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Michael Kenna: cerco il silenzio come fuga dal rumore di fondo del mondo

Michael Kenna, è vero che da giovane voleva entrare in seminario per diventare un prete cattolico?

È vero, sono entrato in un seminario scolastico giovanile con l’intenzione di diventare un prete cattolico. In realtà è un passaggio molto importante della mia vita, vorrei descriverlo nel dettaglio. Sono nato e cresciuto in una povera famiglia operaia a Widnes, una città industriale vicino a Liverpool, in Inghilterra.
Da ragazzo, nonostante avessi cinque fratelli più grandi di me, ero abbastanza solitario, trascorrevo la maggior parte del mio tempo nei parchi e nelle strade della mia città. Mi piaceva esplorare le stazioni ferroviarie, le fattorie, i campi da rugby, i canali, le chiese vuote e i cimiteri abbandonati.

Luoghi che sono diventati oggetto della sua fotografia.

Sì. Anche se all’epoca non avevo una macchina fotografica, penso che quel periodo sia stato il più influente per la mia visione. Tornando al seminario, erano anni in cui facevo il chierichetto nella chiesa cattolica di St Bede e amavo prendere parte ai grandi riti religiosi della chiesa. Assistevo il prete durante i battesimi, i funerali, i matrimoni, le messe in latino. A undici anni volli entrare in un collegio cattolico. Le mie esperienze in quel collegio, durante i sette anni successivi, mi hanno dato importanti lezioni di vita. Ci sono stati molti aspetti dell’educazione religiosa che credo abbiano fortemente influenzato il mio lavoro nella fotografia, come la disciplina, il silenzio, la meditazione e l’idea che anche dove le cose possono essere invisibili, può esserci comunque una presenza.

A undici anni volli entrare in un collegio cattolico. Le mie esperienze in quel collegio, durante i sette anni successivi, mi hanno dato importanti lezioni di vita.

Ha abbandonato la religione a favore dell’arte, da un punto di vista professionale.

La formazione è stata eccellente, ma l'”orientamento professionale” non faceva per me. Durante la mia adolescenza capii che non volevo seguire una vita religiosa. Pensavo di essere bravo a disegnare e a pitturare, così sono andato a studiare presso la Scuola d’Arte Banbury nell’Oxfordshire. Ma ho capito subito che le possibilità di affermarmi come pittore, in Inghilterra, erano molto basse, così decisi di specializzarmi in fotografia al London College of Printing.

Qui ha iniziato a fotografare il paesaggio?

In realtà mi è stata insegnata prima di tutto la fotografia commerciale. Poi ho imparato a conoscere il fotogiornalismo, la fotografia di moda, la fotografia sportiva, la natura morta, la fotografia di architettura. Quando mi sono laureato, avevo tutti i mezzi per sopravvivere nel mondo competitivo della fotografia commerciale. Ho iniziato a fotografare il paesaggio come personale forma di espressione. In quel periodo non avevo idea di che cosa potessi e volessi fare della mia vita.

Ha fotografato molti luoghi del pianeta, ha viaggiato senza sosta per trent’anni per fare una fotografia che definiamo lenta. Quando capisce di aver trovato il luogo giusto in cui posare il cavalletto della tua Hasselblad?

Quando fotografo cerco una sorta di risonanza, un collegamento, cerco di riconoscere una scintilla. Di solito, non preparo in modo complesso i miei viaggi. Cammino, esploro e fotografo. Non so mai se resterò in un posto per alcuni minuti, per ore o per giorni. Avvicinarmi al soggetto da fotografare è per me un po’ come incontrare una persona e iniziare una conversazione. Come si fa a sapere in anticipo quale sarà l’oggetto della discussione, quanto potrà diventare intimo il dialogo, per quanto tempo durerà il rapporto? I sentimenti possono essere complicati, confusi e mescolati.

Si fida molto del suo istinto?

Non mi fido mai completamente dei miei sentimenti, o del mio istinto, quando si tratta di individuare un tema. Piuttosto, mi affido al tempo, a quel senso di curiosità e a quella pazienza che consentono all’oggetto di rivelarsi.

Non mi fido mai completamente dei miei sentimenti, o del mio istinto, quando si tratta di individuare un tema.

Resta sempre stupito dal modo in cui si rivela l’oggetto?

Cerco di non essere affrettato nel giudizio. Ci sono state molte occasioni in cui sono emerse immagini interessanti da luoghi che avevo considerato poco interessanti. Ma è successo spesso anche il contrario. Uno ha bisogno di accettare che accadano le sorprese e che siano le sorprese a determinare il risultato. Un risultato a volte superiore a quanto avessi auspicato. Questi sono momenti eccezionali, in cui mi viene un brivido e i miei capelli sembrano drizzarsi.

Pensa che ci siano alcuni elementi che determinano questi momenti?

Questi momenti sublimi avvengono quando luce, materia, punto di vista personale ed eccellenza tecnica si combinano in una equazione che produce quello che possiamo definire un capolavoro. Si tratta di un evento raro nella mia esperienza, e l’immagine che nasce da questo momento magico spesso risulta inferiore alle mie aspettative. Per questi motivi, ho poca fiducia nel prevedere una fotografia. Preferisco seguire la filosofia di Garry Winogrand, ovvero fotografare per vedere come una certa cosa appare quando viene fotografata.

Le sue fotografie, più del tipo di paesaggio, del bianco e nero e di tutte le altre caratteristiche oggettive, ci permettono di percepire il silenzio.

Nel mio lavoro cerco di presentare un’oasi di calma e di solitudine che gli spettatori possano per lo meno intravedere. All’inizio delle mie esplorazioni fotografiche preferivo fotografare all’alba perché c’erano meno persone in giro, e non c’era rumore nell’aria. La luce del mattino è spesso morbida e diffusa. Continuo a preferire le ore dell’alba più di qualsiasi altro momento, anche se ora fotografo a tutte le ore del giorno e della notte. Il nostro mondo è veloce, colorato, pieno di distrazioni e, troppo spesso, molto rumoroso. Cerco di creare ordine dal caos, e spesso cerco il silenzio come una fuga dal rumore di fondo costante del mondo.

Alla fine degli anni ’70, dall’Inghilterra, lei è andato a San Francisco nello studio Ruth Bernhard, dove si è dedicato alla stampa fotografica.

Sono stato molto fortunato ad incontrare Ruth Bernhard nel 1978. Aveva appena firmato un contratto di esclusiva con la Stephen White Gallery di Los Angeles, per cui doveva produrre molte stampe per un periodo di due anni. Sfortunatamente, Ruth poco tempo prima era stata avvelenata dal monossido di carbonio e non si sentiva in grado di realizzare queste stampe. Avevo appena cominciato a collaborare con la stessa galleria e Stephen mi ha chiesto se mi poteva interessare aiutare Ruth. È stata una splendida opportunità per me.

È un bagaglio di competenze che si porta dietro ogni giorno.

I miei dieci anni di lavoro con Ruth Bernhard sono stati impagabili. Non riesco a sottolineare abbastanza la sua influenza sulla mia vita e sul mio lavoro. Prima di lavorare con Ruth, pensavo di essere un buon stampatore fotografico, avevo stampato il mio lavoro e quello di un certo numero di fotografi, sia a colori che in bianco e nero. Tuttavia, Ruth mi ha trasmesso idee del tutto nuove sul processo di stampa. Il suo principio fondamentale è che il negativo è il punto di partenza. In quella camera oscura tutto poteva essere lavorato e trasformato, si poteva ridurre la messa a fuoco per creare un’uniformità dei toni, creare maschere per bruciare alcune zone della foto, utilizzare diverse sostanze chimiche per modificare il contrasto o il colore delle immagini. Ruth si rifiutava di credere che l’impossibile non fosse possibile, e mi ha insegnato che non esistono regole che non possano essere eliminate. Questo abbiamo fatto per lunghe notti nella sua camera oscura.

Il suo principio fondamentale è che il negativo è il punto di partenza. In quella camera oscura tutto poteva essere lavorato e trasformato.

Ancora una volta, sottolinea il fatto di avere avuto insegnanti eccellenti.

Ruth diceva spesso che considerava il suo ruolo di insegnante di gran lunga molto più importante del suo ruolo di fotografa. Io ero un giovane fotografo che cercava di muoversi in quel mondo strano e spesso sconcertante delle gallerie d’arte, degli editori e degli agenti commerciali. Ruth era un faro per me. “Today is the day” è stato il suo mantra, e la sua determinazione nel vivere il presente, per apprezzare ogni momento, per dire sempre sì alla vita, ha lasciato un’impressione indelebile su di me. Rimango in debito con la sua gentilezza e la sua saggezza.

Il fatto che lei sia cresciuto in una zona industriale dell’Inghilterra pensa che abbia influenzato il suo modo di guardare il paesaggio?

Penso che essere cresciuto a Widnes, una città industriale, abbia influenzato molto il mio lavoro. Ho fotografato l’industria per quasi tutta la mia carriera, comprese le fabbriche di cotone e di lana di Lancashire nello Yorkshire, le centrali elettriche nelle Midlands in Scozia, l’impianto Rouge Steel a Detroit nel Michigan, e le fabbriche di Calais in Francia. L’industria fa parte del nostro paesaggio contemporaneo e ne sono sempre stato attratto.

L’industria è il tema del suo prossimo libro che uscirà in autunno.

Il mio prossimo libro, che sarà pubblicato da Prestel il prossimo autunno, sarà intitolato Rouge e si baserà sul lavoro che ho fatto negli anni ’90 alla Ford Motor Plant a Dearborn, Michigan.
I dipinti e le fotografie di Charles Sheeler sono stati i principali punti di riferimento per questo progetto. All’inizio degli anni ’90 ero rappresentato a Detroit dalla Halsted Gallery e, tramite contatti, mi è stato presentato un impiegato in pensione della Ford, Lee Kollins, che gentilmente mi ha fatto fare un tour nelle strutture Rouge. Mi ricordo che in un primo momento non ero molto interessato e non ne vedevo il potenziale per realizzare un lavoro fotografico. Scattai alcune foto e, come spesso accade, guardando i risultati mi sono reso conto degli errori che avevo commesso. Sono tornato a fotografare la Rouge poco dopo e ho continuato a fotografarla nel corso dei successivi tre anni, di giorno e di notte. Da qui è nato il libro.

Ha sempre fotografato il paesaggio in bianco e nero?

Da studente ho sperimentato il colore. Poi, come professionista, ho fotografato a colori per una serie di progetti commerciali e per qualche progetto personale. Tuttavia, sento che le fotografie in bianco e nero sono generalmente più tranquille e misteriose di quelle a colori. Per me, il bianco e nero ispira l’immaginazione dello spettatore e lo porta a completare il quadro con l’immaginazione. Il bianco e nero non cerca di competere con il mondo esterno. E credo che persista più a lungo nella nostra memoria visiva. Dopo tutto, vediamo il colore per tutto il nostro tempo. Il bianco e nero è quindi un’interpretazione del mondo, piuttosto che una copia di ciò che vediamo.

Lei è un fotografo che lavora esclusivamente in analogico e stampa nella propria camera oscura.

Sono ancora al cento per cento analogico. Uso macchine fotografiche analogiche e insisto nel realizzare tutte le stampe nella mia camera oscura. Detto questo, credo che ogni fotografo, ogni artista, dovrebbe scegliere i materiali e le attrezzature in base alla propria visione personale. Non credo che l’analogico sia migliore del digitale, o viceversa. Sono cose diverse, e io preferisco continuare con il processo tradizionale ai sali d’argento. Non ho il bisogno o il desiderio di una gratificazione immediata nella fotografia, è il lungo e lento viaggio verso la stampa finale che mi affascina. Continuo a preferire i limiti, le imperfezioni e l’imprevedibilità del mondo analogico.

Perché sceglie di stampare i suoi paesaggi così aperti in formato medio o piccolo, in un formato così intimo?

Ho sperimentato alcune volte il grande formato, per una serie di progetti, ma per la maggior parte dei miei lavori preferisco una stampa più intima, piccola e preziosa. I nostri occhi vedono in un campo visuale di 35 gradi, preferisco quindi che le persone osservino le mie foto da vicino, per creare più intimità tra la mia stampa e l’osservatore. Stampo così dagli anni ’70 e mi sembra che questo formato rappresenti la mia idea.

Parliamo della solitudine, un altro elemento della sua fotografia. Un grande autore italiano ha detto che “la solitudine è importante, ti permette di entrare in contatto con l’ambiente circostante. E l’ambiente circostante non è fatto solo di esseri umani”.

Sono d’accordo e preferisco essere in grado di ascoltare ciò che mi circonda quando lavoro seriamente. Credo che l’atto di fotografare sia abbastanza simile ad una conversazione. Se fotografo un albero, per esempio, chiedo consapevolmente il permesso all’albero di fare un ritratto, e a quel punto abbiamo una conversazione. Si tratta di un’esperienza condivisa e l’immagine risultante è una collaborazione.

Se fotografo un albero, per esempio, chiedo consapevolmente il permesso all’albero di fare un ritratto, e a quel punto abbiamo una conversazione.

Per questo le piace la solitudine?

Su un piano più filosofico, arriviamo soli in questo mondo e lo lasciamo soli. Credo che sia incredibilmente importante stare bene con la nostra solitudine. Gran parte del mio lavoro riguarda la presenza dell’assenza. Raramente ho inserito delle persone nelle mie fotografie, ciò che voglio è che lo spettatore immagini di trovarsi da solo in questi spazi vuoti. Spesso utilizzo l’analogia con il teatro. Preferisco fotografare il palco prima della comparsa degli attori o dopo che l’hanno lasciato, quando c’è una forte atmosfera di attesa. Mi piace pensare alle mie immagini come inviti ad entrare nella tranquillità, negli spazi vuoti e a sperimentare la solitudine. Nel mondo d’oggi, così affollato e caotico, a volte, non è una cosa facile da realizzare. E può anche risultare anche molto scomodo. Tuttavia, credo che sia estremamente importante dare alle nostre menti il tempo e lo spazio per muoversi liberamente e per esplorare.

Ho letto che ama correre, e che mentre la corsa sulle lunghe distanze le permette di lavorare sul corpo, le lunghe esposizioni fotografiche le permettono di lavorare sulla mente.

Mi piace correre e ho appena completato la mia 55ma maratona di 26,2 miglia. Per me si tratta di una forma di meditazione e mi tiene in condizione fisica decente, che è molto importante per un fotografo del paesaggio che spesso deve percorrere lunghi tratti con uno zaino pesante e il treppiede. Un effetto collaterale benefico della corsa su lunghe distanze è la possibilità di utilizzare liberamente la nostra immaginazione. Nel corso di un lungo percorso ho spesso inconsciamente pensato a soluzioni creative riguardo i problemi che dovevo risolvere. Ad un livello più pratico, ho scoperto molti bei luoghi durante la corsa, che sono poi tornato a fotografare in seguito.

Esiste un’associazione americana, The Long Now Foundation, che propone di ragionare su un orizzonte di diecimila anni, anziché sui settanta – ottanta anni della nostra vita. Questo ci consentirebbe di avere un diverso tipo di prospettiva su tutto ciò che pensiamo e che produciamo. Se chiude gli occhi e non pensa al quotidiano, quale è il suo orizzonte temporale?

Una volta ho fatto un sogno in cui ero un castagno gigante. Mi sembrava di vivere attraverso i secoli. Guardavo in basso e osservavo generazioni di persone, individui e famiglie, andare avanti nella loro breve vita. Le nostre continue storie umane – spesso viste attraverso i prismi soggettivi della commedia o della tragedia – sembravano assumere una luce completamente diversa se viste da questa nuova prospettiva. Quando mi sono svegliato, ero una persona diversa. Il mio comportamento nei confronti del tempo era profondamente cambiato e il mio rispetto per questi bellissimi alberi, queste sentinelle di esperienza, è aumentato notevolmente.

Ma Ruth Bernhard le ha insegnato a vivere il presente, vivere la nostra vita, non la vita del castagno.

Sì, sento che, in ultima analisi, sia più importante pensare al presente. Voglio sfruttare al meglio tutto il tempo che ho in questa vita. Davvero, non voglio perdere un secondo. Non riesco a capacitarmi che il prossimo novembre avrò sessantatre anni. Dove sono finiti tutti questi anni? La vita è preziosa e fugace. Certamente guardo al futuro e a volte lancio un’occhiata al passato, anche se non c’è niente che io possa cambiare, ma il presente è ciò che mi interessa di più.

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