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Jerome Sessini: il fotogiornalismo è una forma di vita

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Jerome Sessini, come spiegheresti il fotogiornalismo ad un ventenne?

Il fotogiornalismo non è un mestiere, è una forma di vita. Ci vuole molta generosità, molta curiosità per gli altri. Se non c’è questo, se hai solo voglia di fare carriera, non funziona. È un lavoro di condivisione continua. Quindi, fai quello che ti senti, non guardare troppo gli altri fotografi, fai ciò che hai voglia di fare. Cerca di essere vero e non aggiungere altro.

Far parte di Magnum Photo è importante per il tuo lavoro?

Magnum è una formidabile macchina. Ha un potere ancora molto alto. Essere in Magnum è una grande responsabilità, dobbiamo essere un esempio. Però far parte di Magnum non cambia il mio modo di lavorare. Con o senza Magnum, un fotografo è solo. Magnum è un’attrezzatura, ma il fotografo è solo con se stesso.

Cerca di essere vero e non aggiungere altro.

Pensi che le frontiere e i confini siano il tema della nostra epoca?

Ho fatto un lungo lavoro in Messico, in particolare tra Messico e Stati Uniti, ma non era la frontiera il centro del mio interesse. Ho cominciato a lavorare in Messico nel 2008, le cose più intense avvenivano lungo la frontiera, ma non ho mai pensato a questo come un tema.

Che cosa hai imparato osservando le minoranze oggi?

In Cambogia ho lavorato sulle minoranze locali, aggredite dal sistema di potere. Le minoranze non sono ciò a cui normalmente, e con un po’ di banalità, pensiamo. Che cosa è una minoranza? Si parla di donne, di rifugiati, di colore della pelle. Ma non è questo un buon modo di parlare delle minoranze, penso anzi che queste siano distinzioni sbagliate. L’unica differenza è tra chi ha il potere e chi non ce l’ha, non importano le altre differenze. Anzi, ragionare in questo modo ci porta ad una maggiore divisione, ci distoglie dal problema principale che è la differenza tra chi ha potere e chi non ce l’ha.

Il potere è economico?

Il potere è economico ed è trasversale in tutte le aree del mondo.

Sei critico verso l’estetica nella fotografia?

La fotografia è estetica, senza estetica non c’è fotografia e non c’è interazione con il pubblico. Ma l’estetica si deve fermare quando diventa più importante del soggetto. È un equilibrio su cui il fotografo deve sempre lavorare. Quando vuoi far capire e quando cerchi di sedurre? Quando cerchi di sedurre, allora c’è un problema.

Il fotografo deve sempre cercare anche un equilibrio tra la storia ed il proprio ego.

Sì, è la stessa cosa. Non puoi raccontare una storia se tu stesso non hai un’emozione verso quella storia. Però, anche qui, devi trovare un equilibrio tra te stesso e il pubblico. A volte, ciò che noi sentiamo non è giusto, anzi a volte è proprio sbagliato, e anche in questo caso c’è una ricerca continua di un equilibrio.

Non puoi raccontare una storia se tu stesso non hai un’emozione verso quella storia.

Credi che le tue fotografie possano essere veramente comprese in tutto il mondo?

Non lo so, non credo. Vedo che si parla di fotografia occidentale e fotografia non occidentale, ma il punto è che i fotografi non occidentali imitano i fotografi occidentali. Quindi c’è una omologazione nella quale la visione occidentale predomina.

A te interessano le storie fotografiche perché non vuoi creare icone, pensi che la “foto simbolo” sia qualcosa di molto occidentale?

È occidentale e appartiene ad un certo periodo. Vedo che oggi, i fotografi più giovani, si sono sbarazzati di questa idea della fotografia icona. Oggi c’è più libertà creativa, i giovani fotografi cercano di raccontare storie.

Quali sono i cliché del fotogiornalismo che non approvi?

Il fotogiornalismo di guerra, secondo me è il peggiore. Offre una visione semplicistica della storia. Dire che la stampa e il fotogiornalismo sono liberi, che difendono la democrazia, secondo me non è vero. Questa affermazione è solo un mito, un’idealizzazione del mestiere. I gruppi dei media dipendono dagli Stati, dal potere economico, quindi non è possibile essere liberi.

Il fotogiornalismo di guerra, secondo me è il peggiore. Offre una visione semplicistica della storia.

È difficile per un reporter prendere una posizione politica libera?

Dipende da ciò che vuoi fare delle tue foto. Se vuoi essere pubblicato spesso, devi fare un certo tipo di fotografia e devi seguire una certa visione. In Ucraina, se non ti schieri contro i russi, non sarai pubblicato. È tanto semplice quanto sbagliato. Non dico che i russi abbiano ragione, ma non è il ruolo dei fotografi dire chi ha ragione e chi ha torto. Se vuoi solo fare foto e accetti di non pubblicare troppo, allora sei più libero.

Ho visto un filmato su un tuo lavoro alla Défense di Parigi, mancava del tutto l’essere umano, era un lavoro sul quiete. Come passi dalle aree di conflitto a questi scenari?

Mi sforzo di non fare solo conflitti, perché la fotografia dei conflitti è la più facile che esista. Qualsiasi fotografo si trovi in una guerra, in una battaglia, qualcosa di buono tira fuori. Ma quando non c’è azione, devi chiedere a te stesso che cosa vuoi dire, che cosa vuoi mostrare. È molto più difficile. Ed io ho sempre cercato di essere un fotografo, non un fotografo di conflitti.

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