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Italo Zannier: il futuro appartiene alle immagini che nascono dalla fotografia

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La mostra “Fotofanie. 109 Fotografie di Italo Zannier” sarà esposta fino al 31 luglio 2018 presso la Casa Museo Boschi Di Stefano di Milano. L’esposizione, a cura di Andrea Tomasetig, nasce da migliaia di scatti realizzati da Italo Zannier nel triennio 2014-2017. Un percorso composto da nove sezioni dal titolo; Autoritratti, Oggetti, Dal treno, Natura, Luoghi dell’anima, Vetrine, Europa, Ritratti, Frammenti. Tutte le informazioni sulla mostra qui.


Italo Zannier, quale è il problema della fotografia italiana?

Intanto non è considerata come altrove. In Italia gli storici dell’arte dicono “abbiamo tanta di quell’arte in Italia, che non abbiamo tempo di occuparci della fotografia”. Sbagliano, sbagliano, sbagliano, perché il mondo va avanti, la fotografia è il nostro mezzo attuale di comunicazione e di estetica. L’avventura nel mondo è sempre collegata a tre elementi: la sociologia, la tecnologia e l’estetica. Inoltre la fotografia non va confusa con le arti visive, la fotografia ha una sua specificità che deve essere compresa, ma c’è una grande ignoranza intorno alla fotografia. Della fotografia si evidenzia il suo aspetto comunicativo ed informativo, ma la verità è dentro l’immagine, non è nella superficie.

L’avventura nel mondo è sempre collegata a tre elementi: la sociologia, la tecnologia e l’estetica.

Considerare la fotografia come legata alla memoria, alla registrazione di documenti, non le impedisce di fare passi avanti?

La fotografia è sembiante della realtà, la fotografia istituisce un’altra realtà, che è quella iconica, quella dell’immagine. La fotografia non è la verità, è una figura retorica.

Parliamo della sua mostra Fotofanie, a Milano in queste settimane. Qualche anno fa lei scatta migliaia di foto, ne stampa qualche centinaio, ne espone 109. Come è arrivato a queste 109 fotografie?

Non è un problema di quantità. Ho sempre fatto tante fotografie, scatto e cancello continuamente. Quando vedo qualcosa che mi richiama, un guizzo di luce, una struttura, un segno, una situazione anomala rispetto al mio muovermi nello spazio, allora scatto una fotografia. Il più delle volte scelgo il momento decisivo bressoniano, quel momento che poi sfugge e l’immagine cambia. Cancello però moltissime fotografie, poi quando sono di buon umore vado dallo stampatore e scelgo quelle che nuovamente, in quel momento, mi piacciono.

Un atteggiamento di curiosità e sorpresa?

È impulso ed istintivo, non ho un progetto. Anzi, quando i fotografi mi parlano di progetto mi inquieto un po’. Quando ho qualcosa che mi richiama, io scatto. Senza voler dire nulla. Anche quando si scrive, si deve scrivere senza voler dire nulla, allora lì c’è la verità.

Perché ha sentito il bisogno di scrivere così tanto nella sua vita?

Perché capivo che la fotografia era un fatto culturale che andava analizzato. Ho iniziato a comprare libri, a leggere molto, senza alcuna nevrosi, con curiosità. E quindi ho iniziato a scrivere. Una specie di follia educativa. Per più di quarant’anni ho insegnato, ho instaurato un rapporto con gli studenti più curiosi, con allievi molto bravi. E scrivere era diventata una necessità.

Libri, mostre, proiezioni. Che cosa sono per la fotografia?

Quando ho iniziato ad insegnare tecniche della comunicazione, tenevo lezioni proprio su questi mezzi diversi. La mostra, il libro, la proiezione. C’erano differenze enormi, anche per i tempi di lettura. Quando uno vede un video, si muove all’interno di un tempo prefissato da chi ha costruito il video ed ha dato un ritmo alle immagini. Chi visita una mostra, assiste ad una sequenza costruita dal curatore, ma ha anche una libertà di muoversi tra le sale, di tornare indietro, di non guardare alcune opere. Il libro non ha per forza un ordine che va da pagina 1 a pagina 100, ma può andare da pagina 100 a pagina 50. Sono modi diversi di vivere la solitudine, sono tutti mezzi di comunicazione silenziosa.

Per fare fotografie occorre una vasta cultura?

No, serve il talento. Tutti noi abbiamo dei talenti. Ci sono grandi fotografi assolutamente incolti. La cultura serve per capire meglio il mondo, ma non necessariamente per capire le fotografie. Esiste il pensiero visivo e non è vero, come tanti filosofi sostengono, che questo è cosa diversa rispetto al pensiero profondo. I fotografi pensano, così come pensano gli scrittori, i filosofi e i pittori. I fotografi non sono dei mediocri vassalli.

Tutti noi abbiamo dei talenti. Ci sono grandi fotografi assolutamente incolti. La cultura serve per capire meglio il mondo, ma non necessariamente per capire le fotografie.

Secondo lei, oggi c’è spazio, e ci sono le condizioni, per una avanguardia?

Senz’altro. Mi metto anche io in quello spazio, sottraendo la fotografia da quella che sembra essere la sua unica funzione, ovvero quella sociologica. Sono stufo di quel tipo di fotografia. Le mie fotografie, proprio perché non vogliono raccontare le storie del mondo, le raccontano a modo loro. E se qualcuno le afferra è un bene, altrimenti pazienza, guai se al mondo non ci fossero le differenze nella percezione. Qualcuno afferra, qualcuno non afferra, e quel “boh” è una provocazione. Oggi, proprio grazie ai nuovi mezzi tecnologici, ci sono le condizioni perché si determini una post-avanguardia.

La fotografia quindi può ancora, in qualche modo, influenzare la società?

Certo, perché il futuro appartiene alle immagini che nascono dalla fotografia, non da altro. Siamo vittime di una ignoranza, di un analfabetismo. László Moholy-Nagy, nel 1925, diceva che l’illetterato del futuro sarà colui che non conosce la fotografia come oggi non conosce la letteratura. Io sono ottimista, però ci vuole una adesione nuova, più globale e non retrò come sto vedendo in Italia, così legata ad una idea dell’arte, della cultura, della pittura che va rivista e rivisitata.

Quale è la cosa peggiore che si può dire di un fotografo?

Sui giornali lei legge “il grande fotografo” ma raramente legge “il grande pitture” o “il grande scrittore”. Questa è una delle grandi forme di disprezzo per i fotografi, ai fotografi si dice che sono grandi, ma è difficile leggere qualcosa di più serio e di più profondo, cose che sembrano riguardare solo gli altri artisti.

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