Marie Pierre Subtil fotografa ritratto

Marie-Pierre Subtil (6Mois): la produzione di storie fotografiche è ancora molto importante

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Marie-Pierre Subtil, lei è direttore di 6Mois, magazine francese dedicato al fotogiornalismo che non raccoglie pubblicità, è distribuito prevalentemente in libreria, non ha un sito internet di news. È una strategia che funziona?

Sì, il modello economico funziona. Abbiamo un sito internet che, oltre a non contenere news, non mostra i contenuti della rivista. Non raccogliamo pubblicità perché pensiamo che la pubblicità abbia portato l’editoria verso la crisi. Questo per noi è un punto di forza, di indipendenza. Stampiamo ventimila copie, abbiamo circa tremila abbonati e distribuiamo prevalentemente nelle librerie. Abbiamo una piccola redazione, paghiamo i fotografi che pubblichiamo e il progetto si sostiene e cresce.

Da come ne parla, questi tre punti sono valori del brand, oltre che un modello economico.

Sì, corrispondono ad un nostro preciso punto di vista sul mondo editoriale.

Prima di 6Mois c’era XXI, il cui format era il giornalismo illustrato. Perché vi siete mossi verso il fotogiornalismo?

Quando XII è stato creato pensavamo che la fotografia non fosse abbastanza adatta per raccontare le storie. In Francia l’illustrazione ha un ruolo molto forte nel racconto delle storie. Su XXI tutti gli articoli erano illustrati, il linguaggio era il disegno. Ma malgrado la crisi del fotogiornalismo, negli anni ci siamo resi conto che la produzione di storie fotografiche era ancora molto importante, e abbiamo visto quanto fosse ancora vivo il fotogiornalismo. I fotogiornalisti, nonostante tutto, continuano a dar vita a storie, a racconti che ci mostrano il mondo di oggi e il mondo che verrà. Il format di 6Mois è semplice, rispetto ad un magazine normale abbiamo invertito il rapporto tra testo e immagini.

I fotogiornalisti, nonostante tutto, continuano a dar vita a storie, a racconti che ci mostrano il mondo di oggi e il mondo che verrà.

A quale fotogiornalismo guardate?

Lo scopo di 6Mois è rappresentare il mondo contemporaneo attraverso le immagini. Il mondo è cambiato, e non tutti i fotogiornalisti hanno capito che è il momento di smettere di fotografare i soggetti del secolo scorso, esiste un nuovo mondo in pieno cambiamento ed è loro dovere mostrarlo. Tra le proposte che riceviamo ogni giorno, ci sono soggetti che realmente ci sorprendono e che sono in grado di raccontarci il mondo che sarà.

Il fotogiornalismo ha regole e criteri molto rigidi. Non rischiano di fermarne l’evoluzione?

Penso che questa rigidità appartenga soprattutto al fotogiornalismo delle news. Nessun ritocco, nessuna posa, nessuna composizione e tutte le regole che conosciamo. Ma ci sono molti altri ambiti, chi segue storie di lunga durata ha tutto un altro atteggiamento, e le regole sono assolutamente nuove. Abbiamo pubblicato lavori lunghi, anche ottanta fotografie per progetto, dove l’approccio è totalmente differente.

Ha l’impressione che il fotogiornalismo, forse per ragioni di mercato, sia troppo concentrato su alcune parti del mondo, lasciandone in silenzio altre?

Sì, questo sicuramente. Ma questo succede per il giornalismo in generale. La rappresentazione del mondo che vende non corrisponde al mondo nella sua interezza. In generale, ci sono fotogiornalisti che lavorano per denunciare che cosa non va nel mondo, e fotogiornalisti che vogliono cambiare il mondo. In generale il primo approccio vende di più e i soggetti sono spesso ripetitivi, già visti.

6Mois è libero di non seguire l’agenda degli eventi mondiali?

Sì, noi non dipendiamo dagli eventi. Rintracciamo i temi della storia ma siamo liberi dalla stretta attualità. Il giornale è semestrale, ma non è solo la temporalità che determina questa libertà. È anche la scelta di pubblicare lavori lunghi, in grado di spiegare molto meglio la realtà che desideriamo raccontare. L’economia che cambia, le relazioni tra uomini, sono temi totalmente dentro l’attualità, non sono news, ma sono in grado di spiegare il mondo di oggi.

Per raccontare l’economia, per esempio, avete pubblicato il lavoro Heavens, di Gabriele Galimberti e Paolo Woods. Qui un concetto astratto, le dinamiche del mondo finanziario, è stato tradotto in immagini.

Era un progetto più fotografico che giornalistico e ci ha immediatamente interessato. Non è fotogiornalismo classico, anche il libro che hanno realizzato è straordinario in questo senso. Queste sono le nuove modalità, i diversi terreni, su cui si può confrontare il racconto della realtà.

L’economia che cambia, le relazioni tra uomini, sono temi totalmente dentro l’attualità, non sono news, ma sono in grado di spiegare il mondo di oggi.

Quali aree del mondo pensa siano interessanti oggi?

Ci sono molte aree del mondo interessanti e poco raccontate, ma non perché sono distanti o povere, piuttosto perché sono troppo vicine, perché ci appartengono e finiamo per non osservarle. I fotogiornalisti sono spesso concentrati sui luoghi di combattimento, ma ci sono luoghi come la Norvegia, la Svizzera, la Francia, l’Italia, dove nascono storie molto interessanti. Abbiamo pubblicato un servizio sulle badanti, dall’Italia, da Udine. Un servizio di questo genere mi interessa più di un storia da Karachi. Penso che i fotografi occidentali dovrebbero smettere di andare nei continenti poveri con un atteggiamento di scoperta verso questi paesi esotici. Si può fare ottimo fotogiornalismo vicino a casa.

C’è una guida, una parola chiave, nel vostro lavoro in redazione?

In redazione scegliamo in base alla nostra cultura personale, alla nostra visione. In realtà la struttura di 6Mois riesce a far passare particolarmente bene la “cultura della casa”. Il fondatore della rivista è anche l’editore ed è un giornalista. La nostra redazione ha principi che applichiamo sia a XXI sia a 6Mois. Per quanto riguarda una guida scritta, abbiamo redatto un manifesto del giornalismo, si può scaricare online.

Pensa che la destinazione del fotogiornalismo siano ancora le riviste?

No, c’è anche internet, in Francia ci sono esperimenti di riviste online digitali a pagamento molto interessanti. Ma i fotogiornalisti preferiscono la pubblicazione sulle riviste di carta, offrono una legittimità più forte.