jacopo benassi

Jacopo Benassi: odio le persone che ridono nelle fotografie

--:-- --:--

Questa intervista è stata realizzata a La Bottega di Marina di Pietrasanta, nell’ambito del Caffè dei Maledetti Fotografi.

Jacopo Benassi, ti piace che le tue foto vengano attaccate alle pareti e poi distrutte?

Qualche mese fa sono andato a Catania per un Festival di musica rock ed elettronica. Erano anni che mi invitano ma non mi interessava fare una mostra, così quest’anno sono andato a fare ritratti durante il Festival. Poi sono andato nel quartiere di San Berillo, un quartiere dove ci sono prostitute e travestiti, e per tre giorni abbiamo attaccato questi poster.

Stessa cosa a Parigi con Asia Argento?

Sì, lì c’era un locale, un temporary club ed hanno dedicato un evento ad Asia. Abbiamo esposto le foto dentro il club, le attaccavamo come poster, la mattina dopo non c’erano più, le strappavano tutte. Volevo appenderle tutte il primo giorno, ma mi hanno detto di dosarle, altrimenti le avremmo perse tutte in una volta sola.

A te piace questo modo di fare imperfetto?

È punk. Appendere le fotocopie, i poster, fare le fanzine.

È così che sei cresciuto?

Sì, io nasco da un centro sociale a La Spezia, la prima foto che ho stampato era di un gruppo punk. Facevo il meccanico e mi dicevano “anche tu puoi fare arte”. Il primo rullino che ho scattato ha preso luce, ho aperto la macchina ed è diventato tutto rosso, ad avercelo adesso sarebbe bellissimo. Poi ho iniziato a fare i primi corsi seri di fotografia e, a La Spezia, ho incontrato Sergio Fregoso che mi ha insegnato a guardare le fotografie degli altri.

Il primo rullino che ho scattato ha preso luce, ho aperto la macchina ed è diventato tutto rosso, ad avercelo adesso sarebbe bellissimo.

Quali fotografi guardavi?

All’inizio volevo diventare un fotografo da studio, ma non sapevo nemmeno come fosse uno studio. Volevo arrivare, avere gli assistenti, mettere le luci, scattare. Odiavo Diane Arbus, mi dicevano che lei faceva le foto senza sapere quale pellicola usare e io non lo sopportavo, pensavo fosse una cosa odiosa, non poteva lavorare così una fotografa. Poi, col tempo, Diane Arbus è stata la fotografa che mi ha influenzato di più, ho capito di aver bisogno di quel mondo, un mondo ai margini della strada.

C’è stato un momento in cui hai capito che stavano cambiando le cose?

Ho intuito quali luci usare il giorno in cui sono andato a fare delle foto in casa della zia di un mio caro amico. Questa donna aveva vinto delle coppe giocando a tennis, io avevo la Pentax e scattai delle foto con il flash. In quel momento capii che quella era la mia luce. Da lì non ho più smesso, ho sempre usato il flash.

Le tue foto devono essere a fuoco e devi usare il flash. Come mai?

Intanto perché voglio che le mie foto si vedano chiaramente. E poi, non amo le profondità di campo, dev’esserci sempre un muro, una parete, un cespuglio che fermi la fotografia. Il flash è la mia luce perché è uguale per tutti, mette tutti sullo stesso piano. È una scelta che limita il mio lavoro, e questo mi piace. Ci sono foto che non posso fare perché con il flash verrebbero male.

Il flash è la mia luce perché è uguale per tutti, mette tutti sullo stesso piano.

Tu lavori bene quando hai dei binari stretti?

Sì, preferisco. Chiedo anche di non ridere, di essere seri. Odio le persone che ridono nelle fotografie. Voglio che le persone siano serie. Non tristi, serie. La foto di uno che sorride, mi mette tristezza. C’è gente che non riesce ad essere seria, è difficilissimo chiedere a qualcuno di essere serio, diventa subito triste.

Pensi molto le fotografie?

No.

Sei il primo che ammette di non pensare la fotografia prima di scattarla.

Mi piace non avere idee. Ho lavorato tanti anni con le agenzie, e lì nascono milioni di idee, tutti vivono sulle idee. In realtà, è ovvio che ho idee, ma cerco di lavorare sempre in improvvisazione.

Ti fotografi spesso?

Ora mi fotografo meno. Mi sono fotografato tanto perché mi piaccio. È un modo per conoscersi, le solite cose che si dicono, ma in effetti se ti fotografi, ti conosci. Mi è sempre piaciuto giocare con la fotografia e me stesso. Per un certo periodo ho avuto un blog, “Jacopo Benassi is Dead”, mi fotografavo quasi tutti i giorni, mi piaceva.

Dove hai trovato i personaggi del libro “Gli aspetti irrilevanti”, che hai fatto con Paolo Sorrentino?

All’inizio nella mia zona, in Piazza Brin a La Spezia. Poi Sorrentino voleva più foto per avere più scelta, e così ho iniziato a fare dei casting di strada, a Palermo, a Bari, a Torino. Alla fine sono arrivato a trecento fotografie, nel libro ne sono state inserite ventitre. Sorrentino ha scritto le storie, ma non sapeva nulla delle vere storie di queste persone. Doveva esserci anche la mia, ma non l’ha messa, chissà cosa avrebbe scritto di me.

Perché quando hai iniziato a fotografare, hai iniziato con i ritratti?

Mi ricordo quando sono andato a fare uno dei miei primi ritratti ad un tossicomane di La Spezia, era come se stessi andando a fotografare la più grande top model del mondo, ero emozionato. Fare ritratti è molto bello e, quando ne faccio tanti, mi stanco davvero, dentro ci metto tutto.

Hai trovato un modo per fare fotografia a La Spezia?

Tutte le città hanno qualcosa da fotografare. In realtà, le persone sono ovunque, sono interessanti ovunque. Ho vissuto tre o quattro anni a Milano, sono scappato perché le agenzie e le riviste mi stavano cambiando, avevo l’esigenza di piacere a loro e stavo cambiando. Sono tornato a La Spezia e ho aperto il Btomic, un locale dove sono passati moltissimi musicisti. È arrivata una stampante, che in seguito ci hanno sequestrato, e abbiamo iniziato a produrre una fanzine, dei documentari, a registrare tutto quello che succedeva lì dentro. Intervistavamo i musicisti, disegnavamo i menù, facevamo moltissime fotografie e stampe. È stata un’esperienza durata cinque anni e adesso abbiamo tutti i live registrati, le interviste, le foto. Rimane sempre qualcosa.

Tutte le città hanno qualcosa da fotografare. In realtà, le persone sono ovunque, sono interessanti ovunque.

Per questo ti piace fare libri?

Sì, preferisco i libri alle mostre. Quando devi fare un libro, sopratutto un libro enorme, antologico, completo, vai nel panico. Pensi: che cosa ci metto in questo libro? E così inizi a scegliere tra tutte le foto, ritrovi le foto dei travestiti fatte all’inizio, i viaggi di notte, i cessi delle stazioni, gli alberi, le nature morte. Poi, quando chiudi il libro, riparti. Ai ragazzi, consiglio sempre di chiudere delle cose. Concepisci un libro, inizia a raccogliere il materiale, magari stampane anche una sola copia, poi chiudi un periodo e riparti.

I fotografi parlano spesso di progetti. Tu, invece, ti stai raccontando attraverso le fasi della tua vita.

Non amo i progetti. Forse l’unico progetto che ho chiuso è quello delle ciabatte. Per il resto, in effetti, le mie fotografie corrispondono a fasi della mia vita.

Una volta hai detto a Repubblica di tenere pure i soldi della tua fattura e, con quel denaro, pagare un corso al photoeditor. Questo è il tuo rapporto con le riviste?

Infatti non mi chiamano mai. Ho ottimi rapporti di stima con Carlo Antonelli, con Michele Lupi, quando erano a Rolling Stones e a GQ. Ma, in generale, i grafici tagliano le foto, non capiscono i ritratti. A volte mi sono infuriato, è come se tagliassero un quadro ma poi sotto ci inseriscono la tua firma.

Cosa faresti se perdessi tutte le tue fotografie?

Un po’ ne ho perse, quando si sono rotti gli hard disk. Non so, starei male ma ripartirei, non guarderei troppo indietro. Il fatto di fare libri, è un modo per fare rimanere qualcosa.

Scatti molte fotografie?

Quando facevo le foto al Btomic, facevo due o tre foto e poi tornavo dietro il banco. Quando facevo le foto per la pubblicità, ne avrei fatte tre, massimo cinque, ma erano gli art director a dirmi di farne di più, altrimenti i clienti si lamentavano. Scatto poco, mi piace andar via con la foto che manca, dire “potevo fare anche quella foto”.

Ti interessa il giudizio degli altri?

Sì, di tutti. Quando lavoro, mi fa piacere avere il giudizio anche dei non addetti ai lavori. Ho ricevuto una critica da un attore, mi ha scritto una critica bellissima, mi ha detto che gli avevo fatto apposta un pessimo ritratto per farlo venire brutto. Mi ha scritto: chi ti credi di essere, Mapplethorpe, Cartier-Bresson?

Tu sei una persona vera, sei così come stai parlando in questo momento. Ma quando lavori con gli attori, con i personaggi, entri in un ambito di finzione?

Ma no. Per questo uso sempre la stessa luce, il flash. Il mio problema è quando non ci sono pareti, quando non ci sono muri. Allora entro in panico.

Ti trovi bene nel caos?

Sì, mi trovo bene nel caos. La velocità mi aiuta. Mi hanno sempre chiamato perché ero veloce. Una volta ho fatto un servizio a Ronaldo, avevo un minuto per fare un ritratto. “Così tanto?” gli ho detto. In un minuto fai dieci scatti. Avevo solo bisogno di una parete, allora l’ho portato dietro a delle tende, ho inventato una parete ed in un minuto ho portato a casa il lavoro, che poi una rivista mi ha rovinato.

Il mio problema è quando non ci sono pareti, quando non ci sono muri. Allora entro in panico.

Adesso devo chiederti perché hai fotografato così tanto le ciabatte.

Perché la prima volta che ho capito che mi piaceva un uomo, era in pantofole. Ho visto il mio vicino di casa in pantofole, e mi è piaciuto. Così ho pensato che usando le ciabatte, avrei potuto smascherare la mia omosessualità. Per anni le ho odiate, quando ho fatto coming out, ho iniziato a comprarle, usarle, fotografarle, ne ho fatto un libro. Ci sono stati periodi in cui le ho vendute a dei feticisti in giro per il mondo. Mi compravano le ciabatte, non le foto, e io ci pagavo le bollette a Milano. Il mondo è fatto così, ci si trova di tutto.

Quando fotografi un collega come Terry Richardson, cosa succede?

A Terry Richardson non frega niente di essere rovinato dalle riviste. Con i fotografi è tutto molto tranquillo. Ho avuto più problemi con persone che non capiscono il flash, che non vogliono un’immagine dura.

Perché ti arrabbi se ti dicono che sei “bukowskiano”?

Mi viene da ridere, non ho mai letto una pagina di Bukowski. E poi sono astemio. Mi ricordo che quando facevo le foto a degli obiettori di coscienza, un obiettore è venuto da me e mi ha detto “Benassi, sei un tossico anche se non ti fai”.

Sei più fotografo o performer?

Oggi faccio il fotografo, il ritrattista. Fare il perfomer mi piacerebbe, vorrei far diventare la fotografia un momento che documento in tempo reale. Solo che performare davanti ad un pubblico non è facile. Ho documentato una scena techno in cui un gruppo di danzatori perfomer non si vedevano mai, io scattavo le foto alle persone che guardavano i performer, e queste foto venivano proiettate in diretta sulla scena. Risultato bellissimo. Alcune fotografie mi fanno paura, perché sono talmente belle che possono sembrare finte, per cui non le pubblico nemmeno.

In un mondo che non esiste, quale sarebbe l’ambiente ideale per fare il tuo lavoro?

Un castello, la natura, mi piacerebbe andare a fotografare gli animali di notte col flash. Fotografare gli animali brutti.

Maurizio Maggiani ha detto che si suiciderebbe se vivesse nella tua realtà.

È una frase bellissima, “se il mondo fosse come le foto che fai tu, mi ammazzerei”. La scolpirò su un mio muro. È un complimento, lui ama il mio lavoro, siamo molto amici, mi diverte parlare di fotografia con lui, riesce a farmi parlare di ottiche, diaframmi, sensori, cose di cui io non me ne frega niente. Per un suo libro su Genova, ho fotografato tutti i farmaci che aveva nella sua cassetta, che sono tanti, davvero tanti. Mi piace l’idea di lavorare con gli scrittori, anche Sorrentino è in qualche modo uno scrittore.

Hai mai pensato a quale genere letterario appartiene la tua fotografia?

No, perché non leggo libri.

Condivisioni