John Stanmeyer fotografo ritratto

John Stanmeyer: affascinato dalla realtà che ci circonda

John, anzitutto congratulazioni per questo tuo importante risultato, il primo posto al World Press Photo Award 2014. Credo che la forza della tua immagine stia tutta nella sua profondità, e nella sua portata. Questa foto non si limita a raccontare la storia di alcuni immigrati e rifugiati; più in generale ci parla anche di tutti quelli che sono lontani da casa, e cercano di mettersi in contatto con i loro cari. Un’immagine molto interessante (e inutile dirlo, bellissima) che ci racconta anche qualcosa del suo autore…

Sono in viaggio per un totale di 100, 150, a volte 200 giorni l’anno. Sicuramente mi rivedo anch’io in quest’immagine, perché è successo tante volte anche a me di voler chiamare casa.

Mi sembra che questa immagine sia una sorta di pietra miliare nel visual storytelling, e che riesca a sollevare importanti temi sociali, senza scivolare nell’estetica del dramma. Con questa foto hai probabilmente segnato l’inizio di un dibattito importante. Pensi che possa servire come esempio per altri fotografi dei giorni nostri?

A dire il vero, la mia preoccupazione principale non è questa. Non focalizzo la mia attenzione su cosa possa suscitare una discussione importante, o un dibattito: queste discussioni, in genere, avvengono in quello che io chiamo l’antro della nostra professione. Non sono discorsi rilevanti al di fuori del nostro antro. Ed è proprio là fuori che io preferisco rivolgere la mia attenzione.
Quello che mi interessa è la comunicazione e, in questo caso, la comunicazione tramite la fotografia. Le immagini che mi commuovono sono molte e differenti, e ogni foto selezionata quest’anno per il World Press Photo Award ha la sua forza e la sua portata. Attraverso ognuna, spesso tra le lacrime, riesco a percepire l’essenza di ogni singolo fotografo.
Senza voler in nessun modo negare o sminuire i diversi e importanti aspetti della fotografia e del fotogiornalismo, se la mia fotografia, con un solo e unico scatto, riesce a innescare discussioni su tematiche più importanti e profonde, la cosa non può che farmi enorme piacere.
Prendi ad esempio la musica: ci sono momenti in una sinfonia, o in qualsiasi composizione musicale, in cui la musica e le parole sono naturalmente intense. Altre volte, invece, la musica è meno incisiva, eppure riesce comunque a trasmettere un senso di completezza. Ogni forma di comunicazione ha il suo intento. Io utilizzo un mezzo, ma non sono il depositario di nessuna forma estetica o espressiva.

Non focalizzo la mia attenzione su cosa possa suscitare una discussione importante, o un dibattito: queste discussioni, in genere, avvengono in quello che io chiamo l’antro della nostra professione.

Penso di conoscere già la tua risposta a questa domanda, ma te lo chiedo comunque. Che cosa significa vincere il WPP, uno scopo raggiunto, oppure il riconoscimento di un serio impegno nel visual storytelling?

Per me non si tratta di vincere un premio, o di raggiungere un traguardo. Per me si tratta di comunicare.

Quando e com’è successo che il tuo cammino e quello della documentaristica si sono incrociati?

Semplicemente è successo, a un certo punto della mia vita.

Pensi che la documentaristica professionale sia influenzata, attraverso i social media, da nuove modalità di fruizione dei contenuti? So che sei molto attivo anche su Instagram. È un linguaggio in più nel tuo vocabolario espressivo, o un potente mezzo di autopromozione?

Per rispondere all’ultima parte della tua domanda: è entrambe le cose, anche se sono soprattutto interessato all’aspetto della comunicazione. Il futuro della comunicazione è senza dubbio collegato a quelli che oggi definiamo social media, qualunque sia l’evoluzione di questa terminologia e del mezzo, in termini di self publishing o publishing collaborativo. Sicuramente è un linguaggio in più nel nostro vocabolario visuale, e anche un modo di fare personal branding, ma non inteso in senso egoistico o autocentrato: parlo della possibilità di far sentire la propria voce, che sia quella di un fotografo, uno scrittore, un musicista, un pittore, un banchiere, un muratore o un verduriere. Nessuna voce è migliore di un’altra. Tutte possono contribuire a far crescere un progetto importante: non conta ciò che fai ma come lo fai, con passione ed equilibrio.

Il futuro della comunicazione è senza dubbio collegato a quelli che oggi definiamo social media, qualunque sia l’evoluzione di questa terminologia e del mezzo, in termini di self publishing o publishing collaborativo.

A Shoot4Change diciamo: shoot local, change global. Quello che ci proponiamo è di far crescere l’attenzione verso le grandi tematiche e problematiche sociali, raccontando piccole e grandi storie locali spesso trascurate e ignorate dai grandi media. Molti giovani e aspiranti fotografi chiedono quanto sia importante trovarsi in luoghi di conflitti per raccontare storie importanti. Quanto è importante quest’attenzione alle storie locali?

Sono d’accordo con il vostro approccio locale, anche se è vero che viviamo in un villaggio globale. Che si scattino foto nel cortile di casa, sulla cima di una montagna o nella distesa di un oceano, quello che conta è nutrire una vera passione per quello che si vede, si sente o si fa.
Lavorare sulla propria realtà locale è un ottimo inizio. Un paio d’anni fa ho preso parte a un progetto di VII chiamato Mile o Kilometer Square: per un anno abbiamo lavorato a documentare una storia, un argomento o un’idea, che si trovavano a non più di un miglio o un chilometro da casa. Molto affascinante.
Voglio prendere parte ad altri progetti di questo tipo, in futuro.
Non c’è un modo giusto o sbagliato per affrontare il visual storytelling; quello che importa è se sei veramente affascinato dal potenziale della realtà che ti circonda, ovunque ti trovi.

Entrare in una storia può essere semplice, fino a un certo punto. La parte difficile è uscirne. Come funziona per te? Qual è il limite? Fino a che punto un fotografo può ritrovarsi immerso in una storia particolarmente forte?

Per me valgono entrambe le cose: può essere difficile sia immergermi completamente in una storia, sia uscirne. In ogni caso, quello che conta è esplorare, perdersi e saper cogliere la magia irripetibile del momento, sperando che ciò che si è fermato in un’immagine sia anche in grado di raccontare una storia significativa, mettere in luce un problema e insegnarci qualcosa di importante. È questo il nostro compito più difficile, sempre e comunque. Spesso ho davvero l’impressione che la profondità e il respiro del mondo che ci circonda non abbiano fine. È travolgente, alle volte.

Può essere difficile sia immergermi completamente in una storia, sia uscirne.

Secondo te che cosa significa essere un fotografo impegnato oggi?

Mi interessa di più che cosa voglia dire essere un essere umano impegnato.

Shoot4Change ha cominciato come blog, ora ha fotografi volontari, professionisti e non, in tutto il mondo. Persone che hanno deciso di dedicare parte del loro impegno per raccontare storie importanti e sollevare in ogni modo l’attenzione su importanti temi sociali. Che messaggio daresti ai nostri volontari?

Alimentate la vostra passione e non dimenticate mai il vostro scopo.
A VII abbiamo un programma di mentoring: da quasi due anni lavoro a fianco di un fantastico fotografo bengalese. Condividere è molto importante, per ispirare gli altri e aiutare il talento di ognuno a esprimersi. Complimenti per quello che fate con Shoot4Change.

Versione inglese dell’intervista pubblicata su Shoot4Change. Traduzione di Elisa Chisana Hoshi.

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