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Albert Watson: usare la macchina fotografica è una combinazione di sensazioni

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Fino al 17 giugno 2018, i Musei di Palazzo dei Pio di Carpi ospitano la mostra di Albert Watson “Fashion, Portrait & Landscape” (a cura di Luca Panaro). La mostra presenta un centinaio di immagini che ripercorrono una decina di anni di lavoro di Watson, tra gli anni Ottanta e i Novanta, quando il fotografo scozzese realizza dodici campagne per il marchio Blumarine.

Albert Watson, quale è la parte più divertente del tuo mestiere?

Quasi ogni giorno, quando prendo in mano la macchina fotografica, dimentico tutto il resto. Posso avere fame, avere sete, posso essere stanco… dimentico ogni cosa. Usare la macchina fotografica è una combinazione di sensazioni. Da una parte sono in pace, sono nel pieno della calma, dall’altra sono in conflitto e in confusione. Ma, alla fine, vince la calma. Sento la pressione ma, ancora dopo tutti questi anni, è qualcosa che apprezzo molto.

Quando prendo in mano la macchina fotografica, dimentico tutto il resto. Posso avere fame, avere sete, posso essere stanco… dimentico ogni cosa.

Lavori ancora a ritmi elevati.

La prossima settimana sarà molto impegnativa, probabilmente mi alzerò la mattina alle cinque e mezza e mi aspetteranno dodici ore di pura fotografia. Quando ti aspettano dodici ore solo di fotografia, dove devi avere il completo controllo della situazione, dalle luci alle persone, ad ogni dettagli, tutto diventa molto eccitante, si trasforma in un grande piacere.

Alcune persone non conoscono Albert Watson ma senz’altro riconoscono una tua fotografia. Questo significa aver fatto bene il proprio lavoro?

Non analizzo molto questo aspetto quando faccio fotografie. Penso che lo stile del fotografo venga fuori automaticamente. Non fai una fotografia dicendo: questa mi assomiglia, questo è il mio stile. È qualcosa di automatico, qualcosa che vedi dopo. Prendiamo il ritratto di Steve Jobs. Quando fotografi una icona come lui, non aggiungi nulla. Anzi, riduci al minimo ogni intervento esterno. Quelli sono i veri capelli di Steve Jobs, i veri occhi di Steve Jobs, le sue orecchie, il suo naso, i suoi occhiali… Ma soprattutto, gli ho voluto dare grande libertà sul set. Steve Jobs era una persona abituata a sedersi da una parte del tavolo e ad avere, dall’altra parte, un gruppo di persone contro di lui, ma lui sapeva di avere ragione. E questo è ciò che emerge da quella fotografia, il suo carisma, al quale non ho aggiunto nulla.

Steve Jobs era una persona abituata a sedersi da una parte del tavolo e ad avere, dall’altra parte, un gruppo di persone contro di lui, ma lui sapeva di avere ragione. E questo è ciò che emerge da quella fotografia.

Da sempre ti confronti con due forme d’arte: moda e la fotografia. È corretto usare il termine “arte”?

Naturalmente, quando lavori, cerchi di sempre di ottenere una forte composizione e, forse, anche una fotografia artistica. Di certo non piatta, non standard. Personalmente cerco sempre uno sfondo, che può essere una stoffa, un muro, una finestra o anche qualcosa di più complicato. Mi trovo quindi ad analizzare la situazione nel suo complesso e a lavorare su molti piani nello stesso momento. Le persone possono essere sedute, possono ridere, parlare tra loro. Insomma, quando scatto una fotografia, ho di fronte tutti questi elementi che giocano insieme. E devo sintetizzare tutto in una sola immagine. Naturalmente, voglio essere memorabile, complesso ma non troppo e, sì, forse voglio essere artistico.

La fotografia di moda è un buon terreno per mettere insieme tutto questo?

In troppi fanno fotografia di moda perché sono interessati alle donne, non vedono nulla di tutto il resto. Conosco persone che fotografano esclusivamente macchine da Formula 1 e conoscono ogni dettaglio di quelle automobili, possono parlarti per ore di quei motori. Invece, molti fotografi di moda non conoscono la differenza tra Valentino, Armani e Calvin Klein. Non sanno riconoscere un capo fatto a mano da un prodotto industriale. Nella fotografia di moda, non si tratta solo di ottenere una bella composizione o un’immagine di forte impatto. Nella fotografia di moda, se io metto un orologio in un certo modo, sopra o sotto un polsino, comunico cose completamente diverse. Il fatto che molti fotografi di moda non diano importanza a questi dettagli è una cosa molto triste.

Tutto parte dalla cura del dettaglio?

Sì, devi essere un grande osservatore per fare fotografie di moda serie. Se sposti una scarpa di cinque centimetri, stai trasmettendo una cosa completamente diverse. Basta un piccolo movimento. Devi analizzare ogni cosa e non dico che farai la cosa giusta, dico però che devi farlo, per lo meno devi cercare di farlo.

Devi analizzare ogni cosa e non dico che farai la cosa giusta, dico però che devi farlo, per lo meno devi cercare di farlo.

Ti ho sentito parlare della libertà di azione del fotografo quando lavora con i marchi. Ma, allo stesso tempo, ci vuole un’ottima relazione con il cliente, perché lui sa che cosa vuole ottenere.

Sì, certo, alla fine, è molto stupido approcciarsi ad un marchio dicendo “voglio fotografare ogni vestito da dietro”. Anche se ho la libertà di farlo, è davvero molto stupido. Dopo cinque o sei scatti devo vedere un viso, un sorriso, devo mostrare il volto sexy, preoccupato, pensieroso di una modella… ancora una volta, il fotografo deve poter analizzare la situazione da ogni punto di vista.

Abbiamo visto il grande lavoro che hai fatto negli anni, per esempio, con Blumarine. Una fotografia riesce a cambiare il posizionamento di un’azienda?

Con Blumarine sono stato libero di scegliere ogni tipo di location, di volare in ogni città avessi in mente. E ogni location mi ispirava qualcosa di diverso. Questo ha unito due esigenze e ha portato a due successi, il mio e quello del marchio. Dal punto di vista personale, ho avuto il massimo della libertà. Il cliente ha ottenuto un’immagine realmente internazionale, e credo che abbia contribuito a cambiare il suo posizionamento.

Ci vuole molta esperienza per ottenere questi risultati?

A volte prendi decisioni giuste in base all’esperienza, ma a volte non sei del tutto sicuro se quella decisione è corretta, pensi che sia la strada giusta da seguire.

Tutta la tua carriera è iniziata ad Edimburgo. Che cosa ti sei sempre portato dietro dalla Scozia?

Penso che essere scozzese mi ricordi ogni giorno di avere una buona etica sul lavoro. Una volta, dopo aver scattato per l’intera giornata, un direttore creativo mi ha detto “Ti ammiro molto. Sembra che il tuo ultimo scatto della giornata sia importante quanto il primo scatto”. È stato uno dei migliori complimenti che abbia ricevuto. Penso sia questa l’etica che mi porto dietro.

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