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Irene Kung: il razionale ci può portare fuori strada, il sentimento no

Irene Kung, il suo ultimo progetto Trees è dedicato agli alberi. Quale è stata la ricerca che l’ha portata a realizzare il librola mostra?

Gli alberi, soprattutto quelli da frutto, sono simboli di produttività, salute, fertilità e rappresentano un’immagine positiva in questo momento di crisi e difficoltà.

“Fermarsi per vedere, sentire, pensare e sognare” è lo stesso atteggiamento con cui aveva affrontato il lavoro La città invisibile. Trees è un proseguimento di questo progetto o ci sono elementi di rottura?

Non ci sono elementi di rottura. Sono due progetti diversi ma in entrambi il soggetto è isolato dal suo contesto e diventa parte di un insieme immaginario.

Che cosa significa per lei la parola “essenziale”?

“Essenziale” significa riportare il soggetto a quello che ho sentito nel momento in cui lo fotografavo. Significa eliminare il rumore per far vedere l’albero o il monumento come sono, come li sento.

“Essenziale” significa riportare il soggetto a quello che ho sentito nel momento in cui lo fotografavo.

Il suo passato nell’advertising e nel graphic design le ha insegnato ad eliminare e a lavorare, appunto, sull’essenziale?

Si, nel graphic design è importante mandare un messaggio chiaro e leggibile. Ho però imparato a togliere quando dipingevo. Pablo Picasso diceva “Chi progetta sa di aver raggiunto la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere ma quando non gli resta più niente da togliere”.

Le didascalie di Trees non parlano di luoghi, ma di specie di alberi. Ancora una volta, le sue foto escono dal contesto geografico. La fotografia ci porta in una dimensione diversa, che non dobbiamo individuare su una mappa?

La mia fotografia sì. Gli alberi di Trees non appartengono ad un luogo geografico ma rappresentano le diverse sfaccettature dell’animo senza però perdere la loro identità di limone, ulivo, fico e così via. In questo progetto non è importante sapere dove si trova l’albero bensì riconoscersi nelle varie emozioni che suscita.

Ha fotografato i monumenti che molti hanno fotografato. Ha fotografato alberi che probabilmente molti hanno fotografato. Allora, ha davvero senso dire fotografo “ciò che mi interessa”, fotografo “il mio albero”?

Penso che l’artista debba dare al pubblico ciò che il pubblico non ha, e quindi il compito di un artista contemporaneo è quello di far sognare le persone tramite un messaggio positivo e intimo. Scelgo i soggetti che più mi interessano e do vita alle mie emozioni attraverso di loro, nel tentativo di arrivare anche all’animo di chi guarda le mie fotografie.

Penso che l’artista debba dare al pubblico ciò che il pubblico non ha, e quindi il compito di un artista contemporaneo è quello di far sognare le persone tramite un messaggio positivo e intimo.

Il lavoro sugli alberi esprime più silenzio rispetto al lavoro sugli edifici, non trova?

Forse perché anche se nelle mie fotografie appaiono immersi nel buio, immaginiamo gli edifici al centro delle città, circondati da macchine, rumore e turisti mentre è più facile riuscire ad entrare in contatto con le proprie emozioni guardando un albero che si immagina nella natura, in un bosco. E poi gli edifici non esisterebbero senza l’umanità, gli alberi invece sì.

Parliamo dell’elaborazione delle immagini. Frank Horvat, grande autore pioniere del digitale, in una intervista ci ha detto che a lui la post produzione è utile non certo per correggere, ma per ritrovare ciò che lo aveva interessato quando ha scattato la foto. Lei si riconosce in questo?

Assolutamente sì, come ho già detto cerco di riportare il soggetto all’emozione che ho sentito mentre lo fotografavo. La post produzione mi serve proprio a questo scopo.

Le sue stampe stimolano il dibattito, molto antico, su fotografia e pittura. Lei pensa alla pittura quando fotografa o quando elabora un’immagine?

Certo. Nasco pittrice e per me la macchina fotografica è semplicemente uno strumento per creare le immagini. Quando poi lavoro sulla fotografia mi concentro moltissimo sulla luce e lo faccio con un pensiero pittorico.

Qual è il momento in cui smette di scattare, e soprattutto quale è il momento in cui, successivamente, smette di lavorare sull’immagine?

Quando sono soddisfatta di quello che sento. Per alcune fotografie succede quasi subito, mentre per altre ci possono volere mesi o addirittura anni.

Il rigore, le regole, le linee guida nei suoi progetti sono così chiare. Non si è mai sentita in qualche modo limitata dal suo stesso rigore?

Dopo aver lavorato a lungo sui monumenti ho sentito il bisogno di cambiare ed è iniziato il progetto Trees. Tengo molto a proteggere la passione per il mio lavoro, se dovessi sentirmi limitata andrei alla ricerca di nuove sfide.

Il sogno è importante tanto quanto la nostra vita reale?

Non solo, ne è una parte fondamentale. È intuizione, è irrazionale: il razionale ci può portare fuori strada, il sentimento no.

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