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Daniele Cametti Aspri: la mia fotografia a chilometri zero

Daniele, tu hai individuato un nuovo tipo di elemento urbano, il Verde Contemporaneo. Che cosa è?

Verde Contemporaneo  nasce da una sollecitazione visiva che ho avuto esplorando le periferie di Roma. Quando esco per fotografare, mi lascio naturalmente stimolare da ciò che mi circonda e poi vado ad approfondire fenomeni considerati scontati. Di solito, le amministrazioni comunali affidano ai costruttori la gestione di servizi aggiunti, come il verde pubblico, in cambio dell’esenzione dal pagamento degli oneri di urbanizzazione. Succede quindi che il costruttore riesce a risparmiare sul budget del progetto, ma nel tempo queste aree che dovrebbero essere destinate al pubblico, vengono invece trascurate. Qui nasce la sproporzione tra le zone verdi e le aree edificate. Così nascono quei luoghi dove vediamo alberelli affogati nel cemento.

Renzo Piano dice che la missione dell’architettura di questo secolo è salvare le periferie. Il Verde Contemporaneo è un effetto collaterale?

Certo, penso però che sia un aspetto tipicamente italiano.

Non lo riscontri in altre metropoli europee?

Sebbene non ne abbia visitate moltissime, credo che sia una tipica abitudine italiana. Ma ci sono eccezioni. Io vivo in una zona di periferia, Casalpalocco, che è nata negli anni ’60 da un progetto completamente diverso. Il mio lavoro American Dream riguarda proprio questa zona. Il verde è la caratteristica principale di questa periferia. Ma se si attraversa la strada, c’è Acilia, dove l’architettura urbana è fatta di palazzi di cemento tipo soviet. Queste due aree sono separate da una sola strada.

Tu fotografi ciò che tutti noi vediamo ma su cui non ci soffermiamo. Più che scoprire, metti in evidenza.

Posso considerarmi un fotografo a chilometri zero. Ciò che mi piace fare è riscoprire ciò che mi circonda con occhi diversi. L’abitudine ci fa dimenticare il luogo in cui viviamo. Per questo la maggior parte dei miei lavori sono concentrati nell’area in cui vivo, o zone limitrofe.

Ciò che mi piace fare è riscoprire ciò che mi circonda con occhi diversi. L’abitudine ci fa dimenticare il luogo in cui viviamo.

Quale è la definizione più contemporanea che daresti a Roma, la città in cui hai sviluppato progetti come American Dream, Gente di Capocotta, Metrofobia?

Per quante bellezze abbia, Roma è senza dubbio una città trascurata,  dove prevale l’interesse del privato. Sto sviluppando un altro lavoro, Paesaggio Sponsorizzato, che nasce dall’osservazione di un pannello pubblicitario sullo skyline di San Pietro apparso improvvisamente durante i lavori di restauro di un palazzo. Questa enorme macchia rossa con la pubblicità della Fiat 500 è stata naturalmente fotografata dai turisti di tutto il mondo. La conseguenza è che un lavoro di restauro può durare mesi perché il fattore di interesse è lo sfruttamento pubblicitario della superficie.

Parliamo della tua mostra appena conclusa, Dark Cities: Paris. Ti sei concentrato sull’assenza di luce, ma non credo sia solo una scelta cromatica ed estetica.

Faccio da sempre un’analisi della luce, un’osservazione della luce e dell’immagine che essa crea. I lavori precedenti erano molto sovraesposti, la ragione progettuale è che andando a percorrere le periferie, mi interessava darne una chiave alta per evidenziarne il distacco tra quello che si vede e il reale contenuto. Mi interessava fotografare la periferia come fosse una collina del Chianti. Allo stesso modo, ho ridotto la luce da qualcosa riconosciuto come molto bello.

Ti interessava l’esperienza che si vive quando si entra in una stanza buia da un ambiente luminoso. È una sensazione molto personale. Sei riuscito a trasmetterla?

Sì, è la sensazione che hanno avuto molti guardando le stampe. La prima volta che ho mostrato questo lavoro, eravamo al buio, i visitatori avevano delle candele in mano con le quali hanno scoperto pian piano alcuni punti della fotografia.

Dopo Parigi e Barcelona, Dark Cities continuerà in altre città?

Sì, ho fatto Milano e Roma e mi interessa molto Berlino.

Anche se la fotografia dovrebbe occuparsi di luce spesso i lavori si concentrano su altro. È interessante che tu abbia lavorato in modo così puro sulla luce.

Non è solamente un virtuosismo tecnico, a me serve questo strumento per raccontare una sensazione che provo di fronte a quello che vedo. Il racconto di Dark Cities è il racconto di un uomo solitario che attraversa la città in modo molto introspettivo, e che si lascia poco a poco affascinare da ciò che lo circonda.

Cosa ti affascina quando ti muovi in una città?

Mi piace pormi di fronte ai monumenti, agli edifici, all’architettura, e lasciarmi investire dalle sensazioni che emanano. L’architettura porta con sé il pregresso, il presente e il futuro di una città. Cerco di trovare un’armonia con il luogo per raccontarlo.

L’architettura porta con sé il pregresso, il presente e il futuro di una città.

Perché pensi che la destinazione primaria della fotografia siano le stampe?

Penso che il modo migliore per fruire della fotografia sia contemplarla in modo non casuale, come può avvenire di fronte ad un computer o ad un social. Occorre lasciarsi trasportare, per cui la stampa diventa un aspetto fondamentale. La fotografia non può prescindere dalle dimensioni, dalla cornice, dal tipo di stampa e un autore deve avere il controllo su tutti questi aspetti.

I tuoi lavori devono essere letti in un percorso coerente o le stampe singole riescono a raccontare il progetto?

Penso che ogni fotografia debba avere un senso in sé, sebbene un complesso di fotografie possa raccontare qualcosa di più, sia dell’autore, sia del luogo. La fotografia ha un valore sintetico altissimo e, tra tutti i media, è ciò che meglio si adatta a veicolare messaggi e a comunicare.

Racconti molto i tuoi progetti anche tramite le parole, sul tuo sito sono pubblicate lunghe descrizioni.

Io nasco come giornalista, mi piace scrivere, mi piace raccontare. La sinossi è importante per accompagnare il visitatore nella visione delle fotografie. Non si tratta di didascalie, ma di creare i presupposti perché il lavoro possa essere visto correttamente.

Fai anche molta attenzione ai titoli.

Questo fa parte della mia preparazione cinematografica.

Anni fa hai fondato Acting News, una rivista che si occupa di cinema. Quando fotografi vedi con gli occhi del cinema?

Un film o un trailer sono sequenze di immagini. Inoltre, mi piace molto il taglio cinematografico, spesso fotografo in 16:9. Sì, probabilmente il mio lavoro è contaminato da un certo genere di cinema americano.

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