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Giovanni Gastel: non c’è limite alla creatività

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Giovanni, il termine a cui più spesso fai riferimento è eleganza.

Ognuno dovrebbe scavare dentro di sé e cercare la parola che più lo rappresenta e intorno a questa costruire il proprio mestiere. Non è una parola per l’eternità, può anche cambiare nel corso del tempo, può seguire l’evoluzione del carattere interiore.

Come declini l’eleganza in fotografia?

In realtà considero la parola eleganza un valore morale più che un valore estetico. Se sposi la parola eleganza, sposi anche alcuni atteggiamenti, una visione del mondo, una certa idea del tuo ruolo. Tempo fa durante una conferenza di fronte alla borghesia milanese ho detto che un uomo elegante non può non pagare le tasse. Eleganza ha anche questo senso, insomma. E naturalmente l’eleganza significa rispetto per la donna.

In realtà considero la parola eleganza un valore morale più che un valore estetico. Se sposi la parola eleganza, sposi anche alcuni atteggiamenti, una visione del mondo, una certa idea del tuo ruolo.

È un riferimento che nel tuo lavoro vive sotto traccia.

Sì, un termine che determina tutte le scelte. La donna dev’essere trattata con rispetto, la luce dev’essere elegante. Poi si può costruire estetica su tutto, se tu scegli la parola violento puoi costruire un’estetica su quella parola e non necessariamente la parola elegante genera un’estetica migliore della parola violento.

Muoversi all’interno di binari molto stretti aiuta la creatività?

Diciamo che la creatività ha bisogno di un punto di vista, e questo punto di vista dev’essere il tuo. Ogni essere umano ha dentro di sé uno stile, ognuno di noi è unico nell’universo, c’è un’assoluta unicità in tutti noi. Non sempre le visioni sono radicalmente diverse, ma c’è sempre una lieve distonia. Bisogna lavorare sulla propria distonia che diventa stile. Il lavoro creativo consiste nel vedere tutto da una posizione distonica. La verità è che quasi tutti noi siamo confortati quando facciamo nostre le opinioni generali, perché purtroppo l’uomo è un animale che vive in gruppo. Gli artisti devono essere leggermente distonici.

E devono spostare sempre più in là l’asticella.

È un mestiere generato dall’insoddisfazione. Se i creativi fossero soddisfatti si fermerebbero alla loro prima operazione creativa. Ancora adesso, quando guardo le mie foto, penso sempre a ciò che ho sbagliato, ed è questo che mi porta a scattare ogni nuova foto. Ogni sera sei deluso perché non l’hai trovata ma ogni mattina hai questa nuova opportunità di trovarla.

Se i creativi fossero soddisfatti si fermerebbero alla loro prima operazione creativa.

C’è un momento in cui l’artista esaurisce la creatività?

L’unica cosa che interrompe il flusso creativo è la paura che in tanti hanno di perderlo. Tantissimi creativi che hanno un periodo di talento, iniziano ad avere la paura di perdere la creatività. Ed è solo il panico che li blocca. Devi continuare a ripeterti che non c’è limite alla creatività, che va nutrita e coltivata, e non devi avere paura di perderla.

Il fine del tuo lavoro creativo è la tua soddisfazione o il desiderio di comunicarlo?

La prima molla è un’esigenza personale, nel senso che se invento sto bene, se vedo il bello davanti a me sto bene e se non lo vedo sto male. Quindi è una necessità. Però, naturalmente, c’è anche la necessità di lanciare messaggi nella bottiglia. Tutte le mie fotografie sono in fondo immagini commerciali ma, anche da ragazzo, ho sempre cercato di lavorare su due piani, la funzione immediata e la tenuta nel tempo.
Tanti dicono che le mie foto hanno una loro vita indipendente dall’epoca, è abbastanza difficile datare le mie foto, ed è quello che ho sempre cercato.

La maturità di un artista è far lavorare insieme questi due piani.

Esattamente, se riesci a farlo, stai lavorando bene. In realtà io avevo questa visione già da ragazzo, quando ho iniziato a fotografare, perché l’avevo visto succedere in alcuni grandi autori che amavo, come Irving Penn o Richard Avedon. Non riuscivo a datare le loro opere, e allora ho pensato che dovessi realizzare foto in grado di svolgere la loro funzione commerciale ma che durassero nel tempo.

Perché pensi che la fotografia nasca oggi?

Ritengo che l’elettronica legata alla fotografia segni finalmente la nascita della fotografia e la sua trasformazione in linguaggio. Fino all’avvento dell’elettronica la fotografia è stata una tecnica, oggi è diventata un linguaggio. Ieri il fotografo gestiva il mistero, c’era una parte alchemica nel suo lavoro, il telo nero, i banchi ottici, le Polaroid a sviluppo immediato, il suo era un mestiere per pochi, con una sua dignità quasi magica. L’elettronica ha detto no, la fotografia deve diventare una lingua. Attraverso gli iPhone noi parliamo al mondo tramite le fotografie. Oggi tutto il mondo ha una macchina fotografica in tasca e questo mi rende felice. Quando hanno insegnato a scrivere a tutti, gli scriba hanno pensato che sarebbe stata la fine, e invece è proprio lì che è nata la scrittura.

Attraverso gli iPhone noi parliamo al mondo tramite le fotografie. Oggi tutto il mondo ha una macchina fotografica in tasca e questo mi rende felice.

E quindi quale è la funzione dell’autore, del fotografo, in questo momento?

Sta succedendo quello che è successo alla pittura quando è nata la fotografia. La funzione della pittura, per migliaia di anni, è stata la ripetizione del reale. Quando è arrivata la macchina fotografica, sbagliando, tutti hanno pensato che quello fosse lo strumento migliore per replicare il reale. Ma in quel momento non è morta la pittura, è stata liberata. La fotografia si sta liberando, certo ci sarà spazio solo per la fotografia autoriale.

Per questo a te non ha mai interessato rappresentare la realtà?

No, la funzione dell’autore non è rispecchiare il reale che già c’è. È alludere al reale per crearne uno parallelo.

Questa funzione si allargherà anche al fotogiornalismo, i cui principi sono così radicati nella documentazione della realtà?

Si è già allargata. Il fotogiornalismo viene fatto sul campo da chi è presente con i mezzi che ha, resterà solo chi ha una forte impronta autoriale.

È raro trovare un fotografo che dà dignità allo still-life come fai tu.

Io nasco dallo still-life, non c’è alcuna differenza rispetto ad altri generi di fotografia. Non è cosa fotografi, è come lo fotografi. Vedo foto di matrimoni meravigliose e foto di moda molto brutte. Allora dico ai matrimonialisti che sono una categoria importantissima, purché non facciano la prima cosa che viene in mente. La prima, la seconda, la terza, la quarta cosa che ti viene in mente non dovresti mai farla. Parti dalla quinta, perché alle prime quattro hanno già pensato tutti. La dignità di un autore è di fare il proprio mestiere in maniera straordinaria, fuori dall’ordinario. Dopo la nostra generazione, il livello medio della fotografia si è alzato, ma mancano le eccellenze.

La responsabilità di questo appiattimento è dei committenti?

La committenza non c’entra mai. Io ho iniziato in un’epoca molto peggiore di questa, negli anni settanta la benzina era razionata tre giorni alla settimana, l’inflazione era al ventuno per cento, c’erano le Brigate Rosse e le bombe dei neri, la moda non esisteva, il Made in Italy non esisteva. Eppure ho fatto lo stesso il fotografo. Bisogna vivere nel proprio tempo e prendere ciò che ti dà.

Trovi che lavorare senza committenza sia più difficile? Non dal punto di vista economico naturalmente, ma per il fatto di non avere una bussola, un obiettivo definito.

Quando ho fatto esperimenti personali, ho fatto sempre una certa fatica. Germano Celant mi ha invitato a fare un’operazione più personale da cui è nata la mostra Maschere e Spettri, e in quell’occasione non è stato semplice, ho impiegato un po’ di tempo per iniziare.
Nella storia dell’arte, tutti hanno sempre lavorato con una committenza, almeno fino all’800. È dall’800 che i pittori hanno iniziato a produrre ciò che volevano e poi a cercare un mercato, ma questa visione romantica dell’artista occupa una piccolissima parte della storia. Caravaggio fece un quadro meraviglioso per i benedettini, un pescatore analfabeta la cui mano iniziava a scrivere guidata da un angelo. I benedettini lo rifiutarono, non era la loro visione, e Caravaggio se lo è riportato a casa e ne ha fatta un’altra versione.

Scrivi molto, soprattutto poesia. Hanno funzioni diverse la tua fotografia e la tua poesia?

Trovo una certa relazione tra la mia poesia e la fotografia, sono entrambe sintetiche e molto pregnanti.
Uso la fotografia per parlare del meraviglioso e la poesia in chiave più introspettiva, per parlare del mio rapporto con la vita, con il tempo, con l’amore.

Tu hai iniziato a fotografare senza una forte cultura fotografica.

Ho iniziato senza alcuna cultura fotografica. Ma sono stato molto pressato, incentivato, da persone vicine perché usassi la fotografia come linguaggio e come lavoro.

Nonostante tu provenga da una famiglia con forti radici storiche, classiche, questo non ti ha portato a fermarti al passato. Tu hai lavorato da subito nel presente e credo che questo sia stato molto complicato.

Certo ci sono stati grandi presenze, estetiche forti come quella di Luchino Visconti, ma ho preso solo alcune componenti, per esempio nel ritratto, dall’800. Ho sempre pensato che il mio ruolo fosse rappresentare stilemi anche classici in un mondo presente e futuro.
Sono stato molto aiutato dall’arrivo della pop art quando avevo quindici anni. Venivo dalla frequentazione dell’arte classica e neoclassica, barocca e quando sono andato a vedere una mostra sulla pop art qui a Milano mi è preso un colpo. Ho subito il fascino violentissimo della contemporaneità, della possibilità di elevare qualunque cosa ad oggetto d’arte. Questo concetto straordinario che l’atto dell’autore che raccoglie un pacchetto di sigarette e lo mette nel museo di arte contemporanea, fa sì che ci sia una traslazione di lettura, il pop lo restituisce con una tale violenza che rimetti in discussione tutto. Ho pensato che ero figlio di una certa cultura ma che il mio mestiere fosse riempire uno spazio vuoto con qualcosa che non c’era mai stato prima. Negli anni ottanta tutti gli stilisti, tutti i fotografi, volevano costruire qualcosa che non si fosse mai visto prima, che non avesse relazioni con il passato. Noi viviamo il nostro tempo e il nostro futuro.

Ho pensato che ero figlio di una certa cultura ma che il mio mestiere fosse riempire uno spazio vuoto con qualcosa che non c’era mai stato prima.

La sperimentazione è possibile quando sul mercato c’è molto denaro?

Al contrario, secondo me. Lavoravo per Donna e dal 1980 al 1986 avevamo poca pubblicità e quindi pochi soldi. Quando la pubblicità è cresciuta, i commerciali hanno iniziato a temere un cambiamento di immagine perché stavano raccogliendo pubblicità su un certo tipo di fotografia. Il mio mestiere è invece cambiare, proporre. Oliviero Toscani dice che la creatività in Italia è stata uccisa dai direttori commerciali, penso che un po’ abbia ragione. Negli anni in cui c’è molto denaro, pochissimi hanno il coraggio di cambiare. Uno dei pochi è stato Gianni Versace.

Con il quale hai lavorato molto.

Gianni è stato un uomo formidabile, è stato un incontro meraviglioso. Era un uomo di grande creatività e alla domanda cosa devo fare? mi diceva divertiti, stupiscimi. Ti racconto una cosa incredibile. Avedon faceva la sua prima linea mentre io facevo la seconda linea, avevo venticinque anni e lavoravo anche sulle prime linee di Missoni, di Krizia, di Trussardi. Allora quelli per cui facevo le prime linee mi dissero che non poteva andare bene, perché le loro prime linee sembravano equivalere alla seconda linea di Versace. Non era un discorso sbagliato. Così ho dovuto chiamare Gianni, gli ho parlato di questo problema e ci siamo lasciati così. Dieci anni dopo, mi arriva in studio una telefonata, era Gianni Versace che mi dice ho visto che hai terminato i contratti decennali con questi stilisti, possiamo quindi ricominciare a lavorare. Ma che anima e che testa ha un uomo per fare una cosa del genere? Nel mondo reale non succede.

Se riguardi oggi il tuo archivio, quale punto di vista sul mondo pensi di aver trasmesso?

Il sogno sarebbe essere riusciti a trasmettere che l’eleganza e l’armonia sono valori eterni che si continuano ad attualizzare. E che la volgarità alla fine non vince. Io che pensavo di essere un fenomeno di nicchia, perché un fotografo di moda fa comunque parte di una nicchia, quando due anni fa sono entrato su Facebook, cinquantamila persone hanno iniziato a seguirmi e a seguire il mio lavoro, i miei pensieri.
Eleganza, rispetto e armonia sono valori di cui la gente ha voglia. Ed è una bella cosa che mi inorgoglisce.

Oggi hai la maturità per dire ho avuto ragione. Il punto è riuscire a crederci a metà del percorso, quando altri hanno maggior riscontro con le scorciatoie.

Ma non avrei potuto fare altro, non è che avessi molte alternative.

Come evolverà questo mestiere?

Il mio mestiere o il mestiere in genere?

Entrambi.

L’evoluzione del mestiere in assoluto è quella che di cui ti parlavo, sempre più autori e sempre più racconto sincero di sé. Mapplethorpe ha fatto una fotografia durissima, ma non è volgare, perché ti sta aprendo il suo cuore. Invece, la fotografia del piccolo fotografo non sincero risulta disgustosa. Il fotografo deve raccontarti come è, deve aprirti il suo cuore. Se sento che il tuo racconto è sincero, non c’è mai volgarità.

E il tuo mestiere?

Devi continuare a considerarti nel tempo. Il mio futuro è continuare ad essere me stesso ed essere sempre contemporaneo. Io non sono più quello del 1985, siamo nel 2015. Il Gastel del 1985 era diverso. Altrimenti la tua fotografia si allontana nel passato, e lì resta.