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Gianni Berengo Gardin: non ci tengo ad essere un artista

Gianni Berengo Gardin, che differenza c’è tra fotografia e immagine?

Le immagini sono scattate in digitale e taroccate al computer. Le fotografie sono fotografie normali, scattate con pellicola e non taroccate.

Perché accetta la post produzione in camera oscura e non accetta Photoshop?

Al computer si fanno cose pazzesche, si spostano pali, si levano automobili. In camera oscura non si taroccava niente, si facevano varianti di contrasto, non tutte queste cose allucinanti che si fanno oggi con il computer.

Al computer si fanno cose pazzesche, si spostano pali, si levano automobili.

Lei ha scattato foto singole memorabili. Queste non corrono il rischio di diventare icone che il pubblico riconosce ma non sa più leggere?

Io non ho fatto niente per farle diventare icone, l’hanno deciso i giornalisti e il pubblico. La mia fotografia dell’automobile a me non piace molto ma l’hanno fatta diventare un’icona loro, non io.
Mentre la mia foto del vaporetto a Venezia, devo dire che sono un po’ responsabile anche io, perché è una foto che mi piace molto, è una foto che è al MoMA a New York ed è presente in molti musei, un po’ l’ho spinta.

Lei non ha mai messo in posa nessuno per scattare una foto?

Praticamente mai. Io tutt’al più dico ad un soggetto di guardarmi in macchina. Non faccio mai messa in scena, però ci sono fotografie che sono messa in scena e sembrano foto vere, e foto vere che sembrano messa in scena. Per principio, preferisco non fare messa in scena. Nel mio archivio di 1 milione e 500 mila fotografie ci saranno 10 foto al massimo in cui ho fatto messa in scena.

Per principio, preferisco non fare messa in scena. Nel mio archivio di 1 milione e 500 mila fotografie ci saranno 10 foto al massimo in cui ho fatto messa in scena.

Pensa che la fotografia si occupi più di comunicazione che di arte?

Le mie foto non vogliono essere artistiche, io non ci tengo ad essere un artista. Sono un fotografo e sono un testimone del mio tempo, documento le cose che mi circondano e che vedo. Poi se ci sono critici che decidono che una mia fotografia è un’opera artistica, sono loro che lo decidono, non certo io. La fotografia in generale dovrebbe occuparsi al cento per cento di comunicazione, non di arte. Io non amo il fotografo – artista o l’artista – fotografo.

E il fotografo – autore come Ferdinando Scianna?

Scianna è un fotografo – fotografo, non è certo un artista. Si ispira alla letteratura, è vero, ma anche io mi sono sempre ispirato alla letteratura. Da ragazzo leggevo Hemingway, Dos Passos, Faulkner e nella mia mente si sono ricreati paesaggi che poi ho ritrovato quando sono andato in America. La mia fotografia è stata sempre molto ispirata dalla letteratura. Le mie foto in Francia sono chiaramente ispirate da Simenon.

Ha pubblicato più di 250 libri. Pensa che nell’impaginazione di un libro, o nell’allestimento di una mostra, la fotografia deve essere unica protagonista e il resto neutrale?

La fotografia deve essere autonoma, anche se dev’esserci un racconto.

Lei ha fotografato spesso il lavoro dell’uomo, nelle fabbriche, nei porti. Che cosa le interessa quando fotografa l’opera dell’uomo?

Sembra una contraddizione, ma dell’opera di un uomo mi interessa l’uomo. L’uomo ambientato nella sua creazione. In linea di massima mi interessa sempre l’uomo, anche se ho fatto architettura e paesaggio lavorando con il Touring Club, quello che preferisco è l’indagine sociale.

Sembra una contraddizione, ma dell’opera di un uomo mi interessa l’uomo. L’uomo ambientato nella sua creazione.

Le interessano uomo e società ma non ha mai fatto moda…

La moda? Prima di tutto non sono capace a farla, poi non mi interessa nel modo più assoluto. È una cosa che non apprezzo, non mi interessa. Tutto ciò che è moda e alla moda io non lo posso soffrire.

Perché ha scattato così tanti baci negli anni ’50 e ’60?

Nel 1950 in Italia era proibito per legge baciarsi per strada, era oltraggio al pudore. In quegli anni sono andato in Francia e il primo giorno vedo che tutti si baciano per strada, per me è stato uno shock. Venivo da un paese cattolico dove nessuno osava baciarsi per strada mentre a Parigi tutti lo facevano. Ho fotografati i baci nelle strade perché era una cosa completamente nuova per me.

Perché i fotografi della sua generazione sono andati a Parigi negli anni ’50? Che cosa ha trovato lei in Francia?

Io sono andato a Parigi perché andare in America costava una follia. Ma i fotografi che mi hanno ispirato erano i fotografi americani di Life, come Eugene Smith. A Parigi ho frequentato Boubat, Doisneau ma soprattutto Willy Ronis, che è stato il mio vero maestro.

Lei ha un progetto chiaro in testa prima di realizzarlo?

Metà progetto è chiaro in partenza. Per l’altra metà mi affido al caso, alla fortuna e a quello che incontro.

Dopo tanti anni, perché le interessa ancora fotografare?

La passione per la fotografia, il desiderio di comunicare con gli altri e di raccontare le storie agli altri.

Le enormi navi che ha fotografato a Venezia esposte nella mostra del FAI dicono qualcosa di più rispetto ad una denuncia ambientalista. Con questa mostra vuole dire che le proporzioni sono una cosa seria?

È logicamente un lavoro di denuncia ambientalista, perché queste navi sono un pericolo per Venezia. Pensi che a Venezia è proibito costruire case più alte di una certa altezza, mentre le navi che la attraversano sono alte il doppio. È un problema serio.
Questa mostra non sono riuscito a farla a Venezia, prima mi hanno detto tutti né sì, né no, erano dei ni. Adesso ci sono quattro o cinque enti pubblici che mi telefonano perché vogliono fare la mostra. È il senno di poi.