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Donna Ferrato: quando entro nella vita delle persone, sono con loro fino alla morte

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Fino al 1 ottobre 2017, Donna Ferrato sarà in mostra a Cortona On The Move con il lavoro American Woman: 40 Years (1970s-2010s).

Donna Ferrato, qui a Cortona On The Move hai esposto quarant’anni di fotografie che riguardano le donne. Che cosa è cambiato in questi quarant’anni?

Penso che il cambiamento più importante sia avvenuto nella consapevolezza che ogni donna ha di se stessa, della propria essenza. Ciò che ho visto nel mondo in questi quarant’anni è che le donne sono state per molto tempo oppresse, forse lo sono state da sempre. Oggi hanno capito che l’obbedienza, la sottomissione, non porta ad altro che ad una ulteriore sofferenza. Le donne si stanno rialzando, questo è ciò che vedo.

Stai parlando degli Stati Uniti o del resto del mondo?

No, in America non viene fatto abbastanza. In India, in Arabia Saudita, in Egitto le donne stanno combattendo per i loro diritti contro una terribile oppressione. Questo è molto ammirabile, ma non è ancora sufficiente, perché tutto sembra essere dalla parte degli uomini. La legge è dalla parte degli uomini, la religione è dalla parte degli uomini. Per molte donne, oggi, combattere per i propri diritti è un fatto di onore. Combattere per avere possibilità, opportunità, per decidere come vivere. È molto difficile perché la violenza contro le donne è incredibile, peggiora giorno dopo giorno. In America tutto sta tornando indietro. Forse in qualche aree si sta meglio, a New York o a Los Angeles, ma in altre parti del Paese la situazione è diversa.

Tutto sembra essere dalla parte degli uomini, la legge è dalla parte degli uomini, la religione è dalla parte degli uomini.

Hai sempre detto che, grazie alle tue fotografie, una donna può salvare altre donne.

Le donne che ho fotografato hanno capito che, permettendomi di raccontare le loro storie e di mostrare i loro volti, avrebbero aiutato altre donne. Questa è stata la collaborazione con tutte le persone che sono diventate soggetto delle mie storie. Non si è mai trattato di pubblicare le fotografie in un libro, o in un magazine, o in una mostra. Il mio lavoro è sempre stato far parlare una donna a tutte le donne che stavano vivendo la stessa situazione. Ci sono molte similitudini in tutte queste storie. È una sfida enorme per le persone che sono entrate in queste fotografie.

È così che la tua fotografia si confronta con due parole fondamentali: coinvolgimento e impegno?

Sono sempre stata coinvolta al cento per cento nelle storie che ho fotografato, sono sempre entrata nella storia delle persone che ho fotografato. Non sono mai stata una mosca sul muro. Sono diventata parte della vita di quelle persone. E mi sono presa questa grande responsabilità di raccontare la loro storia, di mostrare i loro volti in una rivista o in un libro. Queste persone conoscevano me molto bene ed io conoscevo loro molto bene. Più trascorrevo tempo con loro per fotografarle, più le nostre vite si intrecciavano, nasceva l’amicizia, un senso di famiglia. Non si è mai trattato di scattare una fotografia e passare ad un’altra storia, non ho mai voluto abbandonare nessuno.

Sono sempre stata coinvolta al cento per cento nelle storie che ho fotografato, sono sempre entrata nella storia delle persone che ho fotografato. Non sono mai stata una mosca sul muro.

Come sei uscita da queste storie?

Non sono mai uscita da queste storie. È sempre stata una sorta di labirinto, non ho mai saputo come uscirne, così come non ho mai capito come ci sono entrata. Quando entro nella vita delle persone, sono con loro fino alla morte. E anche quando morirò, resteranno le mie fotografie. Le persone si chiederanno: che cosa stava succedendo nella vita di questa donna? E non ci sarà bisogno di me per spiegarlo, lo potranno spiegare le mie fotografie.

Mai come nel tuo lavoro il contenuto è più importante del mezzo, della fotografia. La fotografia è sufficiente per spiegare tutto ciò che devi raccontare?

Sì, direi di sì. La fotografia è il medium sociale più importante, più diffuso. È vero che la musica è un linguaggio universale, ma se il fotografo è mosso dalle più pure intenzioni e non si mette a costruire storie immaginarie o a raccontare bugie, se il fotografo segue la sua strada semplice e meravigliosa, cioè raccontare la pura verità alle persone, allora la fotografia diventa un linguaggio universale. La fotografia non serve per vincere premi, non serve per vincere denaro, ma serve per raccontare la pura verità del soggetto che hai incontrato.

I tuoi soggetti sono coinvolti nel tuo lavoro?

Se il fotografo lavora davvero insieme al soggetto, allora anche il soggetto sarà orgoglioso di quel lavoro, non lo sarà solo il fotografo. Entrambi hanno lavorato per la pura verità. Non vogliamo che i fotografi raccontino storie inventante, dobbiamo raccontare storie vere, questo mestiere non è uno scherzo. Se il fotografo lavora in questo modo, così come ho cercato di lavorare io stessa durante tutta la mia vita, allora la fotografia sarà più potente di qualsiasi altro linguaggio. Fare fotografie è un enorme privilegio, devi prenderlo davvero sul serio.

Il tuo focus è raccontare la verità?

Sì, è l’unica cosa di cui mi sono sempre preoccupata.

Non vogliamo che i fotografi raccontino storie inventante, dobbiamo raccontare storie vere, questo mestiere non è uno scherzo.

E pensi che le storie di New York, dell’America, siano storie universali?

Le fotografie che ho raccolto in Love & Lust e in Living with the Enemy sono state scattate in diverse città americane, ma sono fotografie universali, di donne o comunque di persone che vivono queste folli situazioni in tutto il mondo. Perché sono semplicemente le loro storie. La violenza, il male, sono qualcosa di universale.

Perché attribuisci tutta questa importanza al libro?

Solo attraverso il libro possiamo vedere la vera storia della gente. Per realizzare un libro ci vuole molto tempo, molta dedizione, molto impegno e non capisco perché i fotografi non provino a costruire un libro con questi lavori. Ripeterò sempre che per me non si tratta di fare mostre, di pubblicare sui giornali, di partecipare a premi.

Hai l’impressione che in questo momento siamo più attenti a pericoli globali come il terrorismo, piuttosto che alle storie private ed individuali?

Tutto ciò che è iniziato dopo il 9/11 è immorale, perché nessuno dei paesi a cui è stata fatta la guerra era responsabile di quell’attacco. Ma quell’attacco ha cambiato tutto anche all’interno degli Stati Uniti, perché improvvisamente sono finiti i soldi per le vittime di violenza domestica, a queste persone è stato detto “silenzio, ci sono problemi ben più grandi”. Nessuno si occupa più di questo tipo di violenza. Sono contro ogni tipo di guerra, ma penso che oggi le donne negli Stati Uniti debbano essere più forti, debbano combattere di più, l’amministrazione, questa amministrazione, è oscena e questo è il momento per le donne per combattere per i loro diritti.

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