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Magnus Wennman: la parola chiave del mio mestiere è rispetto

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Il 14-15 Luglio 2018, Magnus Wennman, Canon Ambassador, terrà un Laboratorio multimediale nell’ambito di Cortona On The Move 2018.
Dedicato a fotografi di ogni livello, che vogliano migliorare le loro abilità nell’ambito della produzione video, del suono e della narrazione visiva.
Gli studenti potranno scegliere di lavorare con video o fotografie, da coniugare con il suono.
Agli studenti verrà assegnato un progetto, che presenteremo alla fine del workshop.
Qui trovi tutte le informazioni e le modalità di iscrizione. In collaborazione con Canon Italia e Cortona On The Move.


Magnus Wennman, sei nato in Svezia ed il tuo lavoro ti ha portato in più di ottanta paesi nel mondo. La Svezia è il paese tranquillo che immaginiamo?

È sicuramente un paese tranquillo e sicuro, se lo confronto ad altre aree del mondo. Ma non penso che le persone che vivono in questa parte del mondo abbiano realizzato quanto sono fortunati. Quando viaggi molto capisci in che tipo di paese abbiamo la fortuna di vivere. Naturalmente, se resti fermo nel tuo paese, trovi sempre problemi. In realtà, qui viviamo estremamente al sicuro.

Tu segui storie particolarmente interessanti anche nella tua città?

Naturalmente sì. Non mi considero un fotografo dei conflitti, non lavoro solo in aree del mondo dove c’è una guerra. Mi considero uno storyteller, posso coprire una guerra ma anche un piccolo aspetto della vita di ogni giorno che trovo in questa parte del mondo.

Non mi considero un fotografo dei conflitti, non lavoro solo in aree del mondo dove c’è una guerra. Mi considero uno storyteller.

Hai raccontato paesi come la Giordania, l’Iraq, e tutta l’area mediorientale. Poi hai raccontato la storia dei rifugiati al loro arrivo in Europa, in particolare nel Nord Europa. Pensi che questo lavoro di continua documentazione abbia cambiato qualcosa nell’opinione pubblica del tuo paese?

Ho iniziato questo lavoro otto anni fa con le storie dei rifugiati in Siria. Quando ho iniziato questo lavoro era molto difficile trovare persone in Svezia che capissero che cosa stava succedendo in Siria. Abbiamo scritto sui giornali, abbiamo pubblicato molte statistiche sul numero dei morti in Siria, sulle persone che avevano perso la loro casa. Quando i rifugiati sono arrivati nei nostri paesi, in particolare nel Nord Europa come la Germania o la Svezia, l’interesse è improvvisamente cresciuto anche su ciò che stava succedendo in Siria. Due anni dopo aver iniziato questo lavoro, l’interesse delle persone è sicuramente cresciuto. È stato un lavoro di informazione realizzato da parte di molti colleghi.

Perché ti sei focalizzato sui bambini?

È stato naturale. Spesso sento parlare di brave persone, di cattive persone, ma nessuno sa di chi sta parlando. La parte più innocente colpita da questa crisi sono i bambini. Li ho fotografati perché volevo mostrare quando sleali possono essere queste guerre.

Hai avuto bisogno di molto tempo per entrare in contatto con le famiglie?

Molte volte non hai tempo, le cose accadono velocemente, a volte ti può capitare di trascorrere uno o due giorni con una famiglia. La cosa più importante è mostrare molto rispetto per le famiglie. Non ho mai fotografato un bambino che scappava via. La parola chiave del mio mestiere è rispetto.

La cosa più importante è mostrare molto rispetto per le famiglie. Non ho mai fotografato un bambino che scappava via. La parola chiave del mio mestiere è rispetto.

Tu capita di fotografare e poi decidere di non pubblicare?

Sì, naturalmente, succede molto spesso, ogni giorno.

Ed è questo il tipo di rispetto di cui parli?

Sì, devi rispettare la situazione. Quando entri in contatto con i bambini, devi avere rispetto in ogni fase del lavoro.

Lavori molto con i giornalisti. Credi ci sia differenza tra un giornalista ed un fotogiornalista?

In realtà, per fare un lavoro approfondito e di lungo periodo, non puoi pensare di essere solo un fotografo, devi essere un giornalista. Ma spesso la cosa migliore, quando lavori con un giornalista, è non pensare “io sono un fotografo, tu sei un giornalista”. La cosa migliore è lavorare in team.

Lavorare bene con una redazione è fondamentale per realizzare un buon lavoro?

Certo, e non solo per il fatto economico. Un buon giornale ti da la libertà di portare a termine il lavoro che vuoi.

Sei interessato alle storie individuali o al fenomeno della crisi dei rifugiati nel suo complesso, come fenomeno epocale?

Direi ad entrambe le cose. La crisi dei rifugiati è la storia più importante del nostro tempo. Forse non abbiamo realizzato quanto sia importante questa storia per la nostra generazione. Sta avvenendo un cambiamento epocale, ed essere fotogiornalista significa raccontare le storie più importanti del nostro tempo. È molto semplice chiudere gli occhi, ma se tu mostri la storia, le persone non potranno più tenere gli occhi chiusi.

Sei sempre stato interessato alle storie degli esseri umani?

Direi di sì. In particolare, il tema dei rifugiati e delle migrazioni ha sempre fatto parte della mia vita. Durante l’infanzia, molti miei amici erano rifugiati del Cile, qualcosa dentro di me mi ha fatto convivere con un certo tipo di domande.

Quando entri così dentro una storia, come ne esci?

A volte non ne esci, la porti sempre con te. Ogni fotogiornalista ti dirà che devi distaccarti dalla persona che sei nel privato e devi pensare che stai facendo un lavoro, altrimenti diventa molto duro affrontare questo tipo di storie. Ma questo non è sempre così vero, per lo meno non è così automatico.

Non è importante vincere il premio, l’importante è arrivare in qualche modo al cuore delle persone.

Il tuo è un mestiere dove c’è un’altissima competizione. Tu hai vinto diversi premi, hai vinto cinque volte il World Press Photo. Quale è l’importanza di vincere questi premi?

Non è importante vincere il premio, l’importante è arrivare in qualche modo al cuore delle persone. Devi riuscire ad avere successo nel raccontare le storie nel modo giusto.

Che cosa insegni durante i tuoi workshop, che cosa vuoi condividere con chi partecipa?

L’importanza dello storytelling, non solo della fotografia. Le storie possono essere raccontate in modi molto diversi, attraverso la fotografia, ma anche i video, i suoni. Devi trovare il modo migliore per raccontare la storia, devi scegliere la strada giusta. Sono sempre stato convinto che fosse fondamentale condividere con le persone la reale motivazione che ti spinge a fare di questo mestiere.

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