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Massimo Sestini: il mio fotogiornalismo, essere sul posto

Trent’anni di lavoro ti hanno insegnato che le cose possono cambiare all’ultimo momento, sai che la possibilità di ottenere la fotografia c’è sempre fino all’ultimo.

Mai dire mai. Ho imparato che spesso e volentieri all’ultimo minuto tutto cambia o potrebbe cambiare. Quando sono sul posto, parte quindi un calcolo delle probabilità, so che mi tuffo in una situazione in cui anche se tutto volge al peggio e sembra impossibile, non devo mai diventare pessimista. Altrimenti rischio di stare a casa. Non bisogna mai pensare se e ma prima di fare una cosa, prima devi andare. Contrariamente ad altri tipi di giornalismo, fare fotografia significa portare la tua presenza fisica in quel posto. Quindi stare in ufficio e pensare che non ci siano possibilità di realizzare il servizio, non è possibile. Bisogna alzarsi, correre, arrivare e guardare.

Contrariamente ad altri tipi di giornalismo, fare fotografia significa portare la tua presenza fisica in quel posto.

Questo deve fare i conti l’attività imprenditoriale, con costi e ricavi.

In realtà per me l’attività imprenditoriale non esiste. Io sono un fotogiornalista, non un imprenditore. Ho vissuto per trent’anni di fotogiornalismo, e tutt’ora i giornali sono i miei committenti principali. La mia agenzia è strutturata per andare avanti da sola, il lato imprenditorale non ce l’ho, ho organizzato la mia struttura in modo che possa andare avanti anche senza di me.

Quando hai deciso di organizzarti in una agenzia?

Alla fine degli anni ’80 a Firenze sono nati alcuni quotidiani che mi chiedevano di coprire la cronaca locale della città. Ho capito che era una cosa che non potevo fare da solo, non potevo dare disponibilità ventiquattr’ore su ventiquattro, volevo essere libero di partire e realizzare un servizio da qualche altra parte. Così mi sono organizzato con altri colleghi. Ho capito che era necessario lavorare con altri.
Oggi, comunque, devo avvalermi di altri collaboratori su molti servizi, ci sono state occasioni in cui ho realizzato reportage con squadre d’assalto di sette persone.

Ad un certo punto hai capito anche che le foto dall’alto avevano più mercato ed è nato il tuo stile, la fotografia aerea degli eventi. Che poi è evoluto nella fotografia zenitale.

Sono sempre stato un indipendente e riuscivo a vendere una foto solo era diversa da quella di tutti gli altri colleghi, altrimenti non avrebbe avuto mercato. Quindi ho capito che in molte situazioni la cosa più immediata era alzarsi in cielo per avere una prospettiva diversa. È spesso più significativa una fotografia scattata dall’alto piuttosto che una scattata dal basso, o comunque quella dall’alto la fanno in pochi.
Da lì sono nate le foto aeree degli eventi di cronaca. Ho documentato la stagione degli omicidi di mafia in Sicilia, la strage di Capaci, i terremoti principali di questo trentennio. Poi ho scoperto che lo Zenit, ovvero la ripresa perpendicolare, è una prospettiva ancora diversa e che a livello grafico offre un impatto dimensionale totalmente opposto a quello che si vede dal basso. È così che ho iniziato a fare un lavoro sulle fotografie zenitali.

È spesso più significativa una fotografia scattata dall’alto piuttosto che una scattata dal basso, o comunque quella dall’alto la fanno in pochi. Da lì sono nate le foto aeree degli eventi di cronaca.

Hai sempre poco tempo per organizzare i tuoi lavori. Come fai a far convivere uno stile trentennale coerente, riconoscibile, con l’immediatezza del portare a casa la fotografia?

Il mio filo conduttore è cercare di perseguire sempre questa filosofia di portare a casa lo scatto. Il nostro è un mestiere in cui bisogna vivere giorno dopo giorno, essere sul posto e scattare la foto. Cerco di organizzarmi nelle situazioni più impossibili ad arrivare in cielo per ottenere la fotografia. A costo di non riuscirci e di non aver fatto nulla di più ufficiale dal basso.

Ti preoccupa che le tue fotografie restino nel tempo?

Io documento un momento. E, in questo lavoro di documentazione, faccio fotografie che interessano prima di tutto a me. Se poi durano nel tempo è un aspetto in più.

I giornali ti chiedono di innovare?

Certo, chiedono quella implementazione personale che ti permette di vedere diversamente le cose. Su un evento come un matrimonio, o un’elezione politica, l’implementazione fotografica la tiri fuori tu. Quando il direttore di una testata ti dice fotografa un barcone di migranti e tu riesci a fotografarlo zenitalmente, il lavoro acquista tutta un’altra prospettiva. Questa è la tua implementazione ed è quella che vuole un giornale quando ti chiama. Il giornale sceglie un fotografo per la sua personalità.

In questo, in realtà, c’è molta imprenditorialità.

In realtà vedo poche sfumature nel mio modo di lavorare, o si fa o non si fa. Da come hai iniziato questa intervista sembrava che ci fosse solo la differenza tra arrivare subito o non arrivare, tra avere e non avere la foto. E alla fine è vero, il fotogiornalismo ha un suo modus vivendi che è la foto va portata a casa, punto. La foto o c’è o non c’è. L’utente finale compra il giornale e guarda un’immagine. Il fotografo può anche raccontare che non è riuscito a fare la foto per mille motivi, ma chi la fa in quel momento ha il documento e chi non la fa ha le mani vuote.

E alla fine è vero, il fotogiornalismo ha un suo modus vivendi che è la foto va portata a casa, punto. La foto o c’è o non c’è.

Se non avessi un approccio italiano, che in qualche modo sa improvvisare, come faresti?

La progettualità c’è sul dire come faccio ad arrivare sul posto, poi vedo che tutto dipende dall’estro e dall’inventiva. La caparbietà del carattere mediterraneo di noi italiani fa buona parte di questo gioco. Nelle paparazzate, i fotografi che hanno fatto i più grandi scoop in maniera acrobatica, travestendosi, inventando strategie, sono fotografi italiani. Noi siamo abituati ad arrangiarci in maniera abbastanza approssimativa, il che è un difetto, ma d’altra parte ti aiuta ad arrivare al risultato in maniera più veloce di chi è invece un sistemista che deve sempre strutturare un progetto con molti ingredienti L’approssimazione ti può aiutare ad essere più immediato, con tutti i rischi che ne conseguono.

Rischi mai di essere condizionato da chi è coinvolto nella realizzazione del servizio?

Temo molto questa cosa, e a volte il condizionamento è positivo, a volte negativo, a volte involontario. La foto del barcone allo Zenit che ha vinto il World Press Photo è stata scattata da me, ma il novanta per cento del merito è del pilota di quell’elicottero che in quel momento è riuscito a portarmi esattamente sullo Zenit, se quel pilota fosse stato inclinato di dieci gradi o più distante di venti metri, quella foto non l’avrei mai fatta. Questo è un condizionamento positivo. Altre volte succede che entri in un carcere e non riesci a fotografare detenuti riconoscibili, allora dovrai studiare il taglio del reportage tenendo conto di questi condizionamenti esterni.

Quando un lettore guarda la tua foto si chiede come avrà fatto. A te questa domanda sta bene o preferiresti che si parlasse della fotografia?

Credo sia un valore aggiunto. Quando guarda la Cappella Sistina, oltre ad ammirare l’opera, il pubblico si chiede come avrà fatto Michelangelo una volta nella vita a realizzare quest’opera. Fa parte del gioco. Lo spettatore che guarda un’opera si domanda sempre come ha fatto a realizzarla. È uno degli ingredienti di lettura di una fotografia.

Quando ti trovi in emergenza, o in pericolo, che cosa salvi del tuo bagaglio?

Tante volte in aereo mi sono domandato cosa avrei salvato in caso di ammaraggio, quando ti dicono di lasciare a bordo zainetti, giubbotti… Io mi domando come farei a lasciare le mie macchine fotografiche nella cappelliera. È una domanda che mi pongo spesso. Se d’istinto devo salvare qualcosa, salvo la scheda che contiene le foto. Se scendo ad un autogrill, le schede preferisco portarle dietro, il lavoro non si può realizzare un’altra volta.

Pensi che il tuo lavoro sia evoluto in questi trent’anni?

Sono diventato più indipendente. Prima ero molto legato ai giornali che dovevano chiamarmi e passarmi dei servizi. Poi, con la mia agenzia, grazie ai fotografi con cui collaboro, ho capito che a cinquantuno anni devo dedicare più tempo alla mia struttura, devo per esempio seguire i giovani che crescono.

Le tue fotografie circolano molto. Ci sono temi che affronti, come il gossip, che sono fatti per essere diffusi, replicati, condivisi. Rispetto al passato, oggi fai più attenzione alla tutela commerciale del tuo lavoro?

Sì, il problema esiste, ma non me lo pongo. C’è tanta facilità del riprodurre un’immagine via web. Ma è anche vero che non puoi pensare di passare il tempo a perseguire queste cose, che comunque non sono redditizie al punto da tutelarle sistematicamente.

I giornali ti chiedono lo stesso tipo di fotografia di trent’anni fa?

Le fotografie che chiedono i giornali sono sempre le stesse. Il giornale vuole qualcosa di importante e di unico anche nella banalità. La necessità di stampare su carta qualcosa che faccia vendere più copie c’è sempre. E per vendere più copie bisogna fare qualcosa di unico. Alla fine i giornali hanno bisogno di foto capaci di lasciare una traccia emotiva nel lettore che le guarda.

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