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Luis González Palma: l’immagine fotografica ha il potere di dare nuovi sensi al mondo

Luis Gonzalez Palma, sei nato in Guatemala, America Centrale. Come mai ti sei spostato a sud, verso Cordoba e l’Argentina?

La ragione principale è di natura sentimentale. Ho incontrato mia moglie a Buenos Aires nel 1998, avevo cambiato vita diverse volte, e ho deciso di lasciare il Guatemala per venire a vivere a Cordoba nel 2001. Con lei, Graciela De Oliveira, abbiamo due figli, Sebastián e Alitzeel. Abbiamo anche realizzato diversi progetti professionali insieme, lei dirige uno spazio alternativo di arte contemporanea chiamato Demolizione / Costruzione. Questi sono i motivi per cui vivo nel sud.

Lavori da sempre sull’identità, lo fai attraverso il ritratto. Un ritratto deve sempre mostrare gli occhi?

Non necessariamente. Il ritratto è uno dei grandi temi della storia dell’arte, è presente in tutte le culture, fin dall’inizio dell’umanità. È un modo di riconoscere noi stessi, le nostre debolezze e i nostri punti di forza. È la ricerca di noi stessi attraverso l’incontro con un nostro simile, un incontro sensibile e soggettivo. Ma questo non implica che ogni ritratto debba mostrare il volto, nasconderlo può sicuramente essere un altro modo di entrare in relazione con l’altro.

L’immagine non dovrebbe essere collocata in un dato momento storico, è il tentativo di rendere l’immagine, in qualche modo, senza tempo.

Quale significato ha il fondo seppia delle tue fotografie?

La decisione formale di tingere l’immagine di colore seppia è dovuta al desiderio di conferire alla fotografia un tempo fittizio. Infatti, desidero dialogare con l’osservatore attraverso immagini che hanno la carica simbolica di un tempo passato, immagini che contengono una lieve carica malinconica o nostalgica. La mia intenzione è quella di rendere la lettura dell’immagine più complessa. L’immagine non dovrebbe essere collocata in un dato momento storico, è il tentativo di rendere l’immagine, in qualche modo, senza tempo. In questo atteggiamento c’è il desiderio che la fotografia rifletta la poetica della perdita. Mi interessa l’idea dell’immagine come una rovina, che passi attraverso la mia vita e la mia morte. È senza dubbio un concetto romantico che riesce a mostrare, nel deterioramento, un’altra forma di bellezza ed una impossibile, assurda resistenza alla morte.

Ti ispiri alla pittura, al figurativo della cultura popolare. Che cosa aggiunge lo strumento della fotografia alle tue opere?

Non riesco a spiegare perché ho deciso di usare la fotografia come mezzo principale per esprimermi, penso che sia un medium che posso controllare o gestire. Vorrei chiarire che tutta la mia cultura visiva proviene da altri media, dalla pittura coloniale, dai rituali indigeni, dalle attività sincretiche che si svolgono negli spazi sacri degli altopiani del Guatemala. La mia intenzione è stata quella di trasferire nell’immagine fotografica questa sensibilità, la conoscenza di tutto quel mondo onirico e sacro che ha avuto una grande influenza nella mia cultura.

Vorrei chiarire che tutta la mia cultura visiva proviene da altri media, dalla pittura coloniale, dai rituali indigeni, dalle attività sincretiche che si svolgono negli spazi sacri degli altopiani del Guatemala.

È sempre stato così?

Lo è stato per una serie di lavori che ho realizzato tra il 1989 e il 2005, poi i miei interessi sono cambiati. Ora sono molto influenzato dalla scienza, in particolare dall’astronomia. Parte di una mia ricerca, oggi, è concentrata sui concetti relativi al vuoto e al nulla, è ispirata al buddismo, alla metafisica e all’arte astratta. Certo, il mio sguardo sul mondo proviene dalla mia infanzia, ma sento che, con il passare del tempo, si è aperto. Negli ultimi anni ho abbandonato in parte il colore seppia di cui parlavamo, così come ho abbandonato i ritratti e la messa in scena.

Le tue manipolazioni, i tuoi collage, sono un modo per affermare la tua interpretazione sulla realtà?

Ho manipolato la fotografia perché non ero soddisfatto di un’immagine strettamente fotografica. Sentivo che mancava qualcosa, un contatto con il corpo, un gesto, un tocco, una certa contaminazione… ogni lavoro è l’affermazione di una posizione critica e politica sulla realtà, nasce dal desiderio di sostenere una certa sensibilità personale. Manipolare un’immagine è, soprattutto, un gesto estetico, è la ricerca di una sorpresa improvvisa, di qualcosa che intravvedo solo io. Non penso, però, che intervenendo sulle mie immagini, io sia riuscito a intervenire sulla realtà, forse sono solo riuscito a modificarne una minima parte.

Dove inizia l’attenzione all’estetica nelle scelte che fai per realizzare una composizione, un collage, insomma, una tua opera?

L’arte è, per me, un’idea ma anche una forma. Parlando in termini concreti, gli aspetti estetici sono fondamentali nella concezione di qualsiasi lavoro artistico, sia per assumerli sia per negarli. Non trascuro affatto le basi concettuali di un progetto, ma credo che queste debbano essere supportate da una solida proposta estetica. La bellezza, una questione fondamentale dal mio punto di vista, è una ricerca di significato, un conforto, una forza che vitalizza lo sguardo, l’inquieto, l’interrogativo.

Ti sei formato come architetto. L’architettura definisce i luoghi in cui vive la gente, ha una influenza fortissima sulla società. La fotografia che cosa può fare per le persone?

Esistono molti tipi di fotografia, ci molti sguardi e molti interessi diversi. Viviamo in un’epoca “intermedia”, oggi vediamo l’immagine fotografica su diversi dispositivi, dagli smartphone ai poster giganti, siamo diventati una società governata da una cultura visiva. Penso che questo modo di comprendere il mondo, partendo dal visivo, influenzi il modo in cui ci relazioniamo ad esso. L’immagine fotografica, e i diversi supporti tecnologici con cui essa viene creata, ha il potere di dare nuovi sensi al mondo, può dare vita ad un nuovo impegno, può idealizzare situazioni, inventare o negare la “realtà”. Oggi la fotografia influenza il modo in cui ci posizioniamo rispetto all’altro ed il modo in cui vediamo noi stessi, è per questo che questo mezzo riesce a trasmettere e a distribuire nel mondo, in modo fluido, nuovi valori etici. Ogni autore di immagini non può prescindere da questa considerazione. Ed è per questo che la fotografia, il fotografo, il consumatore visivo, possono fare qualcosa per la società. L’immagine fotografica non è semplicemente un momento congelato, è un “manufatto latente”, un “processo”, come diceva Deleuze, con la capacità di influenzare eticamente l’altro.

L’immagine fotografica, e i diversi supporti tecnologici con cui essa viene creata, ha il potere di dare nuovi sensi al mondo, può dare vita ad un nuovo impegno, può idealizzare situazioni, inventare o negare la “realtà”.

Parlami del Sudamerica. Qui l’arte è sempre stata molto attinente agli eventi della società, forse più che in altre aree del mondo. La tua fotografia è così legata a ciò che osservi nella società contemporanea?

È una domanda che richiede una risposta ampia. Storicamente, in America Latina, ci sono due forme di rappresentazione rilevanti: una è la figurazione di ciò che ha a che fare con eventi sociali, per esempio movimenti come il muralismo messicano che si estendeva a molti paesi come Perù, Bolivia, Ecuador. Ma c’è anche un’altra forma di rappresentazione, altrettanto significativa e importante: i movimenti astratti emersi nel sud del continente nel Dopoguerra. Mi riferisco a tutti i movimenti come il neoconcretismo, che hanno avuto origine in Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela. Secondo il critico d’arte Ariel Jiménez, l’arte figurativa, con il suo grande fardello sociale, si è realizzata in paesi con una lunga tradizione indigena. Il contrario è accaduto con l’arte astratta.

Una cosa simile si può dire anche della fotografia?

Ora, parlando in termini fotografici, c’è un’enorme percentuale di fotografi latinoamericani che, nei loro lavori, affrontano questioni legate all’ingiustizia sociale e a conflitti politici di vario tipo. Ma è chiaro che a pochissimi fotografi è stata data la libertà di esplorare l’astrazione per portare avanti un discorso politico ed estetico sul continente latinoamericano. Mi sono sempre posto la domanda: perché succede questo? Perché ci sono così tanti pittori astratti in America Latina e così pochi fotografi astratti? Può essere che il fotografo latinoamericano, in generale, segua certi dettami creati e diffusi dalle alte sfere del sistema dell’arte, per cui, per ragioni morali, il suo impegno etico si concretizza nel documentare e rendere pubblica la povertà, la miseria, i conflitti sociali di un continente in costante tensione. Non conosco bene la risposta, quindi la domanda rimane aperta.

Perché ci sono così tanti pittori astratti in America Latina e così pochi fotografi astratti?

Per quanto riguarda il tuo lavoro personale, invece, hai una risposta?

Da parte mia, sto generando un corpo di lavoro che ha a che fare con l’astrazione, è un argomento che mi interessa tanto quanto la figurazione. La – scarsa – fotografia astratta latinoamericana non ha il livello di riconoscimento che hanno la pittura e scultura, né la stessa tradizione storica, che ha origine nell’arte precolombiana. Ma si tratta di un altro modo di vedere ed ascoltare la società, parte da una posizione creativa radicale e guarda alle nostre illusioni e al vuoto che viviamo nel caos frenetico della vita contemporanea. Fortunatamente, a poco a poco, negli ultimi anni una parte importante della storia della rappresentazione astratta dell’America Latina è stata conosciuta attraverso il lavoro di diverse Fondazioni del continente. Penso di essere stato lungo, ma la domanda è davvero molto complessa.

Parlami delle tue letture. Sei più interessato alla Storia, al passato, o alle questioni legate al presente?

Non ho dubbi che la letteratura sia uno dei grandi generatori di immagini. Ho molti riferimenti letterari e molti sono cambiati nel corso degli anni. Oggi leggo molti saggi, molta poesia e fiction. Borges è stato un punto fermo della mia crescita. Anche Francisco Nájera, scrittore guatemalteco, è un grande riferimento per me, così come Sandor Marai, Siri Hustvedt, Maria Negroni, Raymond Carver, Freud… tutti hanno avuto il loro ruolo nella mia vita. Negli ultimi tempi ho letto diversi saggi di teoria dell’arte: Boris Groys, Didi-Huberman, Ticio Escobar, Diego Lizarazo. O di filosofia della musica: Cage, Morton Feldman. Per quanto riguarda la fotografia, ho letto con molto interesse la trilogia su “Fotografia e Poesia” dello scrittore catalano Llorenc Raich Muñoz. Inoltre, sto leggendo molto sull’astronomia, negli ultimi anni ho realizzato diversi progetti che nascono dagli archivi dell’Osservatorio Astronomico di Córdoba.

Che cosa ti stupisce ancora della fotografia?

Mi interessano le fotografie che emergono e si muovono grazie alla loro forza creativa, sento che ci sono immagini che sintetizzano un profondo sentimento umano, che rendono visibile la tenerezza, l’ingiustizia e il mistero della vita, che cercano di esplorare con occhi nuovi l’essere umano ed i suoi gesti nel mondo. Penso anche che, nella fotografia astratta, è stato trovato un modo per esplorare la meditazione, il vuoto, la poetica della luce ed il silenzio che risuona nelle immagini. Per sintetizzare, mi interessano le immagini che offrono la possibilità di interpretare e capire il mondo, immagini che permettono di immaginare.

Hai bisogno di creare empatia con i tuoi soggetti quando scatti la fotografia?

Non ho dubbi, l’empatia è essenziale. Non solo nel lavoro con i modelli, ma anche nel rapporto che si stabilisce tra immagine e spettatore. È qui che l’empatia funziona come un’equazione: fotografo – modello / modello – osservatore = osservatore – fotografo. L’empatia è il legame, è ciò che mi fa riconoscere nell’altro, nell’immagine dell’altro. Questo è il potere delle immagini: il potere di generare una complicità segreta e intima ed un sentimento reciproco. Accarezzati con lo sguardo che sa accarezzarti.

Pensi che le tue opere debbano essere comprensibili, debbano arrivare a tutti?

Cerco di rendere universali le mie opere, ma non credo che si debbano creare opere “comprensibili”. Mi interessa che le mie fotografie possano, più che essere guardate, essere sentite. Sono interessato all’ineffabile nell’arte. Penso che un’immagine poetica si realizzi dove la lingua è disturbata. D’altra parte, c’è una poetica nell’idea, nel concetto, nell’immaterialità dell’opera. Questo ha lo stesso peso dei suoi valori estetici, ma senza dubbio il “concetto” rende le immagini più criptiche, più chiuse e quindi meno democratiche nella loro comprensione, usando il termine che hai citato tu.

Mi interessa che le mie fotografie possano, più che essere guardate, essere sentite.

Alcuni tuoi lavori si completano con l’installazione in mostra, per esempio Mobius. Nel tuo lavoro, curi tutte le fasi, dalla realizzazione della fotografia fino all’impianto espositivo, o all’impaginazione del libro?

Nel caso di Mobius, sì. Ho scattato la foto – la stampa è fatta da una tipografia – poi ho dipinto l’immagine con acrilici, ho disegnato le figure geometriche, ho deciso i colori e le trame e, infine, ho deciso il sistema di montaggio nella sala. Tutto faceva parte dell’opera, compresa l’illuminazione e la progettazione grafica del libro. L’opera va oltre l’oggetto, è il modo in cui i pezzi interagiscono e si relazionano tra loro in un determinato spazio.

Le persone che fotografi si portano dietro una storia individuale o hanno una storia collettiva, rappresentano insomma le storie di un popolo?

Entrambe le cose. Siamo esseri sociali con vite private e collettive. Per quanto riguarda le persone che fotografo, sono interessato a ognuna di esse, mi permettono di riflettere l’idea che ho di ogni essere umano: un essere che lotta contro la morte e che cerca un paradiso che non ha mai avuto. Anche così, riesce a vivere e a sentire, e per questo vuole che il suo sguardo abbia un senso, ed un senso per l’altro. Questo è quello che penso, ma devo chiarire che, anche se non ho fatto ritratti per molti anni, queste sono le idee che ho sempre avuto sull’argomento.

Se guardo le tue foto, penso che tu sia interessato alle cose di lunga durata. È così?

La ricerca del significato fa parte dell’essere umano, cercare di capire l’incomprensibile e l’irrazionale della vita è parte del vivere, sapere che siamo un pozzo che non può mai essere riempito è la nostra condizione di individui… se queste sono idee durature, allora sì, io sono interessato a mostrarle.

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