helmut newton fotografo ritratto

Helmut Newton: beating the system

Se dovessi descrivere Helmut Newton a qualcuno che non lo conosce, comincerei dicendo: è il fotografo che ha sovvertito il sistema. Tu hai saputo servirti di ciò che per altri è un impedimento, per rigirarlo a tuo vantaggio e farne lo strumento del tuo successo. D’altronde tu stesso l’hai detto…

“Beating the system.”

Non so molto della tua vita, ma ricordo com’eri verso la fine degli anni Cinquanta, al tuo ritorno dall’Australia. Eri quello che si dice un tipo serio, un vero professionista, disciplinato, abituato a fare ciò che ci si aspettava da te. Siamo diventati amici perché tu mi passavi i lavori di cui non potevi incaricarti ed io ti presentavo a certi miei clienti. Sembrava una cosa naturale: il nostro modo di lavorare era abbastanza vicino perché fossimo intercambiabili. Dieci anni dopo, uno scambio di questo genere sarebbe stato impensabile: tu avevi sviluppato uno stile molto personale, unico, centrato su una mitologia erotica alla cui origine c’è indubbiamente qualche tuo complesso, ma che tu hai esibito al momento giusto, sull’onda liberatoria degli anni Sessanta.
Inoltre hai trovato la giusta combinazione di disinvoltura e di eleganza necessarie perché questa mitologia fosse accettata da una rivista come Vogue. Agli inizi degli anni Settanta hai avuto un grave problema di salute, che ti ha obbligato a rallentare il tuo ritmo di lavoro. Quello è stato un momento di svolta: ti sei detto che la vita è troppo breve per fare soltanto ciò che piace ai clienti e che da quel momento in poi avresti fatto quel che piace a te. È con questa decisione che hai rovesciato la situazione: facendo ciò che piace a te hai guadagnato più soldi e hai ottenuto più successo.

Ma sono sempre rimasto disciplinato.

Lo so. A volte penso che se tu decidessi di fotografare partite di calcio o pesciolini rossi, lo faresti con altrettanta disciplina e immaginazione…

È per questo che continuo ad accettare lavori su commissione, benché economicamente non ne abbia bisogno. Ma trovo piacevole guadagnare soldi, ed inoltre le esigenze del cliente rappresentano una cornice che può essermi utile – purché questi lavori non siano troppi e non entrino in conflitto con le mie proprie esigenze.

Trovo piacevole guadagnare soldi, ed inoltre le esigenze del cliente rappresentano una cornice che può essermi utile.

Immagino che tu sei altrettanto disciplinato nel tuo lavoro personale.

Conosci certamente i cinque libri che ho pubblicato. Il prossimo sarà un tascabile che potrebbe intitolarsi The best of Helmut Newton, come si fanno le raccolte di canzoni The best of Sinatra. Poi ce ne sarà un altro, pubblicato da un altro dei miei editori, che non deve costare più di venti dollari e sarà distribuito su scala mondiale. Sarà un libro di duecentocinquanta pagine, in bianco/nero e colore, con ritratti di persone che trovo interessanti e qualche foto che ho riscoperto per caso, di me giovane a Berlino, vestito da reporter d’assalto. Sarà molto personale e vorrei che raggiunga un pubblico molto vasto. Non credo più ai libri fotografici di grande formato, non c’è mercato. Secondo me, i soli libri illustrati vendibili come oggetti di lusso sarebbero libri pornografici. Si potrebbero anche vendere cari, centocinquanta dollari per esempio. Ma io non sono in questo mercato – o perlomeno non ancora, benché ci pensi seriamente.

Me ne hai già parlato un anno fa.

Nel frattempo ho realizzato alcune fotografie del genere. Le hanno viste solamente tre persone – oltre a me naturalmente. Vedi, è come un esercizio, per liberarmi del background dei miei inizi. Ho cominciato come fotografo di Vogue a Sydney, nel 1952, e questo ha lasciato in me una sorta di sistema inibitorio, di cui non mi sono ancora disfatto del tutto e che mi blocca di fronte a certi soggetti. È per superare questo blocco che voglio fare della pornografia hard – e allo stesso tempo mi domando se ciò che ho già fatto sia abbastanza hard, se non debba spingermi molto più oltre. Se c’è qualcosa che odio, è sicuramente il buon gusto: per me è una parolaccia.

Goethe ha detto qualcosa come Genie und Geschmack non vanno insieme – non ricordo esattamente le parole.

Mi piace, bisogna che lo annoti, genio e buon gusto non vanno insieme.

Il buon gusto esige imporsi dei limiti, mentre tu ami trasgredire i limiti. Potrebbe essere un altro modo di definirti.

Trasgredire! Annoterò anche questo. È vero che cerco sempre un po’ di scandalo, anche nei miei ritratti. Mi sarebbe piaciuto essere un paparazzo. Negli anni Cinquanta avevo una passione per Weegee, come sono stato affascinato da Brassaï e da Salomon. Ecco un altro che trasgrediva, e con quale eleganza! Anche Lartigue era elegante, ma non si può dire che trasgredisse: non ne aveva motivo, era perfettamente integrato nel suo ambiente.

È vero che cerco sempre un po’ di scandalo, anche nei miei ritratti. Mi sarebbe piaciuto essere un paparazzo.

La trasgressione è un tema centrale nelle tue foto. Qui, per esempio, vedo una ragazza nuda nel giardino di Villa d’Este. Ma, guardando questa foto, penso soprattutto a Helmut Newton che si diverte come un bambino a trasgredire le regole, a convincere la ragazza a spogliarsi lì, ad eludere la sorveglianza dei guardiani, ad approfittare dei pochi istanti in cui le circostanze si prestano al suo gioco.

Assolutamente, leggi la foto correttamente.

Ma il gusto della trasgressione non basta a spiegare la tua ricerca attuale, e neanche il gusto dei soldi o del successo. Sembri ossessionato da un’urgenza di cercare più lontano – o forse più vicino, rivolgendo l’obiettivo su te stesso. Si può parlare di narcisismo?

Certo che è narcisismo. È il motivo per cui ho iniziato la serie a cui lavoro in questo momento e che chiamo autobiografica. Ma d’altra parte forse no, forse non è narcisismo. Forse non sono più narcisista di chiunque altro. No, Frank, è solo che alla mia età non ho più il tempo per ripetermi, per ricominciare a fare ciò che ho già fatto per le riviste di moda, anche se credo di aver lavorato bene e se allora questo mi divertiva. No, non è narcisismo. Ho appena terminato questa serie autobiografica: sono ritratti di quattro dei miei medici, nei quali ho voluto trovarmi anch’io. Mi è sembrato che questo avrebbe reso le foto più interessanti. Tecnicamente è complicato, come puoi immaginare: bisogna controllare con delle Polaroid, e nonostante tutto non si è mai sicuri. Due o tre mesi fa ho fatto altre foto dello stesso tipo, ma che si riferiscono alla mia gioventù, con delle ragazze, ai laghi e nelle foreste dei dintorni di Berlino. Anche lì mi sono messo nelle immagini, era affascinante: come recitare un un piccolo ruolo in una rappresentazione teatrale. Molti fotografi hanno fatto autoritratti, ma per me è più interessante quando questo fa parte d’una messa in scena.

Forse ciò che ti interessa è che questo modo di lavorare è all’opposto al senso naturale della fotografia, che è di dirigere lo sguardo verso l’esterno. Non credi che possa essere questo paradosso a tentarti?

Non so, il mio punto di vista è diverso. Penso semplicemente che quando il tema della foto è legato alla mia vita, presente o passata, mi sembra una buona idea mettermi nell’immagine. Ovviamente non mi metterei mai in una foto pubblicitaria. La prima volta che ho posato per me stesso è stato per Vogue, nel ’79 o nell’80. Dovevo presentare della moda maschile e questo mi ha dato l’idea. La foto che ho fatto è una delle mie preferite. Tutto quello che ci si vede fa parte della mia vita: la mia macchina fotografica, la mia modella di nudo preferita, mia moglie June che guarda la modella con un’espressione molto divertente, lo studio di Vogue dove sono successi molti fatti importanti per me, la Place du Palais-Bourbon, che si intravede attraverso la porta aperta, e dove ho fatto migliaia di fotografie, soprattutto nei giorni delle sfilate di alta moda. Questa è una vera foto autobiografica. È un buon esercizio; per me ogni fotografia è un esercizio.

Ma ti poni un limite? Esistono avvenimenti troppo intimi per essere condivisi con un pubblico?

Come fotografarsi mentre si fa l’amore? Non so. Un amico mi ha mostrato una fotografia di questo tipo, ed è una delle foto più erotiche che abbia mai visto – benché non si veda un gran che. È autobiografica senza che nessuna persona sia identificabile. Non c’è nulla di male a fare tali foto per se stessi, ma non le pubblicherei. Non sono un esibizionista.

Se lo dici tu…

Potrei fotografarmi mentre faccio l’amore, ma non inserirei questa foto in una mostra o in un libro. June mi ha fotografato mentre piscio: è una foto molto divertente. Sono in controluce, nel giardino di Ramatuelle, e guardo l’obiettivo, mentre i raggi del sole al tramonto fanno brillare lo spruzzo di pipì. È molto romantico e non ci vedo nulla di male.

Potrei fotografarmi mentre faccio l’amore, ma non inserirei questa foto in una mostra o in un libro. June mi ha fotografato mentre piscio: è una foto molto divertente.

Mi piacerebbe frugare nei tuoi archivi per rivedere alcune tue vecchie foto di moda.

Molte erano mediocri. Quelle dell’Australia erano francamente brutte, imitazione delle riviste di moda inglesi o americane.

Pensavo ad alcune foto che avevi fatte all’inizio degli anni Sessanta, per Jardin des Modes o Stern, in cui non mostravi fantasie sessuali. Le tue foto di quel periodo sono più convenzionali di quelle di oggi, ma c’è la stessa suspense, lo stesso presentimento che qualcosa stia per accadere. Tu hai detto che una fotografia di moda rappresenta un istante senza passato né futuro. Senza dubbio volevi dire che ciò che vi si vede non implica un preciso passato o futuro, ma che qualsiasi prolungamento, in un senso o nell’altro, dipende solo dall’immaginazione di chi la guarda.

Questo è vero per tutte le mie foto, non solo per le foto di moda.

Sì, mi pare che questo immaginarsi delle storie possibili sia una tua caratteristica, che faccia parte del tuo modo di vivere.

Sono come tante altre persone: mi siedo sulla spiaggia o sulla terrazza di un caffè, guardo la gente – soprattutto le donne – e mi invento delle storie. È un buon modo per passare una mezz’ora. Questo è il periodo migliore dell’anno, quando il grosso dei villeggianti estivi se n’è andato. Ogni anno ce n’è una che mi fa sognare più delle altre. L’anno scorso era una tedesca: mi ero immaginato tutta una storia su di lei. Era interessante. Non ho visto il suo viso che l’ultimo giorno, ma aveva un corpo di una bellezza straordinaria. Sapevo che era tedesca perché aveva un libro, Il Francese in venti lezioni o qualcosa del genere. Un corpo incredibile, ma non riuscivo a vederle il viso. L’ultimo giorno un tipo l’ha abbordata e io mi divertivo a guardarli. È stato in quel momento che lei si è girata verso di me: aveva uno di quei visi dal mento sfuggente, di una noia mortale. Non era brutta, se lo fosse stata avrebbe potuto essere interessante. Ho pensato che chi ci va a letto dovrà metterle una federa di cuscino sulla faccia. Per me, queste storie che mi racconto sono molto europee, non trovo molto da immaginare in America.

E cosa immagini in America?

L’America mi ispira in un modo diverso: mi sento come in un film.

È proprio questo che volevo dire a proposito delle tue foto. Ci si sente come in un film e ci si chiede cosa succederà dopo.

Sono felice di sentirlo, soprattutto da parte tua. Immagino che non sia il momento di fare un’intervista a Frank Horvat…

Perché no?

Non capisco il cambiamento nel tuo modo di fare fotografie. Ammiravo il tuo lavoro degli anni Cinquanta e degli inizi dei Sessanta, quando eri ancora vicino al reportage e portavi quel tipo di sensibilità nella foto di moda. Ciò che mi affascinava era la realtà che mostravi, come in quella foto straordinaria di tutte quelle donne in Place de la Concorde. Ma poi, negli anni Settanta, hai cambiato completamente, ti sei concentrato su ciò che ti sembrava essenziale – concentrato fino alla noia. Per amore della semplicità, hai spogliato le tue foto di tutto ciò che le rendeva interessanti. Anch’io amo la semplicità, ma le tue foto sono diventate talmente semplici, che non c’è più nulla da mettersi sotto i denti, nulla di cui eccitarsi. Francamente non capisco questa tua evoluzione.

Forse per paura di lasciarmi sfuggire quello che succede davanti il mio obiettivo. Per essere più sicuro, mi concentro su un soggetto alla volta e scatto molti rullini.

Ma cosa vuoi che ti sfugga scattando quindici rullini su un soggetto?

Forse una certa perfezione. Ma capisco che una ricerca di questo tipo possa sembrare priva di interesse.

Che strana ossessione! Ma non hai paura di perdere tutta la spontaneità?

La spontaneità fa parte delle perfezione che cerco. Per esempio, nei ritratti femminili che ti ho mostrato e che detesti…

…effettivamente li detesto. Quanto meno ho la franchezza di dirlo.

…cerco di ottenere, allo stesso tempo, la buona composizione e la spontaneità, e ho talmente paura che l’una o l’altra vengano a mancare, che non riesco a fermarmi e finisco per scattare quindici rullini. Ciò che ammiro in alcuni fotografi – in te per esempio – è il coraggio di fermarsi dopo un rullino. So che ti succede anche per situazioni complesse, messe in scena con dozzine di figuranti. Come fai a non avere ripensamenti, a non chiederti se non hai sbagliato la foto, a non tentare ancora questa o quella variazione?

Ma ne ho di ripensamenti, ne ho moltissimi, te lo giuro! Ogni fortografo ne ha… Quando mi ritrovo al volante della mia auto, o in aereo, ripercorro ogni istante del mio lavoro e mi domando: Avrei dovuto provare in questo modo o in quest’altro?

Ma tu non fai stare un’ora e mezza le modelle davanti al tuo obiettivo, non scatti dieci rullini solo con piccole variazioni?

Io comincio facendo ciò che ho pensato di fare. Poi faccio un giretto e mi chiedo se potrei provare in altri modi. Ma arrivo molto presto ad un punto di saturazione in cui tutto ciò mi infastidisce e mi dico che la mia prima idea era quella giusta. Ho una capacità di attenzione limitata, è per questo che non saprei fare un film. Per me, un lavoro che duri più di due giorni non è un buon lavoro. Come quando ero campione di nuoto: vincevo sui 100 metri e sarei stato ancora più forte sui 50.

Capita anche a me che la foto migliore sia la prima del primo rullino. Ma altre volte è l’ultima del decimo.

Ma c’è un’evoluzione tra il primo e il decimo? Cambi sfondo? Avanzi? Indietreggi?

Qualche volta. Succede soprattutto che la modella si stanca e si lascia un po’ andare. Ed io anche. Vedi, il mio problema è che sono diventato così abile, che la mia professionalità finisce per limitarmi. È come il sistema inibitorio di cui parlavi. Per alcune modelle è la stessa cosa. Quando ci siamo un po’ stancati, l’abilità si attenua ed il contatto diventa più diretto.

Per quel che mi riguarda, io ho sempre bisogno di ogni briciola della mia abilità. Quando sono stanco, non riesco a concludere nulla, ho solo voglia di dormire.

A proposito di abilità, Helmut, vorrei parlare del tuo senso grafico. Ci sono stati ultimamente alcuni fotografi che hanno cercato di imitarti: tutti hanno un po’ d’immaginazione e qualche ossessione sessuale – chi non ne ha? Ma ciò che gli manca è il tuo senso della composizione. Del resto, trovo che le tue foto che funzionano meglio sono quelle in cui la composizione è più forte.

Non ne sono cosciente. Al contrario, spesso cerco di fare delle brutte foto. Certo non posso fare a meno di lavorare meticolosamente, ma mi piace che le fotografie sembrino sbagliate. È per questo che ho abbandonato il Kodachrome: ha una grana troppo fine, è troppo professionale. Preferisco i colori sparati, che fanno pensare a un errore nello sviluppo. Il colore brutto mi piace, purché non sia davvero orribile, ed anche le foto di traverso. Mi capita di tenere la macchina un pò di traverso, quanto basta perché la foto non sia troppo perfetta.

Malgrado tutto il punto di forza delle tue foto migliori resta la composizione.

Fammi un esempio.

I nudi con la sella. Naturalmente sono tutti erotici, e tutti spingono a chiedersi cosa provavano le ragazze e cosa provava Helmut Newton. Ma la foto che funziona meglio, secondo me, è quella con l’ombra sul muro, in cui il gioco grafico predomina.

Non sono d’accordo. La foto che è stata riprodotta dappertutto, su Life come una delle migliori foto degli anni Settanta, su Time in un articolo sulla decadenza, è la foto della ragazza a quattro zampe con la sella sulla schiena. È la foto che dicono abbia marcato un’epoca. No, io non penso mai al gioco grafico, o se ci penso è per evitarlo. Mi piacciono di più i lampadari che vengono fuori dalla testa delle persone. Li trovo divertenti, perché fanno parte di quelle cose che mi avevano proibito di fare.

Mi piacerebbe ripercorrere una delle tue giornate di lavoro, passo per passo. Ti alzi, ti lavi i denti, passeggi sulla spiaggia. E nel frattempo immagini delle situazioni?

Si, continuamente. Anche se le mie foto più recenti sono meno aneddotiche. Quando guardo le mie vecchie fotografie, mi chiedo dove ho trovato la forza per crearmi tutte queste complicazioni. Certo, non l’avrei fatto se non mi ci fossi divertito. Ma non ricomincerei per nulla al mondo, non saprei più neanche da che parte cominciare e soprattutto non ne avrei più la forza fisica. D’altra parte ho bisogno di idee. Fotografi come Avedon o Penn sono abbastanza bravi per fare una bella foto su un fondo bianco. Ma io non posso permettermelo: i miei clienti direbbero che Helmut non si è dato troppi pensieri, che non ha fatto ciò che ci si aspettava da lui, e io non sopporto più questa pressione su Helmut. Sono stanco di inventare nuove gag, ho già fatto quello che avevo da fare.

Ma ti riesce anche di fare foto molto semplici e molto forti. Mi riferisco a questo piede di donna con la scarpa, con queste pieghe della pelle che sono più espressive che una folla di modelli.

È una buona foto, lo so. Ma non sempre si riesce a fare una buona foto. L’ho fatta subito dopo il periodo delle grandi messe in scena, nel momento in cui ho cominciato a fare dei ritratti. Per un ritratto non cerco idee. Lavorare in questo modo è stata una vera liberazione per me, anche se il ritratto comporta altre difficoltà, di ordine psicologico. È stato come se, all’improvviso, avessero tolto un enorme peso dalle mie spalle. E ho deciso che non voglio rivedere mai più venticinque capi appesi in una redazione e sentirmi dire da una redattrice: Helmut, sono questi venticinque che dobbiamo fotografare. Mai più.

Però continui a immaginare le tue foto…

Sì, la maggior parte del tempo non faccio altro.

…e ad organizzarle.

Qui a Montecarlo è facile, molto più che a Parigi o a New York. Il permesso per operare in strada viene rilasciato subito, mi conoscono. È come vivere in un paesino e chiederlo al sindaco. Vado all’ufficio che si chiama Ministère de l’Intérieur e mi dicono: “Certo, Monsieur Newton, siamo lieti di lasciarla fototografare nelle strade da tale giorno a tale giorno.” Se mi serve un cane, so che la mia vicina di casa ha un bel cane, se mi serve un bimbo, so dove trovarlo. È facile. In questo momento lavoro per Match. Mi piace, preferisco un giornale di cronaca e d’attualità alle riviste di moda, che per me hanno perso ogni credibilità.

Dunque tutto è sistemato: le modelle, la strada, il cane e il bimbo; e tu sei lì con la tua macchina fotografica.

E io sono lì con la mia macchina fotografica, e bisogna che mi inventi qualcosa. Che fare d’altro? Tu che faresti? Non andresti in giro con la modella aspettando che il buon Dio ti mandi l’ispirazione!

Ma ti limiti a fotografare ciò che hai immaginato? O aspetti che il buon Dio ti mandi l’ispirazione?

Succede, ma non spesso, che il buon Dio mi mandi un bel raggio di sole o una bella nuvola al momento giusto. Per questo mi piace lavorare in esterno: dentro lo studio il buon Dio non può far nulla per me, tranne mandare un fulmine e provocare un’interruzione di corrente. In esterno può aiutarmi, come può anche complicarmi la vita mandando la pioggia. Comunque è raro che mi mandi una luce che io non sappia utilizzare in un modo o in un altro.

Perché sei bravo.

No! Perché ogni luce che Dio manda è diversa e il cambiamento mi tiene sveglio. Presto! presto! presto! mi dico bisogna approfittare di questa bella luce finché dura.

Dunque tu organizzi delle messe in scena, ma ciò che veramente aspetti è l’inatteso.

Purtroppo l’inatteso non succede sempre – gli errori divini sono rari – ma quando succedono mi diverto di più.

Diresti che i momenti in cui fotografi sono i più belli della tua vita?

Forse. Ma a volte detesto quello che devo fare e mi dico: Non avrei dovuto mettermi in questa galera, sono troppo vecchio per impiegare il mio tempo così. Quando ho fatto il ritratto di Ava Gardner, quello con la sigaretta, abbiamo avuto un pessimo approccio iniziale e per tutto il tempo della seduta ho detestato quella donna – che per altri versi ammiro. E sono sicuro che lei, da parte sua, mi ha detestato altrettanto. È stato un vero incubo: avevo voglia di mollare tutto e riprendere il primo aereo. Ma era un lavoro per L’Egoïste, sapevo che non sono ricchi e che avevano già speso molto per il mio viaggio, non potevo lasciarli in asso. Dunque ho continuato e ho finito per scattare sette rullini.

E la foto buona è stata la trentaseiesima del settimo rullino?

Sicuramente non è stata tra le prime.

Quando fai una buona fotografia, te ne rendi conto subito?

A volte mi sembra di sì. Ma mi succede anche di interrompere una seduta perché non so più come andare avanti. Why flog a dead horse? Nel caso di Ava Gardner è stato diverso: la foto buona è arrivata verso la fine della seduta – e non ce n’era che una.

È una delle tue foto che preferisco.

È un buon ritratto di una donna non più giovane – eppure la foto non è stata nemmeno ritoccata. La seduta è stata difficile, ma ho continuato finché c’era luce. Quando si fotografano delle persone vere non è come con le modelle. Le modelle sono pagate per star lì. Ma un’attrice si sente fragile davanti l’obiettivo, tutte le donne si sentono fragili, ma un’attrice più delle altre, lo capisco benissimo. È un tale rischio per loro, ed hanno davvero tante ragioni per sentirsi vulnerabili. Quando si ha simapatia per la persona che si fotografa e si vuol fare una buona foto, bisogna procedere con molta cautela.

Possiamo tornare alla tua giornata? La seduta è finita e guardi i provini…

La prima cosa che mi dico è: Mio Dio come sono stato stupido, avrei dovuto fare in un altro modo. Immagino che sia così per tutti.

Ma, qualche volta, c’è anche la sorpresa divina.

Sì, quando ho la sensazione che la buona foto c’è. Ma esiste un’altra sorpresa, più primordiale: lo stupore di trovare qualche cosa sulla pellicola – come se ogni foto fosse un miracolo. Non ti capita di provare la stessa cosa?

Sì, e c’è una terza cosa che a volte mi succede, e che per me rappresenta un test infallibile: il bisogno di mostrare il provino a qualcuno, a mia moglie, al mio assistente, a chiunque. Il bisogno di dire a qualcuno: Presto! Vieni a vedere! Non succede spesso, ma quando succede, so di aver fatto una buona foto.

Io li faccio vedere sempre a June. Faccio la mia scelta e lei fa la sua. A volte siamo d’accordo, ma più spesso siamo diametralmente all’opposto. È lei che sceglie meglio, a me scegliere dà noia. Daltronde le foto che scelgo quando i provini tornano dal laboratorio non sono quelle che sceglierei un anno dopo. È un fenomeno interessante – e una prova del fatto che non bisogna buttare niente. Tutto cambia, le nostre idee sulle cose cambiano – o quanto meno le mie. I miei tabù cambiano: diminuiscono con l’età. Detestavo le ragazze che assumono certe posture. Poi di punto in bianco, mentre facevo il libro dei Grandi Nudi, mi sono detto: Mi piace! e ho fatto posare la modella in quel modo. Tutto cambia, Frank, oggi vedo le cose in modo del tutto diverso che cinque anni fa.

Quello che dici dovrebbe preoccuparmi. Io butto tutte le diapositive che non mi piacciono. Forse avrei dovuto conservarle.

Hai ragione a preoccuparti. Soprattutto per le foto di moda: più una foto di moda invecchia, più diventa interessante. E c’è un’altra cosa: tu tendi ad avvicinarti al soggetto, mentre io indietreggio, indietreggio sempre più. Perché so che certi elementi che mi infastidiscono al momento dello scatto – delle automobili, dei passanti, dei manifesti – probabilmente mi affascineranno tra qualche anno, perché sono un’espressione del tempo che catturiamo. Dunque io indietreggio e mi dico: Se voglio potrò sempre riquadrare. È questo che mi piace del 6 x 6: la modella è al centro e lascio dello spazio attorno che, se voglio, potrò togliere. Il 24 x 36 mi fa impazzire, mi fa perdere troppo spazio ai lati.

Ma se non sei tu a decidere quello che sarà nella tua foto, la foto è ancora la tua?

Io accetto ciò che mi viene dato, non ho alcun orgoglio d’autore, non dico: questa foto è mia perché io ho scattato. Non conosco nulla di più interessante che quelle foto di rapine, riprese da una di queste camere automatiche che ci sono nelle banche! È questa la vita! Se un cane viene a far pipì sulle gambe della mia modella, io lo lascio fare e scatto. Non è stata una mia idea, non gli ho detto: Su, cagnolino, vieni a far pipì sulle gambe di questa ragazza. Ma se viene e piscia, io scatto, e la foto è mia, mica del cane. Se piazzo la mia macchina sul treppiede, mi metto davanti e dico all’assistente di scattare a un certo momento, è lui che schiaccia il pulsante, ma la foto è mia – tanto più che prima controllo tutto con cura a forza di Polaroid. Ma se un masso, cadendo dal cielo, mi colpisce in testa e io muoio nel momento in cui l’assistente scatta, questo sarebbe straordinario! Non ti pare? Divina sorpresa! Certo che la sorpresa sarebbe ancora più divina se potessi rialzarmi e vedere la foto. Questo sarebbe perfetto e non rifiuterei certo la foto perché è Dio che ha mandato il masso.

Traduzione italiana di Giancarlo Biscardi

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