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Adam Ferguson: non credo nella verità, la fotografia è un medium molto interpretativo

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Fino al 1 ottobre 2017, Adam Ferguson sarà in mostra a Cortona On The Move con il lavoro The Afghans.

Adam Ferguson, perché nonostante tutti gli scenari di guerra in Afghanistan che hai fotografato, hai scelto di fare un lavoro sui ritratti? 

Sono stato in Afghanistan circa venti volte in otto anni. Per dieci volte sono stato embedeed con l’esercito americano e ho realizzato molti reportage. Durante il mio ultimo viaggio, lo scorso anno, ho pensato di lavorare sulle emozioni che mi davano i volti degli afghani. Quindi di fare qualcosa di più astratto, qualcosa di più distillato, rispetto ad un reportage.

Quando vai in un luogo di guerra, devi trovare un punto di vista. Ti interessa che coincida con la verità?

Questa cosa si ricollega alla risposta precedente. Nella nostra mente abbiamo molte immagini di guerra, di combattimenti, di vittime. Nei miei ritratti ho fotografato tutte queste situazioni. Sono simboli, sono iconografie. Non credo necessariamente nella verità, nella verità della fotografia, credo che la fotografia sia un medium molto interpretativo. Penso che nel fotogiornalismo la verità sia molto variabile nelle sue rappresentazioni. E penso che il fotografo si avvicini alla verità con un atteggiamento soggettivo. Giriamo tutti intorno alla verità e non penso che ci sia alcuna verità.

Nella nostra mente abbiamo molte immagini di guerra, di combattimenti, di vittime. Nei miei ritratti ho fotografato tutte queste situazioni. Sono simboli, sono iconografie.

Conosciamo bene lo stato economico dei media. Ma quale è lo stato culturale?

Ci sono media molto diversi nel mondo, non penso sia né utile né corretto generalizzare. Penso che i media, anche se provano a fare un buon lavoro, sono molti vicini al mondo economico e del business. Automaticamente fanno parte di un’industria, nel bene o nel male.

Chi riesce a raccontare meglio una storia: chi è nato sul posto, o chi arriva in quel posto da un luogo geograficamente e culturalmente lontano?

Penso semplicemente le storie siano raccontate meglio dalle persone che capiscono come devono essere raccontate. A volte le persone devono essere cresciute nel contesto che raccontano, qualche volta è meglio se arrivano da fuori. Per molti anni il fotogiornalismo è servito per far crescere la cultura e la conoscenza delle classi medie dei paesi occidentali, a queste persone è stato mostrato il mondo attraverso il racconto di storie che provenivano da tutto il mondo. Queste storie sono arrivate dentro alle grandi città influenti, con Londra, Parigi, New York. Con la proliferazione dei digital media, i vecchi modelli sono finiti, c’è una proliferazione di storie ed ognuno è in grado di costruire una storia, e questo lo vedo come una cosa molto positiva.

Per molti anni il fotogiornalismo è servito per far crescere la cultura e la conoscenza delle classi medie dei paesi occidentali, a queste persone è stato mostrato il mondo attraverso il racconto di storie che provenivano da tutto il mondo.

Ho letto che un milione di persone hanno lasciato l’Afghanistan negli ultimi vent’anni. Come pensi che queste donne e questi uomini trovino la speranza per costruire un futuro?

Sfortunatamente non penso che la situazione in Afghanistan negli ultimi anni sia migliorata. La prima volta che sono andato in Afghanistan, nel paese c’era una atmosfera di speranza, la gente vedeva in modo positivo la mobilitazione internazionale per liberare il paese. Ma le cose hanno iniziato a stabilizzarsi, e negli ultimi cinque anni non è migliorato nulla. Ci sono continue violenze tribali ed economiche. Soprattutto nel sud dell’Afghanistan la situazione della sicurezza è molto compromessa.

C’è molta distanza tra la religione, la politica e la vita di ogni giorno delle persone?

In realtà, la maggioranza delle persone prova a vivere la propria vita.

Sei cresciuto in Australia. Quali stimoli ti ha dato questo paese?

In Australia sono cresciuto in una famiglia molto comune, classe media, né ricca né povera. Durante l’adolescenza non stavo bene in Australia. In realtà, ogni Stato nel pianeta è definito da muri, da gruppi di governo, da confini. Ero curioso, volevo andare fuori e capire. Per girare il mondo, non volevo però entrare nell’esercito, così a vent’anni ho scoperto la fotografia e ho capito che la fotografia mi avrebbe permesso di conoscere il mondo e di sintetizzarlo.

E pensi che l’Australia ti abbia dato una diversa visione del mondo?

Quando sono andato in Afghanistan, ho lavorato molto con l’esercito americano e devo dire che avevo un atteggiamento distaccato. Non avevo quel senso di coinvolgimento dei miei colleghi che avevano vissuto gli attacchi dell’undici settembre. Il mio paese non era in guerra, non avevo pensieri nazionalisti di alcun genere. Io ero un australiano e, anche se il mio paese truppe sul terreno, non ho mai avuto contatti con loro, sono riuscito così ad essere più distaccato, e forse anche più critico.

A vent’anni hai pensato che la fotografia potesse fornirti qualche risposta?

Molti fotografi potrebbero darti la stessa risposta. Ma la verità è che se scegli di fare il fotografo significa che sei mosso da curiosità, vuoi capire che cosa succede nel mondo, vuoi uscire dal mondo in cui sei cresciuto e dalla situazione di comfort in cui vivi.

La verità è che se scegli di fare il fotografo significa che sei mosso da curiosità, vuoi capire che cosa succede nel mondo, vuoi uscire dal mondo in cui sei cresciuto e dalla situazione di comfort in cui vivi.

Poi però sei tornato in Australia per un lavoro sull’identità di questa nazione.

Ho lavorato molto in situazioni di guerra, a contatto con altri popoli e con la realtà di altre persone. Ho voluto tornare a fotografare le mie radici. Fotografare l’Australia originale, l’Australia interna, dove sono cresciuto io, dove sono cresciuti i miei genitori e i miei nonni.

E ti sei preoccupato se questo argomento era in agenda editoriale?

Non molto, anche se proprio qualche giorno fa il New York Times ha dedicato molte pagine a questo lavoro. Ma questo lavoro è stato per me come un figlio e lavorare in base a regole editoriali troppo strette avrebbe compromesso questo progetto che sento particolarmente mio.

Nel tuo hard disk sono rimaste fotografie che non mostri, come per una sorta di auto censura?

Non si tratta propriamente di auto censura. Lavorando ad un mio libro sull’Afghanistan, ho realizzato che quando ero un giovane fotografo avevo referenze visuali molto precise, adatte ai giornali. Ho così guardato i miei lavori non pubblicati, lavori che non avevo mandato ai magazine ed ho trovato fotografie non adatte alle copertine, ma lavori molto interessanti da utilizzare in un altro contesto.

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