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Frank Horvat: la fotografia deve fermare momenti irripetibili

Frank Horvat, poche settimane fa ho visto una sua mostra a Seravezza e avuto l’impressione che lei viva molto bene questo tempo, che il suo lavoro sia sempre in evoluzione…

A me interessa il tempo, la Storia, mi interessa capire che cosa succede nel mondo.

Ci sono fotografi che si fermano al momento topico del loro lavoro…

Molti si fermano a quel momento, gli esempi più classici sono stati Henri Cartier-Bresson o Robert Doisneau. Doisneau ha fatto cose molto interessanti nel periodo di una decina di anni. Per molti la fotografia è ciò che era quando avevano venti o trent’anni, poi diventano critici verso quel che succede dopo, verso i cambiamenti, la considerano una fotografia più debole.

Oggi molti fotografi classici tendono a dire che un tempo lo scatto era pensato, ragionato, perfetto, mentre la grande piaga di oggi è che si fanno troppe fotografie senza pensare.

Al contrario, io all’epoca facevo più scatti di oggi per una semplice ragione: non sapevo mai se avevo la foto giusta e dunque continuavo a scattare. Oggi guardo nella macchina, capisco quando ho la foto e mi fermo. Prima, forse, facevo foto migliori, perché non sapendo che cosa avevo nella pellicola, continuavo a scattare.

Non sapevo mai se avevo la foto giusta e dunque continuavo a scattare. Oggi guardo nella macchina, capisco quando ho la foto e mi fermo.

Lei è perfettamente a suo agio con il digitale, sia quando scatta con la compatta, sia quando lavora ai progetti editoriali. La sua applicazione per tablet è molto complessa…

E’ quasi troppo complessa. Per ogni foto lei ha tutta una serie di riferimenti che la portano altrove, può navigare l’App tramite keywords. E non sono keywords di categoria, per esempio uomini-donne-cani-gatti, ma sono keywords riferite ad idee, sono ispirazionali. Si possono seguire migliaia di itinerari, ed è questo il senso del tablet. Ognuno segue la propria logica, è la bellezza dello strumento. Questa App funziona come il nostro cervello, per associazione di idee. Si può partire da un’immagine, dalle foto di famiglia, e collegarsi alla condizione umana, è un lungo percorso di ispirazione.

Ci sono anche molti suoi commenti. Che cosa aggiungono alle immagini?

È interessante legare le fotografie una all’altra. Trovo che spiegare le fotografie sia noiosissimo, ma è interessante dare al lettore la possibilità di associare le fotografie e di trovare un percorso.

Lei comunica sui social?

A me i social network scocciano un po’, il loro sistema dei like mi sembra una stupidaggine, è un modo stupido per giudicare, come la gente che va a votare senza sapere che cosa vota, in realtà non si dovrebbe mai chiedere alla gente in questo modo. Le persone si emozionano per nostalgia, per il luogo in cui è stata scattata la foto, la gente ha bisogno di attaccarsi ad un’idea. Per questo, nella mia esposizione di Seravezza ho organizzato le foto secondo una serie di titoli. Se le persone hanno un’idea di che cosa cercare, la trovano e poi dicono come sono bravo, e sono contente.

Le persone si emozionano per nostalgia, per il luogo in cui è stata scattata la foto, la gente ha bisogno di attaccarsi ad un’idea.

Quando ritrova una sua foto scattata per una rivista, o per un advertising, quarant’anni dopo in una esposizione, si sente a suo agio?

La prendono per un’opera d’arte, spesso senza sapere che cosa sia l’arte. In realtà, ciò che è interessante è quello che resta di una fotografia quando tutti i motivi per cui è stata scattata non ci sono più, quando sono finiti.

A che cosa sta lavorando adesso?

Ho parecchi progetti che ho fretta di realizzare perché il tempo che ho, con la testa lucida, è molto limitato. Il mio progetto è fare una nuova pubblicazione per tablet, che non sostituirà la mia App ma che conterrà le foto che ho scattato negli ultimi otto anni con la macchinetta compact. Con questo progetto vorrei dire: ecco, queste sono le foto che tutti potreste fare con una compact. Ma non sarà tanto la foto in sé ad essere importante, quanto il passaggio da una foto all’altra. Con questa applicazione, vorrei fare qualcosa che tutti possono fare, ma una volta che le fotografie saranno messe insieme, una dopo l’altra, il lavoro diventerà qualcosa che solo io avrei potuto realizzare. Io credo che se queste foto funzioneranno, funzioneranno perché si guarderanno tutte insieme.

Di solito non è interessante parlare di strumenti, di macchine fotografiche, di tecnologia, ma nel suo caso penso sia utile…

Nella mia vita c’è stata la Leica, poi ho scoperto il teleobiettivo, poi sono arrivate le Reflex SRL. Queste Reflex erano diverse dalla Leica per un motivo: si vedeva la profondità di fuoco, e questo mi incoraggiava a  fotografare con poca luce, un lavoro che ho fatto moltissimo. Non ho mai lavorato con apparecchi più grandi. Ho fatto un grosso lavoro su New York con un solo obiettivo, l’85 mm. In questo modo io vedevo solo i soggetti adatti all’85 mm, gli altri non li vedevo, quindi le classiche viste grandangolari di New York non le ho mai fatte. Poi, per un anno, ho realizzato il diario del 1999, l’ultimo anno del millennio. Ogni giorno fotografavo in giro per l’Europa con una Olympus, un apparecchio con cui non sapevo mai che cosa veniva fuori, ma era interessante perché lo avevo sempre in tasca e perché fotografando avevo l’aria del vecchio signore un po’ dilettante e nessuno mi prendeva mai sul serio. Questo mi ha permesso di fare cose molto interessanti. Poi ho provato i primi apparecchi Nikon digitali, ottimi e pesantissimi. Infine, oggi, sto lavorando gli apparecchi compact, che ho sempre in tasca, sono molto più difficili da utilizzare, ci si sbaglia molto spesso, e spesso gli sbagli sono interessanti.

C’è un gran numero di Mac nel suo studio, lavora anche molto in post-produzione?

Mi interessa il colore, raramente trasformo le mie foto in bianco e nero, anche se può succedere. Comunque lavoro moltissimo in post-produzione. In post-produzione cerco di ritrovare quello che mi aveva interessato quando ho scattato la foto, cerco di accentuare ciò che mi ha fatto scattare la fotografia.

Lavoro moltissimo in post-produzione. In post-produzione cerco di ritrovare quello che mi aveva interessato quando ho scattato la foto.

Come seleziona le foto?

In questo momento non so nemmeno io che cosa cerco, è l’istinto che mi dice se una foto va bene o non va bene.

Lei ha un progetto chiaro in testa prima di realizzarlo?

Se io avessi in testa un progetto, non avrei neanche bisogno di realizzarlo, lo realizzo per cercare il progetto.
Il progetto per Henri Cartier-Bresson era andare a vedere ciò che gli sembrava importante nel mondo, ma non bastava che fosse Gandhi o la Rivoluzione in Cina, lui aveva l’esigenza della composizione. Doisneau non si occupava molto di composizione, cercava piuttosto una certa realtà che lo inteneriva, una volta mi ha detto fotografo per il piacere di sapere che certe cose piacevoli e simpatiche esistono, e di confermarlo.
Queste fotografie, solo quando venivano messe insieme, prendevano l’aria di un progetto.

Oggi, quando capisce che una fotografia è importante?

Oggi non so cosa sia importante. Mi sembra sia importante mostrare questo mondo sfasato e sfaccettato, il mondo di oggi. Cartier-Bresson negli anni ’30 sapeva che Matisse era importante, e ha fatto una bellissima foto di Matisse. Sapeva che Giacometti era importante, e ha fatto una bellissima foto di Giacometti. Sapeva che la Cina era importante, è andato in Cina e ha fatto foto meravigliose. Oggi è tutto sfaccettato, mescolato, sto cercando di trovare un senso a questa cosa. Il nostro tempo è ludico, è giocoso anche nella tragedia. Ed è superficiale, per una ragione: i nostri contemporanei non hanno assolutamente il nocciolo del tempo.

I progetti che rappresentano questo tempo dovrebbero essere molto disordinati, poco coerenti. Il fotografo Mario Sorrenti un anno fa è uscito con il suo libro biografico in cui l’impaginazione è estremamente articolata, non c’è un ordine chiaro, il progetto è molto complesso.

Questo sistema non solo è complicatissimo da realizzare, ma l’impaginazione e la struttura sono importanti tanto quanto la foto, a volte di più. E’ come scrivere un romanzo. Per me il fatto di costruire una mostra, un’App, un libro, è altrettanto importante che scattare la fotografia. Per altri, come per il mio grandissimo amico Boubat, il solo momento importante era il momento dello scatto della foto, ma in quello che c’era nella foto, era straordinario.

Lei costruisce percorsi con le parole chiave. E’ importante anche il titolo di una foto?

Nella mia esposizione a Seravezza, i titoli servono a dirigere l’interpretazione. Lo spettatore ha bisogno di un punto di partenza, poi magari ci trova qualcos’altro. E’ molto importante anche la data, sapere se la foto è stata scattata negli anni ’50 o ’80.
Alcune foto, straordinarie, fanno tutto il lavoro da sole, ma in generale le persone entrano più facilmente nel gioco se gli si dà un punto di partenza.

Perché ha scattato così tanti auto-ritratti durante le fasi della sua vita?

In realtà uno fotografa perché è meravigliato da ciò che vede. È un modo di esprimere questa meraviglia. Tutta la storia della fotografia è retta dalla meraviglia e dallo stupore, si dice guarda un po’ questa foglia è così, questa strada di Parigi è così… se si scatta una foto a qualcosa che si conosce già, allora diventiamo scontati.

Anche nelle foto in studio, di moda, riesce a trovare la meraviglia?

È difficile. È per questo che io fotografavo in strada. E poi, per aumentare la difficoltà, mi sono messo a cercare la meraviglia in studio, senza accessori, col minimo indispensabile. Per esempio, ho fatto fotografia di moda senza mostrare il viso delle modelle, il viso si poteva solo indovinare. Ad un certo punto io mi sono detto ma queste modelle, che noiose, e così il viso si indovina grazie a qualcos’altro, e allora il gioco diventa interessante. Perché in realtà, una foto non è mai in quello che ci mostra, ma in quello che ci fa immaginare.

Perché in realtà, una foto non è mai in quello che ci mostra, ma in quello che ci fa immaginare.

Lei ad un certo punto ha deciso di smettere di lavorare con le riviste?

Sì, anche loro hanno deciso di smettere di lavorare con me.

Lavora molto con le gallerie?

Le gallerie vendono molto bene, e vendono le stesse dieci foto. Al pubblico interessano le dieci foto che ha già visto.

Le persone sanno leggere le immagini?

Chi visita una mostra, è una persona già interessata alle fotografie, è già selezionata. Poi io aiuto queste persone per esempio con i titoli e le categorie. Ma che poi tutti capiscano la fotografia, no certamente, la fotografia è più difficile da capire rispetto alla pittura e alla musica. Oggi l’ignoranza è in proporzione diretta alle cose che uno deve conoscere per sopravvivere, ce ne sono talmente tante che uno poi resta ignorante.

Perché i fotografi vanno a fotografare dove ci sono problemi?

Credo che i fotografi siano realmente interessati ai problemi degli ambienti che fotografano, sappiamo tutti che dovremmo morire un giorno, quindi vedere la gente che muore ci interessa. Quando c’è un incidente, la gente fa cerchio attorno, e li capisco. Mi interessa, perché mi potrebbe capitare, quindi è un atteggiamento giustificatissimo.

Lei pensa che la fotografia fermi sempre momenti irripetibili?

Deve sempre fermare momenti irripetibili, e non solo i momenti devono essere irripetibili, ma devono dare la sensazione che lo siano, devono farlo credere.