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Arianna Arcara e Luca Santese (Cesura): abbiamo messo da parte il vacuo

Come siete arrivati a Pianello Val Tidone?

Arianna Arcara. Cesura quest’anno ha compiuto sei anni. È formata da un nucleo di cinque soci fondatori più sei collaboratori. Otto anni fa siamo arrivati qui a Pianello Val Tidone per lavorare nello studio di Alex Majoli. Siamo cresciuti insieme giorno dopo giorno e ad un certo punto abbiamo deciso di aprire Cesura. Alex ha poi preso altre strade, si è strutturato in modo diverso e noi abbiamo deciso di rimanere qui. Questo posto ci permette di dedicarci a quello che più vogliamo fare.

Vivere distanti dalle redazioni, da altri fotografi, vi rende più sereni nel portare avanti il vostro
lavoro?

Luca Santese. Noi veniamo da Milano e quindi conosciamo molto bene quelle abitudini. Quando eravamo ventenni e siamo arrivati qui, Alex Majoli ci diceva di non andare a prendere gli aperitivi, di stare qui e fare il nostro lavoro sempre più in profondità. In questo modo ci siamo formati in maniera efficiente e rapida, abbiamo messo da parte il vacuo.

Qui trovate un forte confronto senza la competizione…

Luca. All’inizio, quando siamo arrivati, tra noi ventenni si è scatenata una competizione sensibile. Nel tempo, il confronto si è trasformato in qualcosa di diverso da quella competizione che mira a vendere il lavoro senza migliorarlo profondamente. Gli individui che hanno mirato alla scalata se ne sono andati da soli. Sono persone che hanno capito, restando a diretto contatto con la fotografia ventiquattr’ore al giorno, che questo ambiente non era il loro.

All’inizio, quando siamo arrivati, tra noi ventenni si è scatenata una competizione sensibile. Nel tempo, il confronto si è trasformato in qualcosa di diverso da quella competizione che mira a vendere il lavoro senza migliorarlo profondamente.

Come vi confrontate?

Luca. Per noi non c’è solo la fotografia. La fotografia è importante, ma ci rendiamo conto di tutto ciò che gira intorno a questa parola così complessa, e di come la nostra stessa esistenza diventi parte di ciò che facciamo. È in quel momento che il fotografo diventa qualcuno di valido, capisce che la sua vita è la fotografia. E inizia a fotografare ciò che vede attraverso sé stesso. Questa chiusura da monastero ci ha portato ad interiorizzare meglio il nostro mestiere. Viaggiamo molto e facciamo l’esperienza della mega metropoli nel mondo. Sono dimensioni che, prese a piccole fette, ti portano a crescere senza appiattirti.

Come vendete i vostri lavori?

Arianna. Al telefono e via email, abbiamo dei venditori. Ci siamo evoluti negli anni. Se prima facevamo tutto noi, adesso all’interno di Cesura ci sono persone che si occupano di questo aspetto. Capita a tutti noi di muoverci, di fare appuntamenti, ma andiamo, prendiamo quel che ci serve e torniamo.

Lavorate soprattutto su progetti di lungo termine?

Luca. C’è la tendenza ad andare a fondo in un progetto. Capita di andare in un territorio in cui sta accadendo qualche cosa, nei mesi scorsi Gabriele Micalizzi è stato a Gaza, e naturalmente lì ciò che accade, accade in quel momento, è al centro della cronaca, delle news.

Quando vi trovate in un luogo così pieno di notizie e lavorate con i ritmi della stampa, riuscite a seguire anche progetti di medio periodo?

Luca. Sì, ci muoviamo sempre per cercare la storia. Cerchiamo di mettere insieme foto che abbiano la potenza di uno storytelling e che allo stesso tempo abbiano un valore intrinseco di per sé. Sostentarsi sul posto significa anche vendere al giornale la singola foto. Sono situazioni che possono convivere. Più sei forte come fotografo, più imponi la tua identità su ogni situazione, di lungo o di breve periodo che sia. Non c’è una gerarchia.

Arianna. C’è una differenza tra andare in un luogo in cui sta succedendo qualcosa in quel momento, quindi molto legato alla news, e partire con un’idea e andare sul posto per seguirla. Di base, sia che siano storie brevi o complesse, le nostre fotografie rientrano in progetti a lungo termine.

Sostentarsi sul posto significa anche vendere al giornale la singola foto. Sono situazioni che possono convivere. Più sei forte come fotografo, più imponi la tua identità su ogni situazione, di lungo o di breve periodo che sia.

Come avete sviluppato il progetto Found photos in Detroit?

Arianna. Quando siamo arrivati a Detroit, io e Luca, abbiamo ovviamente iniziato ad andare in giro a fotografare. Ma fuori dagli edifici abbandonati abbiamo trovato un gran numero di fotografie abbandonate. Sono foto di polizia e foto di vita privata, quotidiana. Le abbiamo accostate, per non chiuderci nello stereotipo di Detroit fatto di gang, povertà e abbandono.

Luca. Arianna ed io abbiamo fotografato la città in un paio di occasioni, per venti – venticinque giorni ogni volta. Ma ci siamo accorti che il materiale ritrovato era più potente delle nostre foto per una ragione temporale, non arrivavano dopo la crisi ma erano foto quotidiane scattate durante la crisi. La scelta naturale è stata esporre quelle foto anziché le nostre.

Sapevate già che i contenitori più adatti sarebbero stati un libro e una mostra?

Arianna. No, siamo tornati in Italia e per più di un anno abbiamo pensato a che cosa fare di questo materiale. L’ultimo viaggio è stato nel 2010 e il libro è uscito nel 2012. Abbiamo fatto diversi test, ne abbiamo parlato e alla fine abbiamo trattato queste foto come un archivio.

Luca. La mostra, prima di essere una mostra, è un archivio. Abbiamo archiviato queste foto per settori. Il libro ha mantenuto la struttura della mostra, ma c’è stato un lavoro maggiore di accostamento delle immagini.

Come siete riusciti a dare una collocazione temporale alle foto ritrovate?

Arianna. C’è stato un lungo lavoro per cercare di capire che tipo di materiale avevamo. Per esempio, avevamo con noi più foto di una casa bruciata, e c’è voluto del tempo per capire che quelle foto si riferivano alla stessa casa.

Luca. Alcuni riferimenti relativi all’anno dello scatto erano scritti dietro la foto. In altri casi, abbiamo analizzato i supporti utilizzati per collocare temporalmente le foto.

Impaginate e seguite qui tutto il flusso del lavoro?

Arianna. Sì, qui tendiamo a fare tutto. Scatto, impaginazione, editing, curatela, stampa, le cornici… Collaboriamo poi con alcuni artigiani locali.

Luca. Questa è una formula di successo che Alex Majoli ci ha trasmesso. Lui, ad un certo punto della sua carriera, ha iniziato a produrre molto, ma con un metodo di lavoro che esigeva estrema precisione, quindi mandare le stampe in un laboratorio esterno non gli permetteva di controllare i dettagli di tutto il processo. Allora ha iniziato a fare da solo. Poi sono arrivati assistenti e persone che lo hanno aiutato e così è nata Cesura. Alex Majoli ha una forte idea di bottega. Noi eravamo ingranaggi di questo meccanismo, poi abbiamo fatto nostro questo meccanismo.

Questa è una formula di successo che Alex Majoli ci ha trasmesso. Lui, ad un certo punto della sua carriera, ha iniziato a produrre molto, ma con un metodo di lavoro che esigeva estrema precisione.

Gli artigiani con cui collaborate crescono insieme a voi?

Arianna. Abbiamo la fortuna di avere qui vicino artigiani che fanno lavori di altissimo livello. Alcune volte si cerca di far crescere l’artigiano, altre volte l’artigiano ha già una forte esperienza e allora il rapporto che si stabilisce è di forte collaborazione.

Luca. Lo stampatore con cui è uscito il libro su Detroit, Fontegrafica, è uno dei migliori stampatori al mondo. In questo caso si esige un’estrema qualità, la stampa è un discorso molto particolare.

Il libro sulla Russia di Andy Rocchelli da che cosa è nato?

Arianna. Si chiama Russian Interiors. Andy era un fotogiornalista e lavorava tantissimo in Russia. Mentre era a Mosca, per necessità pratiche, ha iniziato a fare fotografie alle donne russe nelle loro case. Si è appassionato molto a questo lavoro.

Luca. Andy aveva proposto prezzi concorrenziali a queste persone, perché il ritratto avveniva in casa, e l’attrezzatura erano flash manuali. È da qui che nasce questa idea di interior. Erano donne che non potevano permettersi il ritratto in studio, è questo il fattore molto interessante.

Per quale motivo si facevano fare il ritratto?

Luca. All’inizio erano donne in cerca di marito, poi ci sono state ragazze che volevano il ritratto o ragazze immagine.

Arianna. Il progetto è partito con una motivazione, poi si è trasformato. Andy ci ha lavorato per diversi anni.

Il progetto nasce da una persona e poi tutta la struttura di Cesura collabora?

Luca. Sì, adesso la struttura è ancora più organizzata. Siamo tutti partiti come fotografi, adesso ognuno di noi si è assunto responsabilità di gestire una parte specifica del gruppo. Arianna, per esempio, gestisce tutta la parte relativa ai libri e al self publishing. Il continuo rapporto di critica è fondamentale. A me è successo di chiudermi in un’idea, di portare avanti questa idea, e il progetto è fallito. Qui in un attimo altre persone possono criticare un tuo progetto in cui sei completamente annegato. Più critiche arrivano, meglio è, alla fine il progetto sarà ancora più forte.

Arianna. Relativamente al libro di Andy, è stato un lavoro di critica durato alcuni anni. Sono stati fatti, penso, quattro prove di libri diversi per arrivare al risultato. Un anno fa, insieme ad Andy eravamo arrivati alla forma finale.

Lo avete finanziato su Kickstarter. State usando il crowdfounding anche per altri libri?

Arianna. No, è stata la prima volta che abbiamo usato Kickstarter. Come esperienza non sappiamo valutarla perché c’è stato questo evento di Andy che ha naturalmente portato ad una forte esposizione.

Quale criteri avete usato per scegliere le fotografie e organizzare il libro?

Arianna. Il libro richiama un entrare ed uscire dalle stanze di queste case. Il libro si muove a porte, a finestre. Anche il supporto è stato studiato per rafforzare questi scatti realizzati nelle abitazioni.

Luca. Il libro è un contenitore attivo. Qualsiasi dettaglio legato al progetto dev’essere pensato.

Cesura è conosciuta per fotogiornalismo e reportage, ma si occupa solo di questo?

Arianna. La base è la fotografia, ma non ci siamo mai chiusi in paletti fissi. Anche perché siamo tutti molto diversi.

Luca. Siamo in crescita, i nostri linguaggi non sono ancora completamente formati. Gabriele Micalizzi è un fotogiornalista che sta diventando sempre più puro in questo senso, Andy era la purezza assoluta nella ricerca della storia. C’è voglia di aver rapporto con tutti i mezzi e la fotografia è semplicemente il mezzo con cui siamo cresciuti.

Come fate a tenere alta la qualità del lavoro anche quando lavorate con l’editoria?

Arianna. Nella stampa ci sono terze persone a decidere, ed in effetti è un po’ più difficile. Per la produzione di libri, ci siamo aperti la casa editrice proprio per fare uscire esattamente ciò che vogliamo.

Luca. Lavoriamo prevalentemente con la stampa internazionale. L’unico modo per sopravvivere è essere proiettati all’estero e c’è anche un interesse superiore all’Italia in quanto, per loro, è estero.

Come sostenete i vostri fotografi in giro per il mondo?

Luca. Quando un nostro fotografo sta lavorando fuori, Cesura diventa di fatto un’agenzia. In questo momento Gabriele Micalizzi è a Gaza, manda qui le foto e noi le smistiamo nel resto del mondo. Il fotografo sul posto, spesso, genera anche maggior lavoro rispetto a quello che possiamo fare noi da qui. Può trovare contatti, sbocchi commerciali, collaborazioni con altri giornalisti. Gira tutto a noi e noi seguiamo questi canali.

Arianna. Cerchiamo di alleggerire il loro lavoro il più possibile, in modo che, anche banalmente, nessuno perda tempo a cambiare un volo.

Come accogliete nuovi collaboratori in Cesura?

Luca. Non c’è mai stata una vera e propria scelta, se qualcuno si presenta e pensa di poter lavorare con noi, mai gli è stato detto no. Qui arriva chi vuole fare fotogiornalismo e fotografia di ricerca sociale. Difficile che arrivino altri fotografi, ma siamo aperti naturalmente. Noi non diamo niente per niente, quindi è difficile che qualcuno arrivi per sfruttare la situazione, perché qui se non ci muoviamo, non c’è niente.

Arianna. C’è poi una selezione naturale, nel senso che già questo luogo comporta sacrifici. C’è chi si ferma e chi va.