Il nero accoglie tutti i colori, il bianco li riflette, li respinge. Questo è un grande atto di generosità. Quel progetto è nato attraverso alcune letture, da Rousseau a Platone. Bisogna conoscere la sofferenza per guarirla, voglio mettere le persone a disagio perché voglio che queste superino i loro disagi.

Chi guarda una tua fotografia, ma anche chi la acquista, a che cosa è interessato?

Ci sono tre tipi di collezionisti. Il collezionista molto colto che valuta il lavoro. Poi c’è il collezionista vanitoso, che cerca un nome di cui vantarsi. E il terzo è quello che ha la parete vuota e deve riempirla, deve dare un valore al suo divano anonimo. Sono fortunato perché il mio collezionista è sempre molto colto, ha la cultura per vedere che l’opera è una parte della mia vita. La qualità del mio collezionista è la parte che più appaga la mia vanità.

A proposito, dove devono fermarsi l’ego, la vanità, per realizzare un buon lavoro?

La grandezza dell’artista è gemella dell’ego. Il problema non è fermare il proprio ego ma è capire quando stiamo dando all’altro una visione e quando, invece, ci stiamo solo affermando sugli altri. È quello il momento in cui bisogna fermarsi, a volte anche rinunciare a partire. Se io mi sto affermando sull’altra persona, è meglio che stia fermo. Se invece sto donando qualcosa all’altra persona, allora non c’è limite alla vanità.

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