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Filippo La Mantia: la sofferenza, per me, non si fotografa

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Filippo La Mantia, preparando questa intervista mi sembrava chiaro che ci fosse un prima e un dopo nella tua vita. Prima la fotografia, poi la cucina. In realtà, il tuo percorso segue un unico binario, il coraggio di cambiare.

Vivo alla giornata, mi rimetto sempre in discussione, ogni giorno è il primo giorno. Questo sono io. La gente ha bisogno di certezze, di promesse. Io posso anche dare alla gente le certezze, ma so che sono relative. Stiamo parlando del coraggio di essere indipendente, di non essere schiavo del dio moneta. Credo che con tutto quello che ho fatto nella mia vita avrei potuto essere ricco, non lo sono affatto. Se avessi seguito la strada che hanno seguito i miei colleghi, sarei molto ricco. Questo continuo cambiare non mi ha permesso di approfittare delle situazioni solide. Ma in questa vita, mi va bene così.

Se avessi seguito la strada che hanno seguito i miei colleghi, sarei molto ricco. Questo continuo cambiare non mi ha permesso di approfittare delle situazioni solide.

Il ristorante a Roma, all’interno di un grande albergo di via Veneto, andava piuttosto bene. Due anni fa hai cambiato tutto, sei venuto a Milano.

È un’altra tappa della mia vita. A cinquantacinque anni mi sono rimesso in discussione e oggi mi sto giocando tutto qui. Ma in ogni cosa che faccio c’è sempre l’immagine, la fotografia, ogni giorno discuto di fotografia. La fotografia per me è stato l’inizio di tutto. E tutto è nato grazie ad una donna straordinaria, Letizia Battaglia, l’ho incontrata nel 1979, avevo diciannove anni.

Palermo, 1979. Era una Sicilia in guerra.

Io ho partecipato ad una guerra, da spettatore, in prima fila. Purtroppo, lo posso dire.

Ma la tua vita era distante da quei morti. È stata la fotografia a farti capire che cosa stava succedendo in quella città.

In Sicilia, qualsiasi persona che non avesse rapporti con la cronaca non era consapevole di quello che stava succedendo nella nostra città. Non aveva idea dei morti, dei processi, delle bombe. Se non avessi fatto il fotoreporter, se non fossi stato chiamato a documentare i fatti di cronaca, sarei rimasto totalmente distaccato da quello che stava succedendo. Noi vivevamo una situazione di benessere e non leggevamo messaggi alternativi.

Letizia Battaglia è stata la prima a volerti nel suo gruppo di lavoro. Come è successo?

Ho conosciuto Letizia Battaglia per amore e per passione è iniziato tutto. Erano periodi duri, di fame, Letizia aveva un sottoscala dove sviluppava le fotografie. Ho iniziato a frequentare il suo studio per curiosità, lei forse lesse nei miei occhi un po’ di vivacità e mi mise a lavorare in archivio. Collaboravamo con Grazia Neri, Gamma e altre agenzie di allora. Un giorno mi chiese: vuoi uscire con noi? Quel giorno avevano ucciso il Professor Bosio, tra l’altro padre di una mia cara amica, era un medico straordinario che si era rifiutato di curare un boss ferito, e lì per la prima volta incontrai la morte.

Ho conosciuto Letizia Battaglia per amore e per passione è iniziato tutto. Erano periodi duri, di fame, Letizia aveva un sottoscala dove sviluppava le fotografie.

Come era la tua giornata?

Vivevo in studio. Archiviavo, stampavo. C’era talmente tanto da fare che le giornate volavano. Oltre ai morti, fotografavamo anche la cronaca cittadina. Poi ho iniziato a fotografare, ma con molto distacco, faceva impressione a tutti vedere morti sparati a terra.

Circolavano tanti fotografi intorno a quello studio, eravate un punto di riferimento. Scianna, Koudelka

Erano i pionieri dell’immagine e posso dire che io c’ero. In quegli anni il nostro era uno studio allo studio di tutti gli studi del mondo di fotografia. Tutti osservavano il nostro lavoro e quello di Letizia Battaglia, un’eroina straordinaria che andava in giro a documentare le cose più assurde che potevano succedere. Quando venivano a Palermo i fotografi, io li portavo in giro. Koudelka è arrivato attraverso Letizia ed è nata un’amicizia fraterna, ancora oggi abbiamo un rapporto forte. Qualche anno fa mi fece quattro scatti indimenticabili: eravamo a Roma, avevano appena finito di montare una sua mostra, e con la mia moto andammo a Fregene in spiaggia, lì questa grossa moto si impantanò e, mentre acceleravo e usciva sabbia da tutte le parti, lui scattava fotografie. Ho quattro scatti pazzeschi.

Ogni giorno, in questo ristorante, sei quel Filippo La Mantia che fotografava in bianco e nero le stragi di mafia e sviluppava i negativi con acidi usati e riusati?

Sono sempre lo stesso. Ho sempre quello spirito, sono sempre stato un hippie, sono cresciuto in strada, con la moto. Sono felice che, dopo tutti questi anni, il mio atteggiamento alla vita venga riconosciuto.

Quando hai smesso di fare foto?

Quando ho pensato che il mio lavoro l’avevo fatto. Ho fotografato parecchi morti ammazzati, ho fotografato l’omicidio Dalla Chiesa, la testa tagliata sul sedile dell’auto. Potevo iniziare a fare altro.

Da tutto questo lavoro al fronte ti porti dietro il rispetto per le persone.

Non ho mai sfruttato il dolore dei parenti, anche se il morto era il peggior killer della mafia. La sofferenza, per me, non si fotografa. Tu devi fotografare il fatto, è quella la cronaca. Ma questa è una cosa innata, non mi è mai piaciuto mostrare le persone che soffrono. Ripulivo tutto, fotografavo il particolare. Quando ho fatto la strage di Chinnici, a terra avevo arti, gambe, il corpo di Chinnici bruciato, ma era tutto talmente duro ed inenarrabile, anche attraverso le immagini, che la foto che ho dato ai giornali mostrava questa chiesa sgranatissima sullo sfondo, un occhiale, una carta d’identità bruciata e le macerie.

Non mi è mai piaciuto mostrare le persone che soffrono. Ripulivo tutto, fotografavo il particolare.

È quella distinzione che fanno i fotoreporter: momento dello scatto e momento della diffusione.

Ho fatto scatti crudi, feroci e molto impressionanti. Ai giornali mandavo le foto che volevo io, non quelle che chiedevano loro.

Poi c’è il momento che ha cambiato la tua vita. La storia è nota: a ventisei anni, per un clamoroso errore giudiziario, finisci otto mesi in carcere per una strage di mafia. Vieni liberato la vigilia di Natale, avevi appena finito di cucinare per tutto il carcere. Che cosa tu hai pensato di quell’arresto, possiamo immaginarlo. Ma Palermo che cosa ha pensato di te?

Palermo ha pensato che facessi parte della squadra dei killer. Le città sono così. Se ti arrestano, nessuno si chiede se hanno sbagliato. Tutti dicono hai visto? per questo aveva la Vespa, aveva la macchina. Letizia è stata la prima donna ad andare a parlare col giudice Falcone. Sono stato vittima di un periodo della mia città, non ce l’ho con nessuno. Il carcere è stata un’esperienza pazzesca. Se avessi saputo che erano otto mesi sarebbe stato diverso, ma io avevo l’ergastolo. Sono stato in carcere senza sapere quando sarei uscito e sapendo di essere innocente. Così la vita cambia.

Hai detto che nella tua Palermo visiva, quella che osservavi ogni giorno con la macchina fotografica, anche nei quartieri più difficili c’era sempre una tavola apparecchiata.

Il cibo è sempre stato il momento di comunità di qualsiasi popolo. Ogni volta che andavo a fotografare le case povere di Palermo, le uniche cose a cui tenevano erano le bottiglie della Fanta e della Coca Cola sulla tavola. Il lusso non era il vino, perché il vino era da osteria, il lusso era avere sulla tavola la Coca Cola nella bottiglia di plastica. Il cibo è sempre stato il filo conduttore tra il malessere e il benessere, tra la povertà e la dignità.

Se puoi, oggi vai a cucinare nei campi profughi con Emergency.

Sono onorato di avere amici come Gino Strada, è un fratello. Quando andai a Khartoum a trovarlo sono stato con lui in sala operatoria per diversi giorni. Lì ho capito che dentro abbiamo tutti un colore, è inutile parlare di nero, di giallo, di bianco. Lì trovi in cucina persone che non conosci neppure. Mentre qui è tutta immagine, vai in questi posti e trovi persone che lavorano in condizioni estreme.

E lì non ti viene voglia di fotografare?

No, assolutamente. Questi sono momenti che ti devi tenere dentro, sennò diventa spettacolo. Quando vado in questi posti, non fotografo mai. La solidarietà è una cosa mia, non si racconta.

Continui ad eliminare la sofferenza dalla fotografia.

La sofferenza non si fotografa.

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