donald weber fotografia

Donald Weber: non è interessante essere sommerso dai fatti, è più utile la narrazione dei fatti

--:-- --:--

Fino al 1 ottobre 2017, Donald Weber sarà in mostra a Cortona On The Move con il lavoro War Sand – June 6, 1944: D-Day, una raccolta visionaria di immagini, testi e dati scientifici.

Donald Weber, per molto tempo hai fotografato il potere. Dove si trova il potere oggi?

Il potere è una sistema incredibilmente complesso e non è qualcosa di semplice da fotografare. Probabilmente è per questo che mi attrae ed il motivo per cui mi interessa lavorare sul potere. Mi piace l’idea di cercare di fotografare qualcosa che non è fotografabile, qualcosa di invisibile. Il potere oggi si manifesta con più forza nelle situazioni che possono controllare e condizionare larga parte dell’umanità. È un sistema complesso e vasto che può mutare la nostra esistenza. Se dovessi individuarlo oggi, penso che un certo tipo di media sia la manifestazione di questo potere.

E come puoi fotografare la propaganda senza fare propaganda?

In effetti, penso che il problema principale sia proprio rappresentare la propaganda senza fare propaganda. Ma dobbiamo tornare al ruolo dei media. Oggi è molto difficile fare fotogiornalismo perché devi per forza diffondere la tua storia all’interno di questo sistema di potere di cui parlavo prima. Tutti coloro che lavorano per i grandi giornali, iniziano per forza a far parte di questo sistema di propaganda. I media hanno un’agenda, devono generare denaro, devono generare valore per gli azionisti, e per forza ci sono cose che non possono essere coperte. Durante la guerra in Iraq all’inizio degli anni 2000, il New York Times aveva in agenda questa guerra, il suo compito era coprire questa guerra americana e mostrarla ai suoi lettori, non c’era più spazio per far passare altre cose. E questa era una forma di propaganda.

Il potere oggi si manifesta con più forza nelle situazioni che possono controllare e condizionare larga parte dell’umanità. È un sistema complesso e vasto che può mutare la nostra esistenza.

Il tuo obiettivo è mostrare le tue fotografie alla gente o al potere?

Sono molto più interessato a coinvolgere un’audience fatta di persone. Il mio lavoro è condividere con gli altri ciò che io ho imparato osservando il mondo.

War Sand, in mostra a Cortona On The Move, è un lavoro di fotografia documentaria, realizzato con criteri diversi dalla documentazione pura. L’interpretazione è la strada più efficace per condividere con gli altri ciò vedi nel mondo?

Ne stavo giusto parlando oggi con un amico. Le storie arrivano alle persone in primissima battuta tramite i fatti, la cronaca. Ma subito dopo tutti questi fatti accumulati si trasformano in una storia. I fatti sono ciò che creano questa storia ma, per essere compresi da tutti, dobbiamo trasformarli in narrazione. Tutto inizia dai fatti, ma il nostro mestiere è usare i fatti per costruire qualcosa.

L’ambiente del fotogiornalismo accetta tutto questo?

No, non credo che i fotogiornalisti puri accettino questo aspetto. Certo, molto spesso è fondamentale parlare dei fatti, ma credo che ci sia un livello di narrazione superiore, ovvero l’aspetto comunicativo di questi fatti.

I fatti sono ciò che creano questa storia ma, per essere compresi da tutti, dobbiamo trasformarli in narrazione.

Che cosa è che collega due parole: fotografia a memoria?

La memoria è una delle cose più rilevanti in fotografia. La memoria è la nostra connessione con il passato, ma la memoria è estremamente soggetta all’errore. Anche se ho vissuto qualcosa cinque minuti fa, la mia memoria sarà probabilmente diversa rispetto ai fatti. Per me è molto interessante esplorare questo paradosso e cercare di capire come la memoria ricorda e ricostruisce i fatti. Penso anche che, quando migliaia di persone ricordano un evento, la memoria possa diventare molto frammentata, soggettiva e mutevole. Questo è un ambito interessante da esplorare.

Abbiamo certamente bisogno di verità. Ma questa quantità di dati, di immagini, di tutto ciò che ci appare come oggettivo e che sembra interessare molto il giornalismo di oggi, credi che sia a sua volta una forma di potere?

Assolutamente sì. Quando avviene un crimine, anche molto vasto come un crimine di massa, la maggior parte dei dati su questo evento proviene da, non voglio dire dal governo, ma da un sistema di controllo della memoria. E questo è un grande paradosso, che interessa tutte le indagini sui diritti umani. Questi numeri, questi dati, sono usati dai governi, dalla politica, dalle corporation. Da parte mia, non trovo così interessante essere sommerso dai fatti, trovo più utile osservare la narrazione dei fatti. O meglio, le due cose devono lavorare insieme, non possono essere separate.

Esiste un luogo del mondo, oggi, che puoi considerare un laboratorio di potere?

Al primo posto ci sono i media, come ti dicevo. Sono molto importanti per tutti noi, ma non possiamo dimenticarci dei motivi per cui le notizie sono create e vengono utilizzate. Non parlo di tutti i media, ma un media come il New York Times che si quota al New York Stock Exchange, ha come priorità portare valore ai propri azionisti, a quel punto diventa solo uno strumento.

Da parte mia, non trovo così interessante essere sommerso dai fatti, trovo più utile osservare la narrazione dei fatti.

Parliamo del tuo lavoro su Chernobyl: perché il titolo “our” Chernobyl?

Chernobyl è un errore di tutti noi. Non è stato un disastro tecnologico. Chernobyl è stato un crimine burocratico. Naturalmente, ha ceduto la tecnologia, ma prima di tutto è stato un fallimento della burocrazia, del governo, inflitto a tutti noi.

Ti sei fatto un’idea su dove finisca lo storytelling e dove inizi una forma di “furbizia narrativa”, uno storytelling dichiarato a posteriori?

Non so. Storytelling è una parola molto vaga. Anni fa mi consideravo uno storyteller, oggi non mi considero più uno storyteller. Per me la cosa più interessante è dare un senso alla nostra esperienza, dare un senso all’umanità e questo senso lo trovo condividendo le storie. So che lo storytelling è sempre intorno a noi, ma quando le persone dicono “sono un visual storyteller” oppure “sono uno storyteller” e poi guardo i loro progetti, le loro pubblicazioni, certo probabilmente individuano storie, un soggetto, un’idea, ne discutono, ma non sono storyteller. Le storie sono cose molto semplici, hanno un inizio ed hanno una fine.

Proviamo ad immaginare il futuro. La macchina fotografica sarà sempre il principale strumento per il fotografo?

Se guardi il mio progetto War Sand, è molto fotografico, ma ho anche collaborato con i fisici. La tecnologia ti permette non solo di fare fotografie, ma di creare immagini. di raccontare la storia esattamente come la vuoi raccontare. Stanno succedendo molte cose interessanti, che non riguardano solo la fotografia e l’uso della luce e della pellicola. I microscopi, per esempio, non usano la luce, usano gli elettroni, eppure creano immagini. Ci sono alcuni lavori di ricerca sul paesaggio che non usano la fotografia, ma che ricorrono al linguaggio del videogame. Devi decidere: vuoi fare una fotografia, o ti interessa raccontare qualcosa nel modo più efficace?

Che cosa insegni ai tuoi studenti durante i workshop?

Quando ho iniziato a lavorare, le persone mi chiedevano che cosa mi affascinasse del mio lavoro. Ciò che mi affascinava era la possibilità di comunicare, e questo l’ho sempre avuto molto chiaro. Ora questa idea è ancora più precisa, ha preso forma, non si tratta solo di andare fuori e fare fotografie. Per me oggi si tratta di trovare in modo molto preciso l’essenza di ciò che voglio comunicare. Per questo, con i miei allievi, parliamo molto di scrittura, di idee, di punti di vista.

Devi decidere: vuoi fare una fotografia, o ti interessa raccontare qualcosa nel modo più efficace?

Parli con loro della responsabilità che devono prendersi quando pensano: voglio essere un fotografo?

Sì, discutiamo molto della responsabilità. Oggi il mestiere è unicamente nelle mani del fotografo. Trovare la storia, creare l’immagine, scegliere come distribuirla, sono tutte cose che fanno parte di questo mestiere. La responsabilità del fotografo ha tre priorità: il pubblico, i soggetti delle fotografie, i collaboratori. Ma soprattutto, il fotografo ha la responsabilità di tenere la propria carriera nelle proprie mani. Perché tu, e non qualcun altro, sei l’unica persona che può determinare la realizzazione delle cose.

Condivisioni