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Abbas: fotografo ciò che l’umanità fa in nome della religione

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Abbas, che cosa arriva a fare la gente in nome di Dio?

Un sacco di cose stupide e violente.

Come hai iniziato ad occupartene?

È molto semplice. Mi sono interessato per la prima volta a questa relazione per via di Khomeini e da quel momento ho passato quarant’anni della mia vita ad osservare il rapporto tra Dio e la religione. Ho seguito la rivoluzione iraniana per tre anni. Lì potuto vedere come passione religiosa, prima ha mosso la rivoluzione in Iran, poi ha passato i confini e si è estesa al mondo. Io lì per osservare e la gente diceva “Abbas, sei un profeta, hai previsto la violenza, la jihad, la diffusione dell’islam”. In realtà è stato tutto molto più semplice, senza Khomeini le cose sarebbero andate diversamente.

Ricordi il tuo primo viaggio con la macchina fotografica?

Certo, lo ricordo molto bene. Nel dicembre 1968, a New Orleans. Sono andato a New York e poi ho attraversato l’America fino a New Orleans. Lì ho incontrato gruppi di giovani che suonavano il jazz, ho fotografato le loro session. In seguito sono andato in Messico, dove ho iniziato a fotografare nel modo in cui, poi, ho sempre fotografato. In quel periodo ho teorizzato questo modo di fotografare e l’ho definito “l’istante sospeso”.

Non si tratta di congelare il momento, si tratta di sospendere il momento.

In questi anni hai sempre cercato “l’istante sospeso”?

Esatto. Non si tratta di congelare il momento, si tratta di sospendere il momento. Puoi capire la differenza? Nel 1998 ho fatto un libro intitolato “1968” e, quando Magnum mi ha mostrato quelle foto, mi sono accorto che molte le avevo dimenticate. Così, quando le ho riviste, ho realizzato che erano passati trent’anni, ma che io fotografavo esattamente nello stesso modo. Negli ultimi cinquantacinque anni, non ho cambiato il mio stile, sono cambiati i miei soggetti.

Sei sempre stato molto focalizzato sugli incarichi dei giornali?

Da tre o quattro anni non ho assignment, ma quando lavoravo sulle news, sugli eventi, quando seguivo la Guerra del Golfo per esempio, riuscivo a fare news e ad inserire queste fotografie in un contesto di ricerca più grande, che in quel periodo era l’islam.

Come sei arrivato in Francia?

Nel 1952 i miei genitori sono andati in Algeria, lì sono cresciuto fino al 1963. In quell’epoca, l’Algeria era francese. Poi ho fatto vari giri per il mondo e, infine, sono arrivato in Francia.

Sei francese o iraniano?

Prima della rivoluzione iraniana, potevo dire di essere francese, algerino, messicano… dopo la rivoluzione ho detto “ok, sono un iraniano”. Avevo lasciato l’Iran quando avevo otto anni, ma la rivoluzione tutto ha moltiplicato le mie emozioni, i miei interessi verso quel paese.

Prima della rivoluzione iraniana, potevo dire di essere francese, algerino, messicano… dopo la rivoluzione ho detto “ok, sono un iraniano”.

Perché dici di essere “nato fotografo”?

Ho usato anche i testi, ma mai per spiegare le mie foto. Li ho usati in modo parallelo, perché a volte hai bisogno di inserire le fotografie in un contesto. Per esempio, scrivo molti diari di viaggio, ma fare fotografie è il mio mestiere.

Hai lavorato con molte agenzie importanti, perché nel 1981 hai deciso di entrare a Magnum?

Unirmi a Magnum è stato naturale. Ogni fotografo serio che si occupava degli affari del mondo, che lavorava sulla documentazione degli eventi del mondo, ambiva ad entrare in Magnum. Magnum è sopravvissuta negli anni perché appartiene ai fotografi, è una cooperativa, siamo noi fotografi che prendiamo le decisioni, non un capo o un proprietario. Quando le altre agenzie si sono trovate in difficoltà economica, sono andate da Getty o da altri grandi gruppi, e lì hanno cercato il denaro. A Magnum, ogni volta che abbiamo avuto bisogno di denaro per investire, per cambiare e per crescere, siamo stati i banchieri di noi stessi, abbiamo ridotto le nostre percentuali. Eccetto lo scorso anno, quando in Magnum sono entrati investitori esterni, ma non hanno investito direttamente in Magnum, ma su una società collegata che ne gestisce il business, quindi senza mai intervenire sul cuore del lavoro dei fotografi.

Ti è mai capitato di non mandare una foto ad un giornale, per quella che chiamano “autocensura”?

No, se non ho fatto una foto, è perché ho deciso di non scattare quella foto. Per esempio, all’inizio degli anni ’90, quando ero in Afghanistan, ho passato una settimana in un ospedale della Croce Rossa. Lì la gente moriva ogni momento, c’erano molte famiglie a vegliare i corpi. Ho seguito una di queste famiglie nella loro casa, con il corpo del loro famigliare. Mentre portavano il corpo nel cortile di questa casa, la luce che cadeva sui loro volti era straordinaria, ma non ho fatto nessuna fotografia, era un loro momento privato ed io, in quel momento, non ero stato invitato. Dopo, quando invece mi hanno chiesto di entrare nella loro casa, ho fatto alcune fotografie, quelle le ho scattate e le ho pubblicate. Un altro esempio riguarda l’Iran. All’inizio della Rivoluzione Iraniana ero molto coinvolto perché si trattava del mio Paese, di persone come me. Un giorno, ho visto una donna linciata dalla folla, era una sostenitrice del regime, e molti mi dicevano “non scattare questa foto, è contro la nostra rivoluzione, mostra un’idea di violenza”. Ho invece scattato la foto e l’ho mandata ai giornali. Ho detto “mi spiace, sono iraniano, sono favorevole alla rivoluzione – per lo meno, lo ero all’inizio – ma sono anche un testimone del presente, ho un impegno con i miei lettori, ma prima di tutto con me stesso, di mostrare ciò che sto vedendo”.

Se non ho fatto una foto, è perché ho deciso di non scattare quella foto.

È complicato arrivare in un luogo con una certa visione delle cose e cambiarla durante il lavoro?

Devi seguire gli eventi. Durante la Rivoluzione Iraniana, ricordo l’esatto momento in cui ho detto “Questa non è più la mia rivoluzione. Resto in Iran, seguirò gli eventi, ma non è più la mia rivoluzione”. È successo quando sono entrato in un obitorio, ho visto quattro generali uccisi dai rivoluzionari e ho detto “da questo momento, siamo diventati dei naif, le idee della rivoluzione non sono queste, non posso più seguire questa rivoluzione”. Se sei un buon giornalista, un buono scrittore, un buon fotografo, devi poter cambiare idea. Ma lo stesso è successo in Iraq, durante i giorni dell’esecuzione di Saddam Hussein, anche lì ho cambiato le mie idee.

La priorità dei tuoi lavori sono stati i giornali e i libri?

No, in realtà tutto va bene, tutto funziona. Magazine, libri, mostre, internet, qualsiasi cosa che mostri le fotografie e gli eventi. Certo, preferisco i libri, perché posso controllare tutto.

È importante scegliere bene i committenti per preservare il proprio lavoro?

Sì, naturalmente, è molto importante. Ma la realtà è che, se non puoi controllare direttamente il lavoro, non aspettarti che lo facciano i giornali.

L’unica strada per rappresentare la religione è fotografare le donne e gli uomini?

Non è la religione che mi interessa particolarmente, è ciò che l’umanità fa in nome della religione. Al centro dei miei lavori non ci sono la spiritualità o la fede. Sono interessato all’aspetto sociale, politico, economico della religione.

La fotografia è sufficiente per rappresentare questo?

Per i progetti di lungo periodo, per i miei libri, la fotografia è sufficiente. Mentre per gli eventi e per le news, i video sono migliori, contengono molti più elementi utili alla comprensione.

È difficile uscire dalle storie che vedi?

No, non è molto difficile. A volte sono entrato in situazioni particolarmente violente e mi alleggeriva l’idea di tornare a Parigi, tornare a trascorrere tempo con la mia famiglia. Forse all’inizio era più difficile, ma con un po’ di esperienza riesci a farlo.

Solo se sei preparato, se hai un background, puoi dire “questa è una fotografia importante”.

Pensi che in fotografia tutta la teoria, tutti i pensieri arrivino dopo i fatti?

Se arrivi in un posto senza aver studiato, ciò che vedi non ha significato. Solo se sei preparato, se hai un background, puoi dire “questa è una fotografia importante”. In fotografia, teoria e azione vanno insieme. L’una completa l’altra.

Quale pensi che sia l’area del mondo più interessante oggi?

Sfortunatamente ho smesso di fare grandi progetti. Ma se fossi un giovane fotografo, se fossi all’inizio, direi che la Cina è il paese più interessante oggi. Gli Stati Uniti sono interessanti, Trump ha tirato fuori la parte oscura di questo paese, ma la Cina è più instabile, lì si assiste ad un continuo cambiamento.

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