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Lee Jaffe: ho visto SAMO diventare Jean-Michel Basquiat

Lee Jaffe, tu sei stato un grande amico di Jean Michel Basquiat. Le fotografie che hai portato in Italia, da Ono arte contemporanea, sono fotografie private?

Sono foto private. Quando ho conosciuto Jean-Michel, ho trovato una persona molto interessante, immersa nel lavoro in modo incredibile, in quel periodo non era ancora il Jean-Michel Basquiat famoso, era un periodo di transizione per lui e per tutti noi.

Era l’inizio degli anni ’80?

Sì, il 1983.

Queste foto sono state scattate nel periodo in cui SAMO diventava Jean-Michel Basquiat.

Esatto, era il periodo in cui il suo lavoro iniziava a circolare nelle gallerie.

Perché hai iniziato a fotografarlo?

Era una persona molto fotogenica, una bellissima persona da fotografare. Seguivo da vicino il suo lavoro e siamo diventati amici. Quando ci siamo incontrati, lui si era interessato al mio background musicale, avevo suonato con Bob Marley, ero parte dei Wailers e Jean-Michel era un grande fan del reggae. In quel periodo, poi, ho ricominciato a fare arte, avevo già dipinto prima, durante l’Università, ma all’inizio degli anni ‘80 ho ricominciato e ho scoperto l’arte concettuale, con tutta la sua portata politica.

Nel film di Julian Schnabel, il giornalista chiede a Basquiat se pensa di essere un “painter” o un “black painter”. Tu che cosa risponderesti?

Non penso fosse un “black painter, un black artist”. Penso che Jean-Michel pensasse, come me, che le razze non sono mai esistite, che sono una giustificazione che l’uomo ha dato al colonialismo. Le razze sono una scusa. Il suo lavoro è stato molto orientato ad eliminare i confini tra le razze. Così come per Bob Marley. Era così popolare perché non aveva razza, era bianco, era nero, era tutto.

Penso che Jean-Michel pensasse, come me, che le razze non sono mai esistite, che sono una giustificazione che l’uomo ha dato al colonialismo.

Il clima della New York dei primi anni ’80 era favorevole: un ricco mercato e una forte produzione artistica e un’editoria che funzionava. Qui potevano crescere le idee.

Sì, ma c’era anche un fatto politico. Gli anni ’80 a New York sono stati il periodo in cui pittori e scultori hanno avuto uno sviluppo che mai avevano avuto in precedenza. Quando sono tornato a New York dalla Jamaica, come ti dicevo, sono diventato un artista concettuale. Il concettuale era stanco della produzione e della rappresentazione degli oggetti. Per me è stata una dichiarazione contro chi produceva oggetti. Era una dichiarazione politica. Produrre oggetti significava far parte del sistema, supportare le grandi gallerie, vendere oggetti a ricchi collezionisti. Naturalmente, poi, anche gli artisti concettuali hanno iniziato a mostrare le loro opere nelle gallerie, ad essere acquistati dai grandi collezionisti, e per me questa è stata una grande contraddizione.

C’è sempre stata questa contraddizione.

Solo in parte, a volte è stata necessaria alla causa. Bob Marley e Peter Tosh facevano un’arte molto significativa in Jamaica e avevano il progetto di conquistare un pubblico mondiale, non limitato alla Jamaica. Questa apertura era necessaria per rendere le persone consapevoli.

Jean-Michel Basquiat e Bob Marley: pensi che l’industria, le gallerie, le aspettative del pubblico abbiano ad un certo punto rotto quell’incantesimo di purezza?

No, non si è mai rotto. In particolare per i Wailers, la loro fortuna è stata avere interlocutori jamaicani nell’etichetta discografica, la Island Company. Questo ha permesso al loro messaggio di restare puro e ha permesso a Bob Marley di crescere secondo il suo desiderio. Anche se il suo primo album con la Island non ha venduto, e anche se la Island aveva grande successo con i Traffic, con Cat Steven, la casa discografica ha continuato a credere nei Wailers e a proporli senza condizionarne il significato.

Jean-Michel Basquiat è mai stato così protetto?

Vedi queste foto? Jean-Michel mi ha chiesto di fargli questi ritratti per alcuni cataloghi per le principali gallerie di New York, come la Mary Boone Gallery. Questa mostra, per Jean-Michel, è stato un trampolino. Ho passato molto tempo con Jean-Michel in quel periodo, e in un primo momento lui stava dipingendo rettangoli sulla tela, una cosa molto formale. Abbiamo molto discusso di questa forma, se non fosse finalizzata al mercato. Alla fine Jean-Michel ha prodotto arte per soli otto anni, e in otto anni ha realizzato quattromila disegni e duemila disegni. Ha lavorato praticamente senza sosta per otto anni. E sono sicuro che lo abbia fatto per se stesso, anche se a volte la storia viene raccontata in modo diverso.

Pensi che Jean-Michel Basquiat e Bob Marley avessero capito che stavano influenzando il cambiamento culturale in quel momento?

Assolutamente sì. Bob Marley era molto conosciuto tra i più poveri della Jamaica, ma fuori dalla Jamaica nessuno sapeva chi fosse, e questo per la sua visione era un problema. Per questo ha iniziato a lavorare con la Island Records, per uscire dalla Jamaica. Sentivano che dovevano diventare globali per influenzare la cultura, per diffondere la loro visione. Anche nei momenti più duri, soprattutto all’inizio, questo Bob l’ha sempre capito. Diventare popolari nel mondo sarebbe stato utile alla causa della Jamaica.

Tu sei stato una sorta di biografo per questi tuoi amici, un biografo per immagini. Che cosa ti attraeva della loro arte?

Ho avuto molte collaborazioni nella mia vita, con molti artisti, pittori, scultori. Avevamo una visione simile, una visione simile della politica e del mondo che avremmo voluto vivere.