Mashid Mohadjerin fotografa

Mashid Mohadjerin: attraverso le immagini, cerco di raggiungere le persone

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Mashid Mohadjerin è Canon Ambassador. Il 21 e 22 Aprile 2018, Mashid Mohadjerin terrà un Workshop a Reggio Emilia presso lo Spazio Fotografia San Zenone, nell’ambito di Fotografia Europea. In collaborazione con Canon.
Tutte le informazioni e le modalità di iscrizione qui.

Mashid Mohadjerin, il tuo lavoro è sempre stato sull’identità e sulla condizione umana. Che cosa ti ha sorpreso di questa ricerca?

La cosa che mi ha sorpreso di più è vedere quanta grandezza c’è in ogni storia. Quando leggi i giornali, tutto sembra bianco o nero, quando poi ti cali nelle storie, scopri i dettagli, scopri il coinvolgimento delle persone. Prendi l’immigrazione, ci sono migliaia di piccole storie all’interno delle grandi storie che possiamo leggere sui giornali, c’è sempre qualcosa di più personale, di più legato alle singole persone. Le brave persone non sono solo brave, le cattive persone non sono solo cattive. C’è una complessità in ogni soggetto, in ogni vita.

La tua fotografia è sempre stata collegata alle persone?

Sì, assolutamente. Le persone, la società, sono i soggetti del mio lavoro.

Ti definiresti una fotoreporter?

In realtà non lo so. È sempre faticoso trovare una definizione. Posso pensare di essere una “image maker”, una storyteller, cerco buoni modi per raccontare una storia che sia su me stessa, che sia su altre persone, che sia sulla situazione politica. Attraverso le immagini, cerco di raggiungere le persone.

Cerco buoni modi per raccontare una storia che sia su me stessa, che sia su altre persone, che sia sulla situazione politica. Attraverso le immagini, cerco di raggiungere le persone.

Insomma, sei concentrata sul tuo lavoro, non sul trovare una definizione a tutte le teorie sul fotogiornalismo.

Penso che sia necessario avere un dialogo con i miei colleghi, ma non penso sia necessario trovare definizioni al nostro lavoro.

Come apri un progetto e come decidi di terminarlo?

Intanto dipende dal soggetto. Alcune storie necessitano di molto tempo, altre puoi coprirle in poche settimane. Quando individuo un tema e ritengo che sia interessante non solo per me, ma anche per i media, inizio una ricerca, inizio a cercare i contatti sul campo. Collaboro spesso con le organizzazioni sul campo, con le istituzioni, con le forze dell’ordine, e cerco di capire quale è il modo migliore per coprire una storia.

Che cosa vuoi trasmettere agli studenti dei tuoi workshop?

Non puoi essere solo un bravo fotografo. Hai bisogno di avere delle idee, un focus, una visione. Devi distinguerti in termini di chi sei e che cosa vuoi fare. Devi essere coinvolto con il tuo soggetto e non solo portare a casa un lavoro. Ho lavorato per anni sul tema della rivoluzione in medio oriente, ed è naturale collegare questo tema al fenomeno delle migrazioni. C’è un collegamento diretto tra le due cose. Prima di tutto perché la rivoluzione è una delle cause per cui le persone sono emigrate, come è successo a me dall’Iran al Belgio. La seconda questione è che, quando sei immigrato, resti con il pensiero rivolto verso chi è rimasto nel paese d’origine e continua a combattere per la rivoluzione.

Non puoi essere solo un bravo fotografo. Hai bisogno di avere delle idee, un focus, una visione. Devi distinguerti in termini di chi sei e che cosa vuoi fare.

Sei convinta che il fotografo deve essere impegnato rispetto alla storia che racconta?

Non penso che sia un fatto di ruolo, non credo nelle gabbie dei ruoli. Ma sicuramente non penso abbia senso lavorare su un soggetto solo perché è popolare. Si tratta di lavorare perché ti ritrovi realmente coinvolto su quel tema.

Dieci anni fa hai vinto un World Press Photo. Questo ha cambiato qualcosa nel tuo modo di lavorare?

Direi che ho continuato a lavorare, un giorno dopo l’altro. L’unica differenza è che hai più credibilità quando ti relazioni con le istituzioni. Che ci piaccia o meno, noi fotografi indipendenti abbiamo bisogno di questo genere di “prove” per essere considerati.

Il tuo lavoro è molto diverso rispetto a ciò che ti aspettavi all’inizio?

Beh, non avrei mai pensato di dovermi confrontare con così tanta postproduzione intorno (ride). No, ma in realtà non penso di aver mai avuto un’idea romantica della fotografia e di questo mestiere. Oggi scrivo storie, registro molto le storie delle persone che incontro. Scrivere, registrare, fotografare, fa tutto parte dello stesso modo di raccogliere e conservare le storie.

No, ma in realtà non penso di aver mai avuto un’idea romantica della fotografia e di questo mestiere. Oggi scrivo storie, registro molto le storie delle persone che incontro.

Come nutri la tua curiosità?

Penso di essere curiosa di natura. Non leggo molti giornali, e questo sembra contraddittorio rispetto al mestiere del fotogiornalista. Ma è l’unico modo per mantenere una visione più elevata, che ti allontani dal momento, dall’emergenza, e ti porti a considerare i fenomeni nella loro interezza.

C’è un’area del mondo che consideri particolarmente interessante in questo momento?

Mi interessa molto la decadenza di alcune comunità in Europa. Qui puoi cercare di capire la contraddizione tra il credere di vivere in un ambiente benestante, a volte ricco, e a come venga speso molto denaro in modo ridicolo, accumulando oggetti, circondandoci di cose. Il fotogiornalismo si è concentrato per molto tempo sulla miseria, forse perché era più semplice individuare un tema, partire, andare. Adesso sarebbe interessante concentrarsi sulle comunità più vicine, perché paradossalmente i fotografi ci hanno fatto conoscere meglio le comunità lontane rispetto a quelle che vivono accanto a noi.

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